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Delitti e misteri nel mondo dello sci norvegese. E Selma Falck indaga

Dalla penna graffiante di Anne Holt il via a una nuova avvincente serie gialla. A seguire la Venezia nera di Nathan Marchetti e il prete usuraio di Nicola Verde


21/09/2020

di Mauro Castelli


Creativa, capace di mischiare suspense e investigazione in un tutt’uno all’insegna di una scrittura che graffia e intriga. Giocando peraltro su una componente femminile capace di immedesimarsi in quella maschile a fronte di storie che hanno un loro perché; storie dure e violente abbinate a drammi relazionali che si nutrono di personaggi ben tratteggiati, capaci, in men che non si dica, di entrare nell’immaginario del lettore. La qual cosa non stupisce in quanto, nella vita della norvegese Anne Holt, troviamo di tutto e di più, complici esperienze lavorative quanto mai diversificate. 
Nata a Larvik il 16 novembre 1958, dopo essere cresciuta a Lillestrøm e Tromsø e aver frequentato il liceo negli Stati Uniti, nel 1978 si era trasferita a Oslo dove tuttora vive con la moglie Anne Christine Kjær (nota anche come Tine Kjær, a sua volta autrice nonché direttrice editoriale di Vigmostad & Bjørke) e la figlia diciottenne Iohanne. 
Lei che, oltre a proporsi come scrittrice di successo (con un venduto di dieci milioni di copie a fronte di una ventina di romanzi tradotti in chissà quanti Paesi), è stata giornalista: ha infatti lavorato dal 1984 al 1998 per la Norsk rikskringkasting, l’azienda radiotelevisiva di Stato norvegese, per poi tornarci per un anno - nel 1990 - come anchor woman per il notiziario Dagsrevyen. Lei che, oltre ad aver collaborato con la polizia di Oslo, strada facendo si sarebbe dedicata anche alla professione di avvocato e in seguito a quella politica, rivestendo per due anni addirittura il ruolo di ministro della Giustizia del suo Paese. 
Lei che aveva debuttato sugli scaffali nel 1993 con La dea cieca, primo romanzo della serie dedicata all’ispettrice Hanne Wilhelmsen, due dei quali, Løvens gap e Uten ekko, scritti in collaborazione con Berit Reiss-Andersen (a sua volta avvocato e donna attiva in campo politico). Serie bissata dai cinque lavori imbastiti sulle figure della profiler Johanne Vik e del detective Yngvar Stubø (che hanno peraltro beneficiato della trasposizione televisiva in Modus), in uno dei quali, La porta chiusa, si assiste all’improvvisa e misteriosa sparizione del primo presidente donna degli Stati Uniti. Un cenno, infine, ai due gialli legati alla figura di Sara Zuckerman scritti a quattro mani con Even Holt. 
E ora eccola tornare nelle nostre librerie, sempre per i tipi della Einaudi, con la “prima volta” dell’avvocatessa più famosa di Norvegia, Selma Falck, protagonista de La pista (pagg. 530, euro 20,00, traduzione di Margherita Podestà Heir). Una donna piena di guai (la sua vita privata è infatti un disastro), ma certamente unica nello sbrogliare anche le matasse più complicate. Una numero uno che in un recente passato era stata atleta di fama mondiale nonché legale di successo, in quanto socia di un prestigioso studio di Oslo. Ma a trascinarla nel baratro - nessuno è perfetto - sarebbe stato il vizio del gioco. 
Così dopo aver perso il lavoro, l’amore del marito e quello dei figli, rischia anche di essere radiata dall’albo degli avvocati. Così da un giorno all’altro si trova a doversi accontentare, per via dei debiti accumulati, di un appartamentino senza arte né parte nella zona più povera della città. Fortuna vuole che un suo vecchio cliente, Jan Morell, non si sia dimenticato di lei in quanto la ritiene la più brava su piazza. Per questo la incarica di indagare sulla scomparsa di sua figlia Hege Chin, campionessa di sci di fondo, trovata positiva al doping e pertanto a rischio squalifica a pochi mesi dalle Olimpiadi. 
Convinto che Hege sia stata sabotata, Jan offre a Selma il compito apparentemente impossibile di provarne l’innocenza. Non bastasse, mentre Selma accetta l’incarico e inizia a investigare, uno sciatore della nazionale di fondo, Haakoon Holm-Vegge, viene trovato morto dopo un allenamento. E l’autopsia rivelerà tracce della stessa sostanza presente nel sangue della ragazza. Da qui una serie di interrogativi: si tratta forse di un sabotaggio? Di un complotto? Di una vendetta radicata e sedimentata per quasi quarant’anni? Inoltre i due casi potrebbero essere collegati fra loro? Insomma, tante domande senza risposta. 
Ma c’è dell’altro: mentre l’indagine naviga a vista nel “marcio”, a inquinare ulteriormente le acque ci scappa un secondo cadavere. A questo punto Selma comincia a rendersi conto che la sua stessa vita è in pericolo, alle prese com’è con un mondo corrotto, deviante, ricco di bugie e di scandali che non accetta intrusioni. Tuttavia, sia pure con le dovute cautele, non ritiene giusto mollare. Fermo restando che “anche se credi di conoscere la risposta, non devi costruire prima il tetto della casa, ma scavare per gettare le fondamenta”. 
Risultato? Una storia “avvincente, originale, sorprendente”, asciutta quanto scorrevole. Come peraltro c’era da aspettarsi da una delle penne più gratificanti della narrativa scandinava.

