Share |

Cinque sconosciuti bloccati dalla neve, una sola notte per vivere. O per morire

Se non conoscete ancora Taylor Adams ora non avete più scuse. A seguire le ossessioni di Elisabeth Mopreback e il crime milanese di Piero Colaprico


12/11/2018

di Mauro Castelli


Dio benedica quegli autori che danno una mano, in maniera concreta, al lavoro del recensore. Capita raramente, ma capita. Come nel caso dell’americano Taylor Adams, scrittore e regista americano che vive nello Stato di Washington e del quale la DeA Planeta ha pubblicato il suo secondo (terzo?) romanzo, No Exit (pagg. 352, euro 17,00, traduzione di Chiara Brovelli), un lavoro che si nutre di una storia da brividi: quella di cinque sconosciuti bloccati da una bufera di neve sulle alture del Colorado in una notte da tregenda. La sola a disposizione per vivere o morire. 
Ma qual è l’imbeccata di Adams ai giornalisti? La riportiamo pari pari: In quanto narratore, mi affascinano enormemente gli «E se...?». In fondo è proprio questo lo spunto da cui è nato il romanzo: se le circostanze ti trasformassero nel testimone involontario di un fatto terribile, tu cosa faresti? La maggior parte delle persone chiamerebbe la polizia. Ma se la polizia non potesse aiutarti, tu cosa faresti? Interverresti, anche a rischio della tua stessa vita? Oppure volteresti la testa dall’altra parte? La protagonista di No Exit è una giovane donna come tante che sceglie di intervenire, ritrovandosi invischiata in una storia imprevedibile e molto più grande di lei. Constatare che i miei sforzi sono stati apprezzati è risultato esaltante, e non sto nella pelle all’idea che anche i lettori italiani possano seguire la mia protagonista nel suo viaggio all’inferno. Così come spero che la storia di Darby e della sua notte al cardiopalma appassioni anche voi. 
Per carità, niente di che: solo un antipastino della notte dannatamente pericolosa sulla quale è stata imbastita la trama. Ma che rappresenta pur sempre una carineria da parte di un autore di successo che sbarca da noi non in pompa magna, ma con il piedino giusto per accattivarsi critica e lettori. 
Che altro di questo romanzo? Pubblicato per la prima volta da una piccola casa editrice inglese, No Exit ha conquistato i lettori grazie al ritmo forsennato e all’astuzia legata ai continui colpi di scena. Diventato poi un clamoroso successo attraverso il passaparola, questo thriller avrebbe scatenato aste agguerrite fra gli editori e le major hollywoodiane per accaparrarsene i diritti. E non c’è da stupirsene, visto che si tratta di un romanzo che viaggia a cento all’ora nell’arco temporale di una notte; un lavoro che ipnotizza il lettore facendogli fare le ore piccole per vedere come andrà a finire; che si nutre di azione, di inaspettati colpi di scena e di inaspettati risvolti; che gioca a rimpiattino con le adrenaliniche traversie della protagonista in un clima di suspense crescente. 
E per quanto riguarda i personaggi? Pochi quanto di variegata estrazione. 
Oltre alla citata Darby, che si troverà nei guai sino al collo, c’è un anziano veterinario accompagnato da una donna che potrebbe essere sua moglie o forse no; c’è un giovane magro come un chiodo, faccia da faina e pelle butterata dall’acne, con la passione per la magia; e c’è un ragazzo che non parla mai con la Faccia da Topo, il cui alito puzza di cioccolato al latte misto all’odore acre e terroso di tabacco Skoal. 
Per un verso o per l’altro, tutti hanno forse qualcosa da nascondere. Insomma, un richiamo all’antico, al giallo vecchia maniera, di quelli che si rifacevano ai delitti della camera chiusa, sia pure in questo caso fuori contesto. Con cinque persone rimaste intrappolate, nella notte del 23 dicembre, nella stazione di servizio di Wanapa a tremila metri d’altezza, a causa di una bufera di neve, di quelle che non si vedevano da chissà quanto tempo e che imperversa da ore nella zona. 
Insomma, non ci sono possibilità né di tornare indietro né di poter proseguire. Né tanto meno di fuggire viste le temperature impossibili e il vento rabbioso che sferza la zona. Ed è qui che la studentessa di Belle arti Darby Thorne - un tipetto che con il caffè e la birra ci va a nozze in quanto l’aiutano a sentirsi viva - finisce bloccata a causa di un tergicristallo rotto e di un serbatoio vuoto, fermo restando un cellulare morto con le poche “stupide parole” dell’ultimo sms che ancora le ronzano per la testa: “La mamma è okay, per il momento”. In effetti il suo unico desiderio era quello di poter raggiungere la madre prima che fosse troppo tardi. E lei, non trovando un posto su un volo, era stata costretta a mettersi in viaggio al volante del suo vecchio catorcio. 
Purtroppo, da come si sono messe le cose, non c’è via di uscita. Bisogna aspettare che la bufera cessi e che arrivino gli spazzaneve in abbinata ai soccorsi. Purtroppo la situazione finirà rapidamente per deteriorarsi in quel posto semi-abbandonato fra i monti. E il perché lo apprendiamo subito: Darby vede quello che non avrebbe dovuto vedere. Dai vetri semioscurati di un furgone, posteggiato a ridosso della stazione di servizio, scorge infatti la manina di una bambina aggrappata alle sbarre di una specie di piccola gabbia per il trasporto di animali. Poi le dita minuscole si sollevano una a una, come per chiedere aiuto, prima di sparire nel buio. Il tutto segnato da un silenzio agghiacciante. Non ci vuole molto, alla generosa Darby, nel fare due più due e nel rendersi conto che la piccola potrebbe essere stata rapita. Può stare quindi con le mani in mano e far finta di nulla? 
Inizia così, “con un fotogramma fuori posto in una notte da dimenticare, l’avventura destinata a trasformare la giovane studentessa nella più determinata delle eroine e il suo viaggio in una lotta per la sopravvivenza”. Un viaggio costellato di vertiginosi rovesciamenti di fronte e di molti interrogativi: di chi è quel furgone? E chi è il rapitore? Inoltre, cosa più importante, ce la farà la ragazza ad aiutare la bambina e a scamparla lei stessa? Leggere per sapere.

