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Biotech: il fiore all’occhiello italiano contro il Covid-19

Nel comparto operano 25mila imprese che, pur essendo di piccole dimensioni, risultano altamente competitive a livello mondiale. Ce ne parla Gianpaolo Nodari, amministratore delegato di J. Lamarck, sottolineando che…


30/03/2020

di Tancredi Re


Il 17 giugno 2019 l’Onu ha presentato un interessante rapporto sul futuro sviluppo della demografia. Attualmente la popolazione mondiale conta circa 7,7 miliardi di persone, ma nel 2050 salirà a 9,7 miliardi. Lo stesso rapporto evidenzia, inoltre, che la popolazione sta invecchiando: il numero degli oltre sessantacinquenni ha superato, a livello globale, quello dei bambini sotto i cinque anni. E nel futuro il fenomeno è destinato a diventare più marcato. 
Ciò avviene per due motivi. Anzitutto perché le condizioni generali sono migliorate nel corso degli ultimi 50 anni e hanno allungato la durata media dell’aspettativa di vita (per chi è nato nel 2019 è di 72,6 anni); l’altro motivo è il calo dei tassi di natalità, che ha raggiunto lo zero in gran parte dei Paesi industrializzati. D’altra parte i numeri non mentono: descrivono con accuratezza una situazione oggettiva. 
Temi legati all’acqua, alle risorse energetiche e alimentari e, soprattutto, alla sanità sono fondamentali per il futuro del genere umano. Ma c’è un settore, il comparto delle biotecnologie o biotech, trasversale ai temi citati, dove si registrano i maggiori tassi di crescita di questi ultimi anni e vedono il nostro Paese all’avanguardia nel mondo. Anche in tema di Covid-19. 
Di queste problematiche ne abbiamo parlato con Gianpaolo Nodari, amministratore delegato di J. Lamarck, società advisor del fondo Selectra J. Lamarck Biotech.

Cosa sono le biotecnologie? 
Le biotecnologie si riferiscono all’integrazione delle scienze naturali, nella forma di organismi, cellule, loro parti o analoghi molecolari, nei processi industriali per la produzione di beni e servizi. Se la biotecnologia tradizionale usa i processi degli organismi, come la fermentazione o la lievitazione, la biotecnologia moderna interviene invece sui geni degli organismi per far loro acquisire la caratteristica voluta o far produrre una sostanza desiderata.

Quali sono i principali sotto settori coinvolti? 
Le aree principali sono rappresentate dall’oncologia e dalle malattie metaboliche che comprendono farmaci contro il diabete, l’ipercolesterolemia, i trigliceridi, l’obesità, seguite poi dalla terapia genica e dagli antivirali che, con l’emergenza coronavirus in corso, sta divenendo uno dei settori principali per gli investimenti. Esistono aziende impegnate nella produzione di antivirali che negli ultimi anni sono state in grado di trovare soluzioni a malattie devastanti come l’epatite C o realizzare vaccini contro virus responsabili di diverse patologie oncologiche come il cancro della cervice uterina o alla gola. 
Anche le tecnologie Crispr (tecnologie che permettono di tagliare il Dna nel punto voluto dal ricercatore e modificare la sequenza genetica- ndr) e le terapie geniche in generale potrebbero avere un grande impatto sull’accelerazione dello sviluppo di nuovi farmaci, rendendo le aziende che operano in questo segmento partner interessanti per le grandi aziende farmaceutiche.