Voltiamo libro. Dopo Giallo Venezia, sempre per i tipi della Fratelli Frilli, torna sugli scaffali Nathan Marchetti con Requiem veneziano. Un’indagine del commissario Enzo Fellini (pagg. 270, euro 14,90), intrigante lavoro dedicato al fondatore di questa ormai storica casa editrice genovese, Marco Frilli appunto, che “pur non avendolo conosciuto ne coltiva ugualmente una memoria condivisa”. Parole di apprezzamento peraltro allargate al “sapiente amministratore Carlo, suo degno figlio”. 
Per la cronaca Marchetti, laureato in Lettere moderne con una tesi sul regista svedese Ingmar Bergman, è nato nel 1973 ad Adria (in provincia di Rovigo) e vanta un’esperienza ventennale nel mondo dell’editoria. Di fatto un personaggio fuori dalle righe: risulta infatti diplomato anche in flauto traverso al conservatorio con diversi studi di composizione al seguito. E fuori dalle righe risulta pure la sua scrittura, che si propone a scatti e nervosa, a fronte di frasi a sbalzi, brevi quanto graffianti. A tratti magari eccessiva, in ogni caso certamente personale. Ferma restando la capacità di dare vita a personaggi singolari, autentici e soprattutto credibili. 
A tenere la scena, oltre a Venezia (una città che l’autore assicura di amare infinitamente: la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola… come diceva Thomas Mann), è il commissario Enzo Fellini, un uomo allergico alla tecnologia, con un debole dichiarato per le belle donne. Un poliziotto peraltro perspicace e intuitivo, profondo conoscitore delle umane debolezze. 
E appunto a Venezia, in una gondola alla deriva dalle parti della Basilica di San Marco, viene trovato il cadavere di una donna dai capelli corti, biondi, e dagli occhi blu. È una soprano tedesca di nome Gudrun Kessler: aveva quarantadue anni ed era venuta in città con la sorella Charlotte per partecipare a un concerto, ingaggiata dal compositore Marco Tressoldi a nome di Don Pierino Chiesa. L’anziano sacerdote, giunto alla fine dei suoi giorni, desiderava infatti che venisse eseguito un Requiem in occasione del suo funerale. Desiderava… 
Insomma, ordinaria amministrazione e nessun sospetto al seguito. Ma allora chi poteva volerla morta, questa cantante, e per quale motivo? Sta di fatto che di lì a poco ci scapperà purtroppo un nuovo omicidio: quello di un agente dei Ris incaricato di fare rilievi. Insomma, un altro bel mistero. Fatto salvo che, come si scoprirà, l’assassino ama firmare i suoi delitti come il Superuomo. Un pazzoide che potrebbe e avere a che fare con il filosofo Nietzsche? O forse una mente malata che cerca di espiare una colpa, ma quale? E cosa lo porta a prendere di mira cantanti liriche e poliziotti? 
Nonostante la gravità degli eventi, il questore Egisto Badalamenti è interessato soprattutto a tenersi buona l’opinione pubblica. Mentre a complicare ulteriormente le cose ci scapperà un piccante affaire de coeur tra Fellini e… Con un interrogativo al seguito: riuscirà, il nostro commissario, a risolvere il caso? 
In sintesi: un noir che emoziona e intriga ambientato in una Venezia ricca di fascino e di mistero, fra calli e campielli, nebbie autunnali e acque oscure; una storia in bilico fra suspense e ricerca della verità; un canovaccio che si nutre di una vicenda torbida e al tempo stesso fascinosa, sorretto come si conviene da una scrittura che si fa carico di una lingua incalzante, pronta a nutrirsi di garbate cadenze dialettali che in ogni caso non risultano ostiche al lettore. 