Seconda proposta da non perdere quella legata alla penna della svedese Elisabeth Norebäck, che alla sua prima uscita sugli scaffali ha fatto subito filotto: nel senso che il suo thriller psicologico So chi sei (Nord, pagg. 378, euro 16,90, traduzione di Alessandro Storti) è stato tradotto o è in corso di traduzione in 34 Paesi. Oltre a essere osannato dalla stampa scandinava come non succedeva da anni, all’insegna di un meritato, seppure un po’ eccessivo, spreco di aggettivi: grandioso, audace, spiazzante, geniale, avvincente... Senza tralasciare il giudizio stilato dal Kommunalarbetaren: “Un romanzo scritto divinamente, ben architettato e con una tensione che resta alta dalla prima all’ultima riga”. 
E dire che l’autrice, che vive a Stoccolma con il marito e i due figli, inizialmente si era dedicata ad altro, vista la sua laurea in Ingegneria (ha infatti conseguito un Master of Science in Engineering presso il Kth Royal Institute of Technology). Ferma restando una passione per la scrittura di vecchia data, che si sarebbe però concretizzata soltanto durante un congedo per maternità. 
Risultato? Un convincente lavoro imbastito sul quotidiano di una donna, la cui vita si ingarbuglia nel momento in cui incontra una ragazza che lei ritiene essere la figlia che aveva perso molto tempo prima. Da qui un susseguirsi di avvenimenti che danno respiro e forza a una storia di colpa e di dolore imbastita sul sottile crinale che separa la speranza dalla follia, l’amore dall’ossessione. Con tre donne a tenere la scena, diversamente coinvolte nella vicenda. 
Ma entriamo nel vivo del canovaccio. Stella Widstrand è una stimata psicoterapeuta, oltre che madre felicemente sposata con un figlio di tredici anni. Ha una bella casa e una vita apparentemente normale. Un giorno, però, una nuova paziente - Isabelle Karlsson, una ragazza dai lunghi capelli neri - entra nel suo studio e, in un attimo, Stella torna a vent’anni prima, quando durante una vacanza al mare era scomparsa Alice, la sua figlioletta di poco più di un anno. All’epoca la polizia aveva concluso che la bambina era riuscita dalla spiaggia a raggiungere l’acqua ed era annegata, sebbene il corpo non fosse mai stato ritrovato. 
Insomma, è il passato che torna prepotente nel suo presente. Non le ci vuole molto, infatti, a ritenere che Isabelle potrebbe essere sua figlia. Anche perché, cuore di madre, Stella aveva sempre creduto che Alice fosse ancora viva. E adesso eccola porsi un interrogativo per certi versi inquietante: se la ragazza che ha di fronte è davvero Alice che piega potrebbe prendere la sua vita? 
Secondo logica narrativa Stella, per cercare risposte, è disposta a tutto. Ma così facendo darà la stura a una sequenza di eventi che finiranno per mettere in pericolo se stessa e tutti coloro che ama e che la amano. 
Cambio di scena e riflettori puntati su Isabelle Karlsson, la giovane donna in cura che ha peraltro dovuto lottare a lungo per poter frequentare l’università a Stoccolma. “Se fosse dipeso solo da sua madre Kerstin sarebbe rimasta per sempre nel paesino in cui era nata e cresciuta. Isabelle era quindi lontana da casa quando il suo adorato padre era morto all’improvviso, e al dolore si era sommato lo sconcerto nel momento in cui mammà le aveva rivelato che non era lui l’uomo che l’aveva concepita. Confusa, sconcertata e anche arrabbiata, Isabelle aveva deciso di rivolgersi, appunto, a una psicoterapeuta per essere aiutata a fare chiarezza nella sua vita. Anche se non poteva certo sapere che entrare nello studio della dottoressa Widstrand avrebbe scatenato una serie di eventi davvero pericolosi”. In quanto la possibilità che un’altra donna possa rubarle l’affetto della ragazza cui ha dedicato l’intera esistenza spingerà Kerstin a…

