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Cosa sta succedendo a New York se anche Denny Malone finisce dietro le sbarre?

Don Winslow torna in libreria con un romanzo da urlo. Le altre voci? Quelle di Biagio Goldstein Bolocan e della rimpianta Georgette Heyer


04/09/2017

di Mauro Castelli


Subito un numero uno che non ha bisogno di presentazioni. Ovvero l’americano Don Winslow, considerato uno degli autori più rappresentativi del poliziesco contemporaneo a partire dal primo ciclo di romanzi incentrati sul personaggio di Neal Carey. Una penna tagliente che si nutre di uno stile aspro e intrigante in abbinata a una piacevole leggerezza narrativa. Non a caso i suoi venti romanzi, vendutissimi, sono sbarcati nelle librerie di una marea di Paesi, tredici dei quali anche in quelle italiane per i tipi della sua casa editrice di riferimento, la Einaudi, che ora lo propone - in contemporanea mondiale - nel suo ultimo capolavoro, Corruzione (pagg. 542, euro 21,00), peraltro tradotto alla grande da Alfredo Colitto.
Un romanzo che si rifà alla benedizione di due numeri uno come Stephen King («Un trionfo, stile Il padrino, ma con più poliziotti») e Lee Child («Il miglior crime che sia mai stato scritto»), dal quale verrà tratto un film diretto da James Mangold, regista di Logan, e prodotto da quel geniaccio di Ridley Scott. La qual cosa non deve stupire in quanto ci troviamo di fronte a un nuovo incredibile affresco, arrivato sugli scaffali subito dopo Il cartello, di una città alle prese con le sue tante, troppe contraddizioni. Ovvero, «uno squarcio epico, impareggiabile su New York e le sue profonde lacerazioni».
Una metropoli dove ci si può aspettare di tutto. Che ad esempio possa finire in galera il sindaco, il presidente, persino il papa. Tutti ma non il poliziotto-eroe Denny Malone, lo sbirro che si è guadagnato il rispetto mettendo in piedi la migliore unità della Nypd; un tipo tosto che sa «in quali armadi sono nascosti tutti gli scheletri. Perché molti li ha nascosti lui». Già, lui, figlio di un altro esemplare poliziotto e fratello di un pompiere morto l’11 settembre, eroe decorato quanto contestato. Un sergente fuori dalle righe che, alla guida della sua unità (gli agenti scelti della Manhattan North Special Task Force, come Russo, Billy o Big Monty, sono «i più intelligenti, i più duri, i più rapidi, i più coraggiosi, ma anche i più cattivi. Quelli che tengono a bada la giungla e a Natale regalano, di tasca propria, un tacchino ai poveri»), ritiene un dovere fare piazza pulita del marcio che contamina le strade di Harlem, dove di pulito non c’è più nessuno. Sin quando, dopo diciotto anni di lavoro, il suo mondo gli si rivolta contro e anche lui finisce dietro le sbarre, in quanto il Male a sua volta lo travolge. E lui in galera a rimuginare, preoccupato per la moglie e i figli, ma anche per i fratelli di lavoro, per ciò «che sarà di loro dopo che li ha affondati nella merda fino al collo». E ora che è stato incastrato dai federali non gli resta che decidere chi sia meglio tradire.
Lui che era «un poliziotto - come ha avuto modo di annotare Enrico Deaglio - che affrontava di petto la corruzione, la droga, l’illegalità diventata sistema, e raccontava una New York violenta dove spesso sconfina nell’illegalità anche chi deve difenderla. D’altra parte è lo stesso autore ad ammettere che i suoi libri hanno bisogno di anni di documentazione e che mostrare la realtà funziona sempre».
Winslow, si diceva. La cui carriera è stata contraddistinta da grandi successi, come L’inverno di Frankie Machine, La lingua del fuoco e lo straordinario dittico sul cartello messicano composto da Il potere del cane e, come accennato, Il cartello, definito dal New York Times «un’opera monumentale».
Questo scrittore, che vive a San Diego, in California, località dove ha ambientato alcune delle sue storie, sa certamente di cosa parla nei suoi libri. In quanto - come abbiamo già avuto modo di annotare su queste stesse colonne - non ha mancato di attingere dalla sua iniziale attività di investigatore privato, che svolgeva in attesa di laurearsi in Storia, riempiendo le noiose pause degli appostamenti con la lettura («E in questo ambito, complici diversi mentori che mi hanno insegnato le regole del mestiere, avrei imparato a stare sulla strada, a comportarmi nel modo giusto, a pedinare un sospetto e a raffrontarmi con gli informatori. Tuttavia, per serietà professionale, tengo a precisare che soltanto da due indagini, peraltro arrivate a giudizio, ho preso spunto per le mie trame»).
Di fatto un eclettico personaggio che, strada facendo, si è dato da fare anche come giornalista, venditore di condimenti per insalata, comparsa cinematografica, consulente di studi legali e assicurazioni, guida di safari fotografici in Kenya nonché come regista teatrale e televisivo. Ferma restando la sua passione per la lettura, con preferenze legate a numeri uno del calibro di Elmore Leonard, Robert B. Parker, James Ellroy, Lawrence Block, Raymond Chandler e via dicendo. Un autore che era approdato al... crimine grazie a una nonna (ma sarà poi vero?) con le mani in pasta negli anni Trenta, al soldo dei mafiosi nella gestione delle scommesse e del gioco d’azzardo. Una donna che andava in giro armata di pistola nascosta nel reggicalze e che quando lui era ancora bambino lo fregava a poker e gli rubava persino i giocattoli.
Insomma, un immaginifico inventore di storie (nato a New York il 31 ottobre 1953) il quale, pur di regalarsi una patina di credibilità da scrittore maledetto sembra essere disposto a tutto. Fantasiose bugie comprese, pur proponendosi all’insegna della cordialità e della simpatia, visto che non si è mai fatto contagiare dalle luci della ribalta anche quando i suoi lavori lo avevano portato a essere considerato come uno degli autori più rappresentativi su piazza.