Perché può essere interessante per un Paese come l’Italia investire nelle biotecnologie? 
Grazie alla decodificazione del Dna c’è una grande rivoluzione nel campo farmaceutico. Un’intera gamma di nuove molecole più efficaci e sviluppate con la biotecnologia determinano tassi di crescita molto elevati del settore della salute. Dal 2000 a oggi l’indice del settore ha più che decuplicato il suo valore, confermandosi tra i più performanti nel confronto con semiconduttori, metalli preziosi utilizzati dall’industria, banche, petrolio ed energia. 
La loro crescita è dovuta alla creazione di moderni farmaci in grado di curare malattie un tempo considerate incurabili e l’invecchiamento della popolazione, che porta con sé un aumento delle prestazioni sanitarie e della spesa farmaceutica. Ma anche la scadenza dei brevetti di molecole tradizionali. Recenti stime indicano che nel 2025 i farmaci biotech rappresenteranno il 55% dei primi cento al mondo per fatturato.


Quali sono i “numeri” del comparto delle biotecnologie nel mondo e in particolare in Italia? 
Gli Stati Uniti sono un’autentica culla per le biotecnologie e si posizionano, come sempre, al primo posto tra i Paesi più innovativi nonostante esistano fenomeni di una certa rilevanza anche in Europa, con Danimarca e Svezia in prima linea, seguite da Irlanda e Regno Unito. 
Vi sono attualmente più di 7000 farmaci biotech in sperimentazione e il fatturato supera i 140 miliardi di dollari grazie a grandi investimenti in ricerca e sviluppo che rappresentano circa il 30% del fatturato del comparto. 
Per quanto concerne il contesto italiano, contiamo circa 25mila imprese tra farmaceutico, biomedicale e biotech, con 165mila addetti e 33 miliardi di fatturato. La maggior parte delle imprese sono impegnate nella produzione di strumenti medicali, e soltanto un piccolo numero, circa 4mila imprese, sono impegnate nella ricerca e sviluppo nel campo delle biotecnologie e delle scienze naturali, settore che personalmente ritengo più innovativo e in grado di fungere da propulsore per l’economia di un Paese. 
Nonostante l’innovazione che contraddistingue le nostre aziende, la dimensione continua a essere però micro o piccola (rispettivamente meno di 10 e meno di 50 addetti) e circa l’80% del fatturato è riconducibile alle multinazionali con sede in Italia. Malgrado la frammentazione delle imprese e i limiti strutturali che frenano tutto il sistema-Italia, il settore domestico della salute continua ad essere competitivo a livello europeo. 
Gli investimenti in ricerca e sviluppo confermano che le aziende biofarmaceutiche italiane hanno una forte predisposizione ad investire ma gli alti costi necessari per portare una molecola dalla scoperta alla commercializzazione fanno sì che ancora per un po’ la biofarmaceutica intesa come macro-settore tecnologico sia un affare solo per gli Stati Uniti. Che restano l’unico mercato dove sono già presenti multinazionali biotech che capitalizzano in Borsa decine di miliardi di dollari.

Nelle ultime settimane si sono avvicendate molte notizie che riportano i tentativi e i successi di aziende del settore biotech, le uniche in grado di dare una risposta efficace a questa situazione critica nella lotta contro il virus Covid-19. A che punto siamo? 
Grazie alla scienza e all’impegno delle aziende biofarmaceutiche, troveremo certamente una soluzione a questo problema. Le azioni di Vir Biotechnology, una società di immunologia focalizzata sullo sviluppo di nuovi trattamenti per le malattie infettive, sono balzate di recente di oltre il 100% in seguito alla notizia del suo coinvolgimento nella ricerca di anticorpi in grado di contrastare il Covid-19. 
Moderna Therapeutics sta collaborando con il National Institutes of Health degli Stati uniti per valutare una molecola come candidato vaccinale contro il Coronavirus. Se si dimostrerà sicura, i prossimi studi dovranno determinare se il vaccino sia in grado di proteggere dal contagio. Molte altre aziende stanno analizzando vari candidati vaccinali nella fase preclinica, come Sanofi, Inovio Pharmaceuticals, Cure Vac, Novavax e Glaxo Smith Kline, mentre il farmaco contro l’artrite di Roche sembra sortire qualche effetto nella battaglia contro il Coronavirus. 
Regeneron lavora, invece, su un approccio anticorpale per trovare una cura al nuovo virus. La piattaforma tecnologica dell’azienda ha già dimostrato risultati positivi nell’epidemia di Ebola del 2015. La società che sembra essere più avanti nella ricerca della terapia è Gilead Sciences: ha infatti già avviato due studi clinici a Wuhan, città capoluogo della provincia cinese dell’Hubei, epicentro dell’epidemia, per valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco antivirale Remdesivir negli adulti risultati positivi al Covid-19, che ha mostrato benefici clinici su alcuni pazienti già trattati.