Della scuderia Frilli fa attualmente parte - dopo aver vagabondato di qua e di là - anche Nicola Verde, del quale viene proposto il suo romanzo d’esordio, Sa morte secada (pagg. 204, euro 14,90), un’indagine del maresciallo Dioguardi nel cuore nero della Sardegna. Un lavoro, pubblicato in prima battuta sedici anni fa da Flaccovio, ben strutturato e trascinante, che si nutre di una tragedia infinita, a fronte di una storia - annota Luigi Bernardi nella prefazione - giocata su singoli episodi che finiscono per incastrarsi nella vicenda centrale. 
A sua volta Roberto Mistretta dà voce alla sinossi di questo romanzo, ambientato negli anni Sessanta, che è stato semifinalista al festival noir di Courmayeur. “Il maresciallo Carmine Dioguardi, sposato senza figli, viene mandato in servizio dalla sua Campania a Bonela, centro agro-pastorale di una Sardegna in piena trasformazione economica dove il nuovo, vale a dire la costruzione di una fabbrica, deve trovare il modo di convivere con una civiltà risalente ai nuraghi e che talvolta risente ancora dell’influsso di riti arcaici e panteistiche credenze. Il corpo del piccolo Cosimo ucciso a colpi di pietra, spolpato dagli animali selvatici e fatto ritrovare a Fardighei, dove già un tempo era stata lasciata a mo’ di sacrificio al fiume una testa umana, dà il senso di quanto intricate per Dioguardi si presentino le indagini”. 
Cosimo è figlio di Natalia Frau, “bella e traviata che si mantiene prostituendosi in città. Il bimbo è affidato a sua sorella Costantina, ma un giorno scompare. Cosimo è figlio del peccato se è vero, come si mormora, che suo padre sia nientemeno che preide Bertula, il parroco di Bonela che ama il latte d’asina, pratica l’usura e ha tanti nemici che però lo temono. C’è poi il bandito Farore e c’è l’amore giovanile di Natalia che nasconde un segreto struggente e straziante”. 
Insomma, “un bel romanzo a più voci questo di Verde, dove alle indagini di Dioguardi si sommano le visioni di Costantina e un mondo tutto da scoprire e decifrare per andare in fondo finzas a sa morte secada, cioè fino a tagliare la morte per capire quanto profondo sia l’abisso umano”. 
A questo punto mirino puntato sull’autore, nato il primo marzo 1951 a Succivo, in provincia di Caserta - un paesotto di 8.600 abitanti che in origine si proponeva come un sobborgo dell’agro atellano (il suo nome proviene infatti dal latino sub se civus ager, a indicare che il terreno non era buono da coltivare) - anche se oggi vive a Roma con la moglie e un figlio. 
Fermo restando il suo amore per i luoghi e la cultura della Sardegna (“Io non sono sardo ma mia moglie sì, e l’isola la frequento da una vita. E di questa terra bellissima ho letto moltissimo, incuriosito peraltro dalle diversità. E poco importa se il mio maresciallo sia campano. Anche lui è infatti meridionale, benché venga trasferito nell’isola con tutti i preconcetti che esistevano mezzo secolo fa nei confronti dei sardi. Lui che era un emarginato già di per sé e a sua volta andava lì con un occhio razzista. In effetti, in Italia, c’è sempre un sud che sta più a sud del sud”. 
Che altro? Una penna con un debole dichiarato per Georges Simenon (“Nessuno ha raggiunto i suoi livelli nell’affrontare il male che c’è in ogni uomo. Per questo dobbiamo scrutarlo e analizzarlo, incontrare l’equilibrio precario tra male e bene”), oltre che capace di rapportarsi con prese di posizione scomode (“Mi dà fastidio leggere autori che imitano gli americani e si rifiutano di leggere la letteratura italiana. Tanto più che nei bestseller a stelle e strisce c’è omologazione. E io non accetto l’imitazione”). 
Nicola Verde, si diceva, che dopo aver dato alle stampe Sa morte secada avrebbe trovato confidenza con gli scaffali pubblicando - oltre a una lunga serie di racconti presenti in numerose antologie - Un’altra verità (vincitore del premio Qualità editori indipendenti); Le segrete vie del maestrale; La sconosciuta del lago (liberamente ispirato al caso di Antonietta Longo, la decapitata di Castelgandolfo, lavoro vincitore della sezione romanzi storici al Festival Mediterraneo); Verità imperfette (romanzo noir a più mani e a incastri multipli); Il marchio della bestia e Il vangelo del boia (lavoro incentrato su Mastro Titta, il boia del papa, semifinalista allo Scerbanenco e finalista al premio Acqui Storia, sezione romanzi storici).

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