Voltiamo libro. Se volete tuffarvi in una storia che si rifà al passato, e più precisamente ai tempi della pubblicazione de Il dottor Živago di Boris Pasternak, non dovete perdervi la lettura de Il traduttore (Feltrinelli, pagg. 250, euro 16,00), un giallo intelligente e raffinato che trascina il lettore nell’Italia di fine anni Cinquanta, tra complessi intrighi internazionali e tortuose piste investigative. Ma anche un lavoro che sa accostare, in maniera raffinata e leggera, la brutalità della morte alla poesia della vita. Il tutto a fronte di un ritmo scorrevole che cattura e intriga, fatte salve alcune pause narrative quando la storia prende pieghe un po’ forzate o quanto meno di minore interesse. Ma si tratta soltanto di passaggi, in quanto l’autore sa ben presto ridare smalto al processo descrittivo regalando atmosfere ricche di adrenalina. Merito del milanese Biagio Goldstein Bolocan (nato sotto la Madonnina nel 1966), laureato in Storia e portatore di un «intenso impegno politico nell’organizzazione giovanile del Partito comunista italiano». Dalla cui penna sono usciti diversi manuali scolastici (ha infatti insegnato Storia e Italiano presso le scuole civiche serali, prima di proporsi come editor di materie umanistiche per le Edizioni scolastiche Mondadori), oltre che i romanzi Il lato oscuro della luna e Una guerra privata, entrambi pubblicati da Cairo. Venendo al dunque, Il traduttore si dipana tra intrighi e giochi di potere, dando voce a tutta la fragile bellezza delle passioni e spaziando, a detta dell’autore, «nel cielo infinito dell’immaginazione». Una storia di fantasia, quindi, che «si basa su un evento - l’assassinio del dottor Živago - mai avvenuto, ma che poggia i suoi pilastri portanti su un territorio formato da eventi realmente accaduti (la tragedia ungherese, la crisi di Suez), personaggi realmente esistiti (Gian Giacomo Feltrinelli, Boris Pasternak, Gaetano Baldacci, Silvio Leonardi, Italo Calvino, Antonio Giolitti), altri figurati e rielaborati in chiave fantastica e altri ancora né reali né figurati, ma semplicemente verosimili». Risultato? Un lavoro curiosamente innovativo («Un classico non invecchia mai, ma può tingersi di giallo») frutto di una approfondita ricerca, intelligente e ben ritmato, che si fa leggere che è un piacere. Detto questo spazio, alla sinossi: «Milano, ottobre 1956. Una città in rapida trasformazione e un anno cruciale nella scacchiera della Storia, nel quale si consuma la crisi dell’ordine scaturito dalla Seconda guerra mondiale e si addensano in cielo nubi oscure, dalla rivolta ungherese alla crisi di Suez, che sembrano preparare una nuova, immane tragedia. Ma nel 1956, nonostante le tensioni della Guerra fredda, Milano è anche una metropoli sferzata dall'energia del neocapitalismo, dove fioriscono tante nuove iniziative imprenditoriali che ne confermano il ruolo di capitale culturale del Paese». Alla neonata casa editrice Feltrinelli «si respira un’aria di trepidante attesa: l’editore ha scoperto un romanzo straordinario, Il dottor Živago di Boris Pasternak, un poeta russo inviso al regime, e ne sta preparando in gran segreto l’uscita in anteprima mondiale. La traduzione è affidata a Cesare Paladini-Sforza, raffinato slavista e uomo gradito a Pasternak, che solo di lui si fida. Quando Paladini-Sforza viene trovato morto nella sua abitazione in via Borsieri, il vicecommissario Ofelio Guerini - un’anomala figura di questurino-partigiano, ferrarese di nascita, milanese d’adozione, funzionario di pubblica sicurezza per caso, comunista per necessità morale, uomo del dubbio e della riflessione sfiancante, perdente per vocazione ma non per scelta - capisce subito che sarà un’indagine complicata: non è chiaro infatti se si tratti di un suicidio o di un omicidio, dato che la vittima lavorava a un’opera scomoda, destinata a suscitare grande clamore». Sta di fatto che «più Guerini procede nelle indagini sulla morte del traduttore, più affiorano piste oscure, si squadernano interessi politici internazionali e gli danzano attorno figure equivoche e sfuggenti, che cercano di condizionarlo e di orientare le indagini. In questo labirinto, l’inquieto Guerini dovrà trovare la bussola. La Storia incombe e gli impone di scegliere quale fra le tante storie possibili lo condurrà alla verità».

