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Bruxelles, il ritratto disincantato di una città ricca di manipolatori e ambiziosi perdenti

L’austriaco Robert Menasse racconta l’Europa da un punto di vista inedito. Giocando sull’ironia e la provocazione, il bene e il male, il sorriso e l’amarezza, sino ad arrivare a puntare il dito sul grigiore della sua pubblica amministrazione


15/10/2018

di Catone Assori


Se pensavate di conoscere Bruxelles, crocevia di culture che poco hanno a che vedere le une con le altre, vi sbagliavate. Perché questo centro di potere - ultimamente messo in discussione da più parti per la burocrazia imperante, da mentalità distanti anni luce, dalla babele di lingue che si confrontano e si scontrano, da interressi che viaggiano su piani diametralmente opposti - non manca di riservare ulteriori sorprese se sottoposto alla lente di ingrandimento dell’austriaco Robert Menasse, nato a Vienna nel 1954 e vincitore del Deutscher Buchpreis 2017. 
Già, Menasse, il quale ha deciso - dopo un lungo soggiorno di ricerca in questa città e due saggi sull’argomento - di dare voce a un lavoro romanzato dal titolo La capitale (Sellerio, pagg. 446, euro 16,00, traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli), pubblicato in formato maxi rispetto ai canoni tradizionali di questa raffinata casa editrice siciliana sino al midollo: è infatti nata e cresciuta, guadagnandosi rispetto nazionale e non solo, a Palermo sotto la guida della rimpianta Elvira Sellerio. 
A essere sinceri, in pochi sinora si erano addentrati, in maniera scanzonata, fra le pieghe di una tematica così complessa e al tempo stesso variegata. O almeno, in diversi ci hanno provato ma senza risultati apprezzabili. Al contrario di questo poliedrico scrittore, che ha studiato germanistica, filosofia e scienze politiche a Vienna, Salisburgo e Messina; che si propone traduttore dal portoghese; che ha vinto nel 1998 il Premio nazionale austriaco per la saggistica e nel 2015 il Prix Européen du Livre per il saggio Der Europäische Landbote. Lui che da tredici anni si occupa di questioni legate all’Europa e all’Unione europea; lui che nel 2012 è stato ospite della Commissione europea in qualità di osservatore; lui che ha pubblicato, fra gli altri, i romanzi Don Juan de la mancha. La riscoperta del piacere e Ich kann jeder sagen
Lui che - secondo il Frankefurter Allgemeine Zeitung, il principale quotidiano economico-finanziario tedesco - ha saputo dare voce a “un clamoroso ritratto del mondo che ogni giorno si riunisce a Bruxelles”. A fronte di un racconto che prende avvio in maniera a dir poco sorprendente: l’avvistamento, dalla finestra dell’appartamento che un anziano signore sta per lasciare, di un maiale nella piazza antistante, Sainte-Catherine, proprio nel cuore di Bruxelles. Insomma, tutto il mondo è paese. E anche Bruxelles, evidentemente, non fa eccezione. E fosse solo per questo… 
In buona sostanza la storia che Menasse racconta in questo libro è il ritratto disincantato di una città ricca di manipolatori e ambiziosi perdenti vista da un punto di vista inedito: quello giocato sull’ironia e la provocazione, il bene e il male, il sorriso e l’amarezza. Non trascurando di puntare il dito sul grigiore morale della sua pubblica amministrazione. 
Una “gustosa farsa sul mondo di Bruxelles”, secondo il Die Zeit, che arriva a fagiolo, ovvero a ridosso dell’anniversario dei cinquant’anni dalla fondazione della Commissione europea (composta da un membro per ogni Stato che fa parte dell’Unione). E in tale ambito, allo scopo di rilanciarne gli ideali, alcuni funzionari della Direzione cultura avviano un curioso tentativo: “un grande giubileo incentrato su Auschwitz mobilitando gli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento come testimoni dei proponimenti che sono all’origine della UE, nata dalle ceneri delle atrocità naziste”. 
Nemmeno a dirlo “l’idea scatena l’anima rissosa ed egoistica dei Paesi membri e insieme esalta gli interessi personali dei burocrati. Nel frattempo le strade della città sono affollate di allevatori che protestano con i forconi in mano e di mandrie di turisti con i selfie stick, mentre 22.000 funzionari, uomini e donne, solitari avamposti delle loro società e tradizioni, si adoperano senza sosta per favorire il dialogo tra le culture e gli interessi del loro Paese di origine. Un tutto che alimenta un ingranaggio di bizantina complessità, crocevia del potere e dell’economia internazionale, babele di lingue diverse, mentalità incompatibili e interessi particolari: un caos sempre sul punto di esplodere”. 
In buona sostanza l’autore, con la scusa di imbastire una storia, “racconta una città e un luogo simbolo della cronaca contemporanea, il cuore politico e amministrativo dell’Europa unita, la capitale scelta perché il Belgio era il primo Paese in ordine alfabetico tra le sei nazioni fondatrici e da allora in attesa, come Godot, di una rotazione mai arrivata”. 
Come da note editoriali, il romanzo di Menasse è il frutto di una “sfrenata ingegnosità, un labirinto di invenzioni e umorismo, un castello gotico di sentimenti e potere, passioni e paure”. E attraverso gli eccessi che catturano l’attenzione del lettore, c’è anche “un omicidio che sembra passare inosservato”, mentre prende forma un panorama di grandi emozioni e di grigia amministrazione, costellato di eroi tragici, di personaggi strani quanto ben incastrati nel contesto. Ne scaturisce così “un ritratto letterario sarcastico e provocatorio, capace di miscelare generi diversi, di tratteggiare l’assurdo, di irridere il male”. 
A fronte di un grande merito, quello di aver saputo raccontare l’Europa a fronte di un’amara considerazione: come spesso succede anche i fatti più graffianti, curiosi o significativi saranno presto dimenticati. Perché, come nel caso del maiale che era apparso in piazza, nessuno ne parlerà più.

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