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Come rendere l'informatica a misura d'uomo

Dario Massi, in Tra informatica e mare, propone una visione della vita ampia e ricercata, incentrata sull’ascolto di se stessi e degli altri, rivolta a una leadership più forte e autentica focalizzata al raggiungimento dei propri obiettivi


02/07/2018

di Tancredi Re


“Coltivare la ricchezza dei buoni valori, giocare la vita scommettendo sui grandi ideali, avere fame di conoscenza e culturale, viaggiare nei quattro angoli della terra con la voglia di nuove esperienze e confronti, sono i pilastri di un modello replicabile, migliorabile e soprattutto un modello per tutti”. È il modo nuovo di avvicinarsi all’informatica proposto da Dario Massi, autore di Tra informatica e mare (Armando, pagg. 192, euro 22,00), a “coloro che coltivano la bellezza della libertà e sono costantemente alla ricerca di una cultura rivolta all’eccellenza professionale”. 
Diciamo subito che questo libro non è proprio semplice da leggere se non si dispone - come l’autore - di cultura, formazione ed esperienza nel campo dell’informatica. Cominciata da quando, tredicenne, cominciò a frequentare il primo corso di informatica dell’istituto utilizzando un Amiga 500: un home computer realizzato dalla Commodore Business Machines e commercializzato tra il 1987 e il 1992. Un’esperienza illuminante che ne avrebbe segnato la vita futura. 
“Da quel momento sono trascorsi 25 anni e non mi sono più fermato, non c’è stato un solo giorno in cui non ho studiato, imparato o progettato qualcosa nel settore. Con una passione folle – prosegue come un fiume in piena Massi - ho abbracciato e divorato programmi e ambienti differenti: dal software all’hardware, dallo sviluppo web alla programmazione pura passando per la grafica, il marketing, la comunicazione. Questa ampia conoscenza mi ha permesso di avvicinarmi e aiutare le più disparate realtà in Italia e nel mondo. Da problemi di rete e connettività in Repubblica Dominicana, ad altri grafici alle Azzorre, dalla sicurezza di CMS open source (divulgatore di sistemi di gestione di siti web - ndr) con Joomlain una piccola realtà imprenditoriale francese, alla SEO in centinaia di società italiane”. Economia Italiana.it lo ha intervistato sui temi di più stretta attualità: dal digital divide, ai rischi e alle opportunità offerte dai social, dall’affermazione della Rete come forma avanzata per la partecipazione ai processi decisionali nella politica, alle incognite legate al mondo virtuale che attira, come una calamita irresistibile, le nuove generazioni.

I nativi digitali hanno un grado di alfabetizzazione informatica senza pari. Ma non è così per tutti. Esiste in generale quello che si chiama digital divide: è un divario che si supera con il passaggio generazionale? Oppure dovrebbe intervenire lo Stato per colmarlo? 
Nel luglio 2012 il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, con l’approvazione della risoluzione A/HCR/20/L.13, ha considerato espressamente Internet alla stregua di un diritto fondamentale dell’uomo. Nel documento si attribuisce alla Rete “una forza nell’accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme” e si chiede a tutti gli Stati “di promuovere e facilitare l’accesso a Internet”. I temi dell’accesso e dell’uguaglianza digitale ricoprono una notevole rilevanza nella società attuale ma questo oscilla tra utopia e realtà. Se da una parte grazie alla continua crescita dell’ICT (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione diffusi con l’avvento della terza rivoluzione industriale – ndr) aumentano le opportunità di sviluppo offerte dal digital è anche vero che tali risorse restano limitate a tutti coloro che sono nelle condizioni di fruirne. Le nuove generazioni rientrano nella sfera del “tutto e subito”, non studiano attentamente e in profondità una materia meravigliosa come l’informatica ma ci volano sopra. Non hanno tempo perché la società non lo concede; e proprio questo limite culturale resta alla base del digital divide. Certamente lo Stato può e dovrebbe intervenire meglio per colmare il digital divide offrendo opportunità di formazione per la terza età o agevolando finanziamenti a realtà dedicate a questo, ma in fondo si è deciso di superare la questione con l’ausilio di uno strumento costante e instancabile: il tempo. Con esso figli e nipoti lavorano in prima linea avvalorando la teoria della transizione naturale.

Viviamo in un’epoca nella quale stiamo assistendo alla decomposizione di quasi tutte le tradizionali forme di mediazione: politiche, sindacali e associative. I nuovi movimenti sociali puntano a creare le relazioni attraverso la Rete. Quali sono i rischi e le opportunità di questo nuovo mondo dei social
Di fondo le tradizionali forme di mediazione ci sono e ci saranno ancora a lungo; nel senso che gli avvocati continuano a esistere, così come i notai continueranno a esistere, anche le situazioni sindacali possono evolvere con nuovi mezzi e nuove forme comunicative. Di sicuro andiamo verso la riduzione dei costi transazionali, cioè all’immediatezza nelle comunicazioni; la disponibilità di un grandissimo numero di informazioni farà leva sulla riduzione delle asimmetrie informative e sul moltiplicarsi delle occasioni di intermediazione, cioè ci sarà sempre più un aumento esponenziale della concorrenza degli intermediari. Quindi l’intermediazione non viene meno ma si trasforma in tante forme che ancora sono in divenire. Il punto fondamentale, però, è un altro. Oggi attraverso i social ingurgitiamo finto benessere e legami mutevoli, amicizie e valori come una sorta di bulimia senza scopo, coltiviamo un individualismo sfrenato, immersi in una cultura orientata all’adesso - al tutto e subito - perché domani ha uno strano gusto che sa di vecchio. Abbiamo perso il senso del tempo e della lentezza, subiamo inermi l’apparire a tutti i costi, e questo altro non è che il riflesso di una società ormai lontana dall’essenziale. I rischi e le opportunità sono direttamente proporzionali alla propria cultura e intelligenza.