Tuttavia, investire in biotecnologia non significa investire solo sulla nuova cura contro il coronavirus. Qual è oggi il contesto in cui operano gli operatori e gli imprenditori del settore? 
Le prospettive di lungo termine per il settore rimangono estremamente positive. Il numero record di nuovi farmaci approvati negli ultimi anni testimonia che la biotecnologia continua ad essere una fonte chiave di prodotti per l’industria sanitaria ed un settore fondamentale per gli investitori più evoluti. 
Accanto alle tradizionali case farmaceutiche come Roche, Sanofi, Pfizer o Merck, anche Microsoft con Bill Gates e le big company del web come Google, Apple o Facebook sono oggi i principali investitori nelle “life sciences”, le scienze della vita. 
Le recenti scoperte scientifiche rappresentano un salto esponenziale della ricerca e l’abbondanza di nuovi farmaci “su misura” determinano prospettive molto favorevoli per le aziende coinvolte in oncologia, neurologia e malattie rare, tutte aree che presentano un significativo bisogno medico non soddisfatto.

Quali sono i rischi di chi investe in aziende biotech? 
Nonostante si sia dimostrato uno dei migliori settori su cui investire negli ultimi 20 anni, la biotecnologia è ritenuto un settore rischioso e per questo motivo le azioni biotech sono intrinsecamente volatili. Pertanto, la gestione del rischio è decisiva per costruire rendimenti nel tempo. È quindi importante perseguire una strategia che preveda la diversificazione dell’investimento in un paniere di aziende promettenti. Senza dimenticare che l’investimento strategico nel settore salute dovrebbe occupare una porzione limitata (10-15%) del proprio patrimonio. Il consiglio è quello di restare disciplinati nell’approccio all’investimento, evitando le aziende in fase iniziale che non dispongono ancora di una dimostrazione clinica del candidato farmaco o che non hanno maturato esperienza o dimestichezza nei rapporti con le agenzie preposte all’autorizzazione o che non sono dotati di un insieme robusto e variegato di prodotti in sviluppo.

Parlare di investimenti in una fase in cui assistiamo esterrefatti ai violenti cali delle Borse di tutto il mondo è come parlare di corda a casa dell’impiccato. In che modo si investe? Qual è l’approccio corretto onde evitare delusioni e perdite? 
Ci sono sempre stati eventi “generazionali” in grado di influenzare in modo importante i mercati azionari. Solo negli ultimi vent’anni possiamo pensare all’attentato alle torri gemelle (2001), allo scoppio della bolla hi-tech (2000) alle guerre del Golfo (2003) fino al fallimento di Lehman Brothers (2008) che ha innescato la Grande Crisi (2007-09). Covid-19 è un altro di questi eventi. Spesso questi momenti sono incredibilmente spaventosi per gli investitori e la tentazione di reagire in qualche modo è comprensibile. Tuttavia, reagire al flusso di notizie o all’azione dei prezzi non è una strategia vincente nel lungo termine. La reazione può produrre risultati positivi a breve, ma la storia del mercato mostra esattamente il contrario. È importante sottolineare come, in seguito a storni del 25-30%, corrispondano, nei periodi successivi, rialzi percentuali pari al doppio o triplo rispetto ai ribassi visti in precedenza. L’investitore dovrebbe dunque ragionare in un’ottica di obiettivi di investimento e di orizzonte temporale e non farsi prendere la mano dall’emotività.

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