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Chi è l'Osservatore oscuro? L'alter ego che alimenta le nostre paranoie e i nostri peggiori incubi. Sin quando…

A raccontarci la seconda indagine di Aurora Scalviati, giovane profiler bipolare della polizia di una cittadina immaginaria ma realmente esistita, è la stessa autrice. Pronta ad addentrarsi in una storia ricca di ferite e sofferenze


03/04/2018

di Barbara Baraldi


Tuffarmi per la seconda volta nel mondo di Sparvara è stato un po’ come ritornare a casa. Certo, una casa non molto comoda, a tratti spettrale, ricca di segreti e di luoghi oscuri, con le sue nebbie che sono uno stato d’animo prima che una condizione atmosferica. Come la Bassa che conosco io, quella che amo definire la mia “Emilia paranoica”. 
Sparvara è una città immaginaria, eppure c’è stato un periodo storico in cui è esistita. Si trovava sulle rive del Po, ma un’alluvione, quattro secoli fa, l’ha spazzata via per sempre. Anche per questo ho sempre considerato Aurora nel buio, primo romanzo con protagonista la profiler bipolare Aurora Scalviati, una sorta di omaggio alla memoria. La memoria di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo perso, alla ricerca della forza per costruire un nuovo futuro. Dimenticando per un momento la paura di guardarsi allo specchio e non riconoscersi. 
In Osservatore oscuro (Giunti, pagg. 525, euro 19,00) il filo conduttore è la famiglia, che sia quella che ci ha dato i natali, una famiglia adottiva o una famiglia che ci siamo scelti. Per Aurora, i colleghi sono diventati la famiglia che non ha mai avuto. Una famiglia incasinata, di caratteri che a volte si scontrano tra loro, ma una sorta di area protetta in cui rifugiarsi quando la realtà colpisce duro. 
E colpisce duro il serial killer che Aurora deve affrontare nel corso di un'indagine pericolosissima. Una mente criminale che sembra voler fare terra bruciata proprio intorno a lei, isolandola, facendole perdere credibilità presso colleghi e superiori, sfidandola, fino a condurla nel buio di un’indagine non autorizzata. 
Osservatore oscuro comincia in un luogo che adoro, la Certosa di Bologna, dove viene trovato il cadavere di uno sconosciuto, orrendamente mutilato secondo una procedura che affonda le sue origini nel più crudele rituale vichingo, più di mille anni fa. Sul petto della vittima è tatuato un nome, quello di Aurora Scalviati. 
La Certosa è fonte di infinito fascino per me, un vero e proprio museo a cielo aperto a cui hanno contribuito i più grandi artisti dell’Ottocento. Le sue statue sono così espressive che sembrano dialogare con il visitatore, l’atmosfera che si respira al suo interno è così avvolgente che è impossibile non restarne ammaliati. 
Due le linee narrative che procedono come su binari paralleli durante il romanzo. All’indagine di Aurora si affianca la vicenda del sovrintendente Bruno Colasanti, coinvolto in un giro di corse clandestine frequentate da naziskin e membri di una cosca malavitosa infiltrata in Emilia. Le due trame sono destinate a convergere, o meglio, impattare l’una nell’altra. 
Il romanzo è un thriller psicologico, quindi la protagonista assoluta è la mente di Aurora, con quel proiettile inoperabile conficcato nel cranio che la costringe a dubitare delle sue stesse percezioni. Il titolo è stato ispirato da un libro di psicologia che mi è stato regalato da una carissima amica, e che si intitola Mindsight. Al suo interno è presente un’affascinante teoria che riguarda l’evoluzione del cervello umano. Alla base ci sarebbe un’entità “oscura” (perché nascosta) che si occupa di riconoscere i pericoli e innescare il meccanismo “combatti o fuggi” fondamentale per la sopravvivenza di ogni essere senziente. 
In questo senso, l’Osservatore oscuro può non avere una connotazione negativa, ma riferirsi all’istinto della protagonista, il cui pensiero divergente è in grado di leggere una scena del crimine, scovando indizi oltre le apparenze. D’altronde, per tutto il romanzo permane la percezione di un’entità misteriosa, tutt’altro che benevola, che sembra osservare ogni mossa di Aurora, per anticipare le sue decisioni, restare sempre un passo avanti. Potrebbe trattarsi del killer o… di qualcun altro. 
Ai lettori lascio la parola definitiva su come interpretare il titolo: dopotutto sono fermamente convinta che il compito di una storia sia far scaturire domande, piuttosto che fornire delle risposte.


Profilo dell’autrice: Barbara Baraldi è nata a Mirandola, in provincia di Modena, il 17 febbraio 1979, prima di quattro figli di una coppia che si manteneva “a fango e fatica”. Lei cresciuta nel segno della timidezza (“Poi la vita mi sarebbe stata maestra e sarei riuscita a sconfiggere i miei demoni”); lei grande lettrice sin da piccola (“Leggevo tre libri a settimana presi in prestito dalla biblioteca comunale”); lei che dopo aver frequentato il liceo scientifico si sarebbe data da fare lavorando come agente di viaggio, commessa, barista, dipendente di una fabbrica; lei “sognatrice e caparbia”, con un debole dichiarato per la fotografia; lei che non si è mai tirata indietro di fronte ai sacrifici (“Mi è stato maestro un nonno che lavorava nei campi e che mi ha insegnato che volere è potere”); lei così brava nel raccontare storie ai suoi fratelli più piccoli che di quelle storie avrebbe fatto un lavoro su suggerimento di una vicina.“Fu così che mi comprai un computer usato e iniziai a buttare giù testi di nascosto dai miei genitori. 
Per farla breve, dopo diversi rifiuti editoriali, avrebbe vinto il Premio Cattolica, con la pubblicazione al seguito de La bambola di cristallo nella collana Il Giallo Mondadori. E in contemporanea con l’uscita di questo romanzo in Inghilterra e negli Stati Uniti, sarebbe stata scelta dalla Bbc per la realizzazione del documentario Italian noir sul giallo italiano. Che altro? Alcuni romanzi per ragazzi e molte sceneggiature di fumetti per la serie Dylan Dog, senza dimenticare il successo incassato con Aurora nel buio, vincitore del premio Garfagnana in giallo 2017.

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