Dagli armadi del passato, per i tipi della casa editrice Astoria, arriva invece in libreria una chicca condita di «effervescente umorismo» che era stata data alle stampe nel 1936 in Inghilterra come The Talisman Ring, poi approdata sugli scaffali italiani nel 1979 come Talismano d’amore (una scelta firmata Mondadori). La nuova versione risulta invece intitolata L’anello (pagg. 242, euro 17,00, traduzione di Anna Luisa Zazo). Insomma, tre titoli che si sono alternati nel tempo, ferma restando la sostanza di questo romanzo dalle sfumature gialle, gradevolmente scritto dalla rimpianta Georgette Heyer e furbescamente ambientato fra beghe familiari e intrighi amorosi. Nata a Londra il 16 agosto 1902 (città dove sarebbe morta 72 anni dopo), questa autrice a soli diciannove anni (ma c’è chi ipotizza che di anni ne avesse soltanto 18) era già arrivata sugli scaffali con La falena nera, un lavoro scritto per divertire il fratellino convalescente. Un libro che in buona sostanza le avrebbe spalancato le porte di una carriera lunga quanto importante. Non a caso alla sua penna si rapportano oltre cinquanta romanzi - tradotti in mezzo mondo a conferma della sua abilità narrativa - “intessuti” di due diverse connotazioni: quelli storici, per la maggioranza ambientati nel diciottesimo secolo, e quelli gialli, che trovano la loro ideale ambientazione soprattutto fra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Di fatto scrivere le riusciva bene e la divertiva. Un modo peraltro utile a dare una mano in casa dopo la morte del padre e, successivamente, anche per aiutare il marito. E lo fece - repetita iuvant - guadagnandosi larghi consensi e sfornando bestseller a ripetizione. Sta di fatto che, in una Inghilterra ancora alle prese con la stretta morale vittoriana, la Heyer, per svicolare, decise di ambientare molti dei suoi romanzi all’epoca della Reggenza, in altre parole nel periodo compreso fra il 1811 e il 1820. Storie contraddistinte da una certa rilassatezza di costumi da parte dell’aristocrazia. Ma veniamo al dunque. Su quali elementi si regge la trama - fresca, leggera e divertente - de L’anello? Sulla fuga di Ludovic, un erede accusato di omicidio, e sul quotidiano di un serio gentiluomo di campagna, Tristram, «costretto a un matrimonio di convenienza per la parola data a un vecchio e burbero zio. In parallelo a tenere la scena sono l’impetuosa Eustacie e la posata Sarah, a loro volta obbligate a una vita noiosa in quanto donne, le quali non vedono l’ora di partecipare a un’avventura. E più questa si fa rocambolesca e pericolosa, più le due giovani si armano di entusiasmo e ingegno».

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