In chiusura di rubrica un gradito ritorno: quello di Piero Colaprico, che per i tipi della Rizzoli ha dato alle stampe Il fantasma del ponte di ferro (pagg. 306, euro 18,00), un noir ambientato in una Milano d’antan, quella del 1985, torbida e scura come la pece. Una Milano che “sa sempre rinascere dalle sue ceneri, anche quelle più sporche”, raccontata attraverso la voce e gli occhi del maresciallo Pietro Binda. Un riuscito personaggio che l’autore aveva lasciato a riposo per un bel po’ di anni dopo aver tenuto banco in altre cinque storie, le prime tre delle quali scritte a quattro mani con l’anarchico Pietro Valpreda e le altre due (l’ultima delle quali datata 2006) da solista. 
Il fantasma del ponte di ferro, si diceva. “Un crime che non avrebbe visto la luce senza l’Orchestra Verdi e senza Pasquale Guadagnolo, Luigi Corbani e Massimo Colombo. Solo loro hanno infatti osato usare un giallista per parlare di omicidi agli spettatori in un elegante programma di sala. Un caso forse unico al mondo. E non poteva che capitare a Milano, la città che rischia e che cambia”. Un ringraziamento peraltro allargato a quei lettori che, con insistenza, gli chiedevano “un altro Binda”. Nella convinzione che anche l’amico Valpreda abbia approvato da lassù, in quanto anche lui era “di quelli che non mollavano mai…”. 
A questo punto spazio alla sinossi.  Come detto, siano a Milano nel 1985. Il maresciallo Pietro Binda è in pensione, ma non è rimasto con le mani in mano: ha aperto un’agenzia investigativa nello studio di casa e continua a inseguire la verità, costi quel che costi. E quando una splendida ragazza russa si presenta da lui con un nuovo indizio su un caso mai dimenticato e solo ufficialmente risolto, l’ex carabiniere dovrà tornare indietro nel tempo, al 1972, in una Milano ovattata dalla scighera e ancora scossa dall’attentato di piazza Fontana. E a un corpo decapitato, appeso in bella vista sotto un ponte dei navigli, il cosiddetto Pont de ferr. Mentre la testa viene trovata a qualche isolato di distanza, con un misterioso messaggio in cirillico nascosto tra le labbra. 
Un caso che si intreccia con la scomparsa di una celebre violinista russa, intorno alla quale si agitano i fantasmi della Guerra fredda, agenti segreti e carabinieri che conoscono come le loro tasche le strade della città e si portano dietro pistole e segreti. Tredici anni dopo l’apparente soluzione del caso, Binda ha l’occasione di regalare finalmente giustizia ai troppi morti di una storia crudele, ma dovrà immergersi di nuovo nel mondo sfuggente dove la ragion di Stato e la ragione criminale si confondono e forse anche si assomigliano. 
Che dire: con la sua solita intrigante verve narrativa Colaprico ci riporta indietro nel tempo, nella Milano nebbiosa dei primi anni Settanta, la città di Alda Merini e Dino Buzzati, delle bocciofile e del Giambellino, degli espropri proletari, dove arrivavano i violenti richiami della strage dell’Italicus e delle sanguinose Olimpiadi di Monaco. Una città nella quale l’autore - riteniamo -  ha trascorso anni indimenticabili e indimenticati. Una città che chiedeva molto e al tempo stesso sapeva regalare altrettanto. Dove i misteri si accavallavano fitti come la nebbia (la citata scighera, appunto) che avvolgeva ogni cosa, regalando ombre e prospettive oggi impensabili. 
