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Crediamoci: l'agricoltura biologica è una cosa seria

Il giornalista Stefano Genovese ci fa conoscere da vicino imprenditori, prodotti, tecniche di produzione e filosofie di una delle filiere più vivaci dell’economia


15/10/2018

di Tancredi Re


L’agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità delle specie domestiche (vegetali e animali) ed esclude l’utilizzo di prodotti di sintesi e degli organismi geneticamente modificati (Ogm). In buona sostanza l’agricoltura biologica si fonda sul rispetto dell’agrosistema e dell’ambiente pur essendo, in parte, basata sull’ausilio di fitosanitari che, però, non contengono sostanze di sintesi ottenuti attraverso processi chimici, ma di origine organica e naturale. 
Nell’uso e nella percezione comune, la parola biologico rimanda al concetto di sano, rispettoso dell’ambiente. E, in maniera ancora più estesa, ai comportamenti di produttori e lavoratori che devono essere improntati alla tutela e al rispetto delle leggi in materia di sicurezza e salubrità dei luoghi di lavoro, al riconoscimento agli addetti del settore di una retribuzione congrua e equa, al rispetto delle convenzioni e delle normative poste a protezione dell’ambiente (si pensi, ad esempio, ai prodotti dell’agricoltura equa e compatibile che devono essere realizzati proprio nel rispetto delle legislazioni ricordate).  
Non più tardi di vent’anni fa, i consumatori dei prodotti dell’agricoltura biologica erano considerati alla stregua di seguaci di filosofie orientali, mentre oggi per molti è diventata un’esigenza, per altri una moda radical chic o, con un’espressione un po’ logorata dall’uso massiccio che se ne è fatta, una moda che fa tendenza. Non solo, ma una volta varcata la soglia che separa il mondo bio da quello che possiamo definire convenzionale o tradizionale, i “convertiti” al biologico “duro e puro” sono stati assaliti dai primi dubbi amletici e hanno cominciato a manifestare le fisime. Esempio: ma se mangio bio, posso poi consumare la carne di allevamenti tradizionali, o rischio di farmi male con le mie stesse mani? E se nello scaffale ho terminato la bevanda a base di soia, posso eventualmente fare uso di latte vaccino, ma solo eccezionalmente, senza compromettere il mio benessere? E così via, con tutti questi interrogativi da far girare la (loro) testa! 
Nonostante lo scetticismo diffuso, e certe (incomprensibili) paranoie, il settore dei prodotti agro-zootecnici biologici va forte. Gli scandali alimentari scoppiati a cavallo degli anni Ottanta, Novanta e del 2000, come la BSE (l’encefalopatia spongiforme bovina, comunemente conosciuta come morbo della mucca pazza, una malattia neurodegenerativa infettiva che colpisce i bovini e in alcuni casi è stata trasmessa all’uomo), il vino al metanolo, il pollo alla diossina e così via da una pandemia all’altra, hanno dato, involontariamente, una vigorosa mano alla diffusione di un mercato e di prodotti considerati più salutistici. 
L’Italia, infatti, è il secondo Paese europeo nella produzione biologica con 1,8 milioni di ettari di superficie agricola (SAU), alle spalle della Spagna (2 milioni di ettari): una crescita impetuosa se si considera che dal 2012 al 2016 (non sono ancora disponibili dati più recenti) la superficie è cresciuta del 53%, facendo meglio della Francia che si è fermata al 49%. 
Tra le colture con maggiore incremento ci sono gli ortaggi (+48,9%), i cereali (+32,6%), la vite (+23,8%), e l’olivo (+23,7%), mentre a livello territoriale la maggiore estensione delle superfici è registrata in Sicilia con 363.639 ettari, cui seguono la Puglia con 255.831 ettari e la Calabria con 204.428 ettari. Il mercato premia i prodotti dell’agricoltura biologica: la quota bio dell’export agroalimentare italiano, secondo Nomisma, è di 2 miliardi di euro, mentre il mercato domestico, sempre nel 2016, è cresciuto del 3,5%. In pratica tre quarti delle famiglie hanno acquistato almeno un prodotto biologico e le motivazioni principali della scelta sono state la sicurezza alimentare e la qualità.  
Ma, per quanto abbia preso piede, resta pur sempre un mercato non accessibile a tutte le tasche, a causa dei prezzi più alti a cui sono venduti i prodotti dell’agricoltura biologica rispetto ai corrispettivi dell’agricoltura convenzionale. 
Da esperto e da consumatore, Stefano Genovese ha girato l’Italia per andare a conoscere da vicino chi sono i produttori, come nascono i prodotti, quali sono le tecniche di produzione, quali le filosofie che hanno ispirato i “protagonisti” del biologico sostenendoli nella loro attività non facile da avviare e mantenere in piedi, né sempre così redditizia. Così è nato il libro Il bio non è una bufala! (Piemme, pagg. 208, euro 17,50), nel quale l’autore (giornalista e blogger che scrive di alimentazione, cultura e spettacolo) propone ai lettori uno spaccato dell’economia e dell’imprenditoria biologiche. 
Più in particolare in questo libro vengono raccontate con gusto, piacevolezza, rispetto e attenzione molti case histories. Un libro che ci permette di conoscere da vicino un’altra Italia, che è ormai una realtà solida e in divenire, ma che probabilmente ha bisogno di essere riportata alla sua reale dimensione, sfrondandola sia dalle diffidenze, e dalle mistificazioni, sia dai facili entusiasmi.

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