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Con il Def populista il ceto medio rischia la stangata


12/03/2018

di Artemisia


La prima prova che attende i partiti usciti vincitori dalla prova elettorale è il Def. Il Documento di programmazione economica e finanziaria contiene gli indirizzi di politica economica per l’anno in corso e per i successivi tre. È quindi lo specchio dell’indirizzo che il governo vuole dare al Paese in termini di spesa pubblica, di tagli agli sprechi e di investimenti. Le misure concrete sono espresse invece dalla legge di bilancio che è approvata in autunno. Il Def va approvato entro il 10 aprile secondo una regola che è uguale per tutti i Paesi dell’Unione europea. Il Def è composto di tre documenti: il Def vero e proprio con l’analisi e le tendenze di finanza pubblica, il Programma di stabilità dell’Italia e il Programma nazionale di riforma, in cui viene riassunta la strategia riformista, con un orizzonte di medio-lungo periodo. Ai tre documenti, dallo scorso anno, si aggiungono anche gli indicatori del Bes, il Benessere equo e sostenibile. 
L’approvazione dal Parlamento vincola il governo a seguire quell’indirizzo. In attesa di un governo, è quello di Gentiloni che lo prepara anche se in forma leggera. Il Def è importante soprattutto perché prepara la strada alla finanziaria di ottobre. Il documento in particolare deve dire cosa intende fare l’Italia con le clausole di salvaguardia, ovvero l’aumento dell’Iva per 12,4 miliardi nel 2019 e 19,1 miliardi nel 2020: se disattivarle facendo deficit contro le regole Ue o lasciarle scattare. 
L’appuntamento con il Def è il primo banco di prova dei partiti ed è inizialmente la piattaforma su cui creare una maggioranza di governo. E qui cominciano i guai perché le posizioni sono ancora molto distanti. Il ministro dell’Economia Padoan ha annunciato che presenterà un documento neutrale, in cui verrà prefigurato il trend dei prossimi anni per effetto dei provvedimenti già adottati, quindi senza nessuna variazione. I grillini hanno subito detto che non accetteranno un documento a scatola chiusa dal governo e che, considerato l’alto numero di parlamentari di cui dispongono, sono in grado di bloccare il testo se non sarà di loro gradimento. 
C’è il rischio di un corto circuito tra la definizione di una maggioranza e la formazione del nuovo governo e le scadenze di politica economica. Il nodo più grande da sciogliere è come possono trovare posto nel Def le promesse elettorali, tutte molto costose per la finanza pubblica, senza che facciano ripartire la spesa pubblica e quindi il deficit. 
Il documento che sta preparando Padoan confermerà una discesa del rapporto deficit-Pil per il prossimo anno allo 0,9 per cento (dall’attuale 1,5-1,6%) e una riduzione del rapporto debito -Pil al 127,1 (dal 130 previsto per il 2018). La crescita dovrebbe essere confermata all’1,5 per cento. Questo a bocce ferme. Ma tali valori rischiano di essere stravolti dall’introduzione delle misure di spesa dei partiti vincitori. 
Il reddito di cittadinanza del M5S costa tra i 15 e i 30 miliardi mentre per la flat tax della Lega servono almeno 46 miliardi. Senza compensazioni, ovvero altre tasse, salterebbe il risultato ottenuto di riduzione del deficit. 
Già circolano alcune indiscrezioni su dove andare a trovare i soldi. È rispuntata l’idea di rimettere l’Imu sulla prima casa e di alzare le imposte sulle seconde abitazioni. O colpire le eredità. Questo vorrebbe dire l’ennesima stangata sul ceto medio. La coperta è corta e al di là dei proclami elettorali il nuovo governo deve avere a che fare con Bruxelles.

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