Il ricorso a Internet è uno dei modi più efficaci, ai nostri giorni, per cortocircuitare i media ufficiali e le organizzazioni politiche tradizionali che la “ferrea legge dell’oligarchia” come la definisce Roberto Michels (in La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, 1912) ha pian piano portato a chiudersi in se stessi e quindi a sganciarsi dalla gente comune. Perché è avvenuto? E’ ispirata dal desiderio di ricercare la “verità”? 
Rispetto ai media tradizionali, Internet offre un bacino di utenza più vasto, una velocità di diffusione più rapida e una permanenza - e rintracciabilità- delle notizie praticamente “infinita”. Senza poi dimenticare la reciprocità; chiunque dispone di un collegamento ad Internet è in grado di trasmettere ovunque, sia a singoli che ad aziende private o ad amministrazioni pubbliche. C’è da dire che Internet non sempre garantisce quello che si chiama l’autorevolezza della fonte; data l’estrema velocità e l’anonimato, in rete viene sempre meno un aspetto importante della riflessione per così dire tradizionale. L’uomo per sua natura ha voglia di “potere”, di apparire e far ascoltare la propria voce. L’ambiente di Internet, soprattutto quello dei social, crea piazze virtuali dove chiunque può urlare la propria frustrazione senza guardare negli occhi il diretto interessato. È allora che si diventa “leoni da tastiera”. Basta guardare i post politici di oggi su Twitter o Facebook.  Personalmente non c’è nessuna rincorsa alla ricerca della verità ma solo una sindrome di emulazione di Icaro, dove si confonde la meravigliosa libertà di volare in alto con la scelta mediocre di compiere azioni al di sopra delle proprie forze.

Il ricorso alla rete è anche un modo rapido per mettere in atto procedure di decisione che risultano “democratiche” quanto quelle che appartengono a una logica puramente rappresentativa? 
Le persone si spostano per un soffio di vento e finché sono poche l’eco del disagio non si avverte ma quando diventano un numero tale da definirsi “movimento” allora il rischio maggiore è quello del disordine, con conseguente mancanza di disciplina e coesione. Spesso astio e incomprensioni assumono connotati concreti ed è difficile capire velocemente la scelta giusta da fare. Internet è sempre più grande e veloce, l’uomo non fa altro che alimentarla giorno dopo giorno senza accorgersi che spesso dovrebbe diminuire le dosi o, meglio, lasciarla a dieta. La totale neutralità della rete è una sorta di utopia ma allo stesso tempo - per l’uomo politico e non solo - resta uno strumento da sfruttare per favorire i propri interessi.

Diversamente da quanto afferma Mark Zuckerberg (l’inventore di Facebook) Internet e social non sono politicamente neutri. I nuovi rapporti in rete sostituiscono i legami sociali primari? 
I legami sociali primari non vengono annullati ma si trasformano, si integrano costantemente. Le fasi sociali tra di loro non sono a compartimento stagno, non è che da un anno all’altro non sono più un essere che vive nella realtà e il giorno dopo sono un essere che vive nel solo virtuale. Nell’evoluzione sociale ci sono delle forme graduali di compenetrazione fra il vecchio e il nuovo modo di essere sociali, non si esclude l’uno e si impara ad utilizzare il nuovo; la differenza sta nel chi ha intenzione di utilizzare le massime potenzialità dei nuovi mezzi senza dimenticarsi del proprio vissuto e della propria personalità.

Gli otaku giapponesi sono persone che stanno inchiodate 24 ore su 24 davanti allo schermo del computer. Anche molti ragazzi al giorno d’oggi fanno un grande uso dei video giochi con le piattaforme come la Playstation. Quali rischi corrono coloro che vivono all’interno di un mondo virtuale? 
Ho sempre sostenuto che passare tante ore di fronte ad un pc non significa essere necessariamente alienati dal mondo che ci circonda, bisogna vedere che uso si fa della tecnologia. La tecnologia di per se è neutra, l’utilizzo non è neutro. È una questione di scelte e queste restano sempre scelte umane. Il discorso vale anche per le console. Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la dipendenza da videogiochi o “Gaming disorder” come una malattia mentale a tutti gli effetti. È stata inclusa nella bozza dell’undicesima Classificazione internazionale delle Malattie, che entrerà in vigore nel 2022.In questo caso è più giusto parlare di una tipologia di otaku (che sono appassionati in modo ossessivo di manga e anime) ossia i gēmuotaku, termine che identifica i maniaci dei giochi. Purtroppo il rischio, soprattutto per i più piccoli, è perdere stimoli, entusiasmo, creatività e concentrazione; oltre ad accrescere stress e nervosismo, lede il vero senso della vita che si manifesta nell’assaporare, in tutte le sue sfumature, la meraviglia della natura. Anche per gli adulti la differenza è poca: basta pensare ai videopoker attraverso i quali si possono compromettere significativamente gli aspetti sociali, personali, lavorativi ed affettivi della propria vita.

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