Per la cronaca Piero Colaprico, Pietro all’anagrafe, è nato a Putignano, in provincia di Bari, l’8 dicembre 1957, con una mai amata laurea in Giurisprudenza al seguito, in ogni caso portata a buon fine in cinque anni presso la Statale del capoluogo lombardo. “In effetti a tenere banco è sempre stata la mia passione per la scrittura”, coltivata sin da ragazzino, tanto è vero che “la mia professoressa di italiano bene e spesso leggeva i miei temi in classe”. Scrittura che avrebbe frequentato con maggiore assiduità intorno ai 18-19 anni, per poi buttare via tutti gli elaborati di quel periodo “in quanto non erano all’altezza”. 
A seguire la passione per il giornalismo, “che avevo iniziato a masticare presso una radio privata (Studio 105), seguito dall’assunzione, quando avevo 28 anni, a la Repubblica, diventando professionista nel 1987. E, tempo cinque anni, Eugenio Scalfari mi avrebbe premiato sul campo con la nomina a inviato”. Qualifica in seguito lievitata a quella di caporedattore presso la redazione milanese. Un meritato percorso per una penna che ha graffiato e scavato sui tanti lati oscuri della città e del suo hinterland, evidenziandone gli aspetti delinquenziali che via via hanno caratterizzato il vivere quotidiano. 
Una penna portatrice di diversi neologismi, il più noto dei quali è il termine Tangentopoli, quello che faceva riferimento al sistema di bustarelle che andava di moda a Milano, anticipando peraltro di alcuni mesi lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, quello che - con l’arresto nel febbraio 1992 del presidente Mario Chiesa, pescato mentre intascava una mazzetta da sette milioni di lire dal proprietario di una piccola azienda di pulizie che voleva essere favorito in una gara d’appalto - aveva dato la stura al fenomeno corruttivo di Mani pulite. Lui che aveva svelato per primo, insieme all’editorialista Giuseppe D'Avanzo, il giallo della telefonata dell’allora premier Berlusconi in questura e le serate del bunga bunga ad Arcore. 
Lui che - come ha avuto modo di raccontarci lo scorso anno in occasione dell’uscita de La strategia del gambero e che riportiamo nuovamente per i suoi nuovi lettori - non manca di addentrarsi nel suo complicato rapporto con la lettura, a partire dai due libri che gli hanno cambiato la vita, L’Ulisse di James Joyce e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, per poi sottolineare apprezzamento per Giovanni Testori, Dino Buzzati, Giuseppe Tomasi di Lampedusa nonché Leonardo Sciascia. Fermo restando, per contro, il suo inaspettato no a I promessi sposi di Alessandro Manzoni, un romanzo che non dovrebbe essere studiato a scuola”. 
Che altro? Un debole dichiarato per Il lungo addio di Raymond Chandler, il poliziesco che gli ha spalancato le porte della narrativa gialla, ma anche per Giorgio Scerbanenco, “una specie di fratello maggiore”, e per il “primo” Carlo Lucarelli. Senza comunque trascurare Andrea G. Pinketts e Sandrone Dazieri, “autori capaci di mettere mattoni, ma non di costruire un muro”. 
E per quanto riguarda il suo percorso sugli scaffali? Intanto, e non poteva essere altrimenti, sette saggi (come Duomo Connection, Manager Calibro 9 o Capire tangentopoli), ma anche un approdo vincente nel campo della narrativa, allargato a ben tredici romanzi.  Che gli hanno fruttato diversi riconoscimenti. Come il Premio Scerbanenco, ex aequo con Barbara Garlaschelli, con La Triologia della città di M, un lavoro incentrato su tre racconti ambientati a Milano.

(riproduzione riservata)