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Denaro elettronico: l’Italia accelera, ma non abbastanza

Le considerazioni (e i numeri) dell’Abi in occasione del tradizionale seminario di Ravenna. Con qualche sorpresa al seguito


18/11/2019

di Tancredi Re


Si è discusso tra i tecnici della materia e ci si è divisi nell’opinione pubblica sulle misure adottate dal Governo per contrastare l’evasione fiscale nel disegno di legge di Bilancio 2020 e nel collegato. In particolare sulla progressiva riduzione dell’uso del contante, da un lato, e sull’incentivazione all’uso di strumenti elettronici di pagamento (bonifici, carte di credito e di debito e così via) dall’altro. Che ci sia l’evasione fiscale è innegabile, e l’uso del contante è uno dei modi per non pagare le tasse, soprattutto l’Iva sull’acquisto di beni e servizi, ma è poi vero che gli italiani usano ancora prevalentemente il denaro contante nelle transazioni commerciali e siano ancora poco inclini ad utilizzare gli strumenti di pagamento alternativi? È vero, ma la situazione sta cambiando. Come ha confermato l’Associazione Bancaria Italiana in occasione del tradizionale seminario con la stampa di fine anno che si è svolto nei giorni scorsi a Ravenna. 
Nell’impiego dei pagamenti elettronici, gli italiani sono ancora in ritardo: nel 2018 sono state realizzate 111 operazioni pro-capite (65 con carte di pagamento, 24 con bonifici, 20 con disposizioni di pagamento e il resto con assegni) contro 265 dell’area dell’euro (133 con carta, 65 con disposizioni per l’incasso, 61 con bonifici e 6 con assegni). Siamo praticamente ultimi, meglio di noi fanno Cipro (135), Malta (131) e la Grecia (112). Nel plotone di testa a fare l’andatura è l’avanzatissima Finlandia (con 232 operazioni a persona), seguita dai Paesi Bassi (505) e dal Regno Unito (453, ma il dato si riferisce al 2017). 
Nell’utilizzazione dei pagamenti influiscono le abitudini e gli aspetti culturali, piuttosto che il costo delle commissioni sui pagamenti digitali che in Italia (1,1%) sono inferiori alla media europea (1,2%). Cosa confermata proprio pochi giorni fa da Luigi Federico Signorini, vice direttore generale della Banca d’Italia ascoltato dalle commissioni Bilancio e Finanze del Parlamento sul Ddl di Bilancio e sulle misure antievasione del Governo. “Le commissioni applicate dalle banche e dagli intermediari che gestiscono i POS variano al variare del settore di attività. A fronte di una commissione media intorno all’1% del valore della transazione, si riscontrano livelli molto minori per la grande distribuzione che, grazie al peso contrattuale, riesce a ottenere condizioni più favorevoli. Le commissioni relativamente maggiori sono quelle applicate ai piccoli esercizi commerciali e ai bar”. 
Niente di nuovo sotto il sole, dunque? Niente affatto. Lo scenario sta mutando: negli ultimi cinque anni, dal 2013 al 2018 (da quando cioè è entrata in vigore l’Unione bancaria), abbiamo avuto un crollo nel ricorso agli assegni bancari (-37,9%) e a quelli circolari (-51,5%), e un boom dei pagamenti mediante le carte di pagamento (+71,6%), le disposizioni di incasso (+28,6%) e i bonifici (+10,9%). 
Insomma, stiamo facendo passi avanti nell’impiego degli strumenti elettronici di pagamento, anche se il divario con gli altri Paesi dell’area dell’euro resta ampio. E le buone notizie (se vogliamo considerarle tali) non finiscono qui. Oltre alla diffusione delle carte digitali, in Italia sono installati e operativi 3,2 milioni di POS (oltre un terzo del totale dell’intera area dell’euro). In pratica ci sono 5.200 POS ogni 100mila abitanti in Italia, contro i 2.800 ogni 100mila abitanti come media dell’area della moneta unica. Una cifra notevole considerato che, come ricordavamo sopra, il numero delle operazioni realizzate con strumenti alternativi al contante resta bassa. 
Come si spiega? I motivi sono due: anzitutto nel nostro Paese si registra la concorrenza più elevata in Europa tra i fornitori di strumenti di pagamento elettronici, ma soprattutto perché gli esercenti hanno più di un POS a testa (da uno o due come minimo fino a sette). Ma che bisogno c’è, vi domanderete, come abbiamo fatto noi quando lo abbiamo appreso, a tenerne più di uno?  Semplice e geniale ad un tempo: per potere usufruire, di volta in volta, delle condizioni più favorevoli, poiché in un mercato aperto alla concorrenza esse cambiano da un fornitore all’altro e tra una categoria e l’altra che ne fa uso. 
Dovrebbe risultare pacifico che utilizzare il denaro contante costa a tutti, ma ancora così non è. “Quello che ancora non si comprende pienamente - spiega  il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli - sono i costi non percepiti del ricorso al contante: per gli esercenti le perdite derivanti da furti e rapine da contraffazioni, dai sistemi di sicurezza e quelli assicurativi, di trasporto e di gestione; per i consumatori da furti e rapine, da contraffazioni, dal costo di prelievi da altra banca e dal costo dei bonifici effettuati in contante; lo Stato infine sostiene il costo per la stampa e la distribuzione delle banconote, c’è un contesto più favorevole a non adempiere agli obblighi fiscali e c’è anche minore equità sociale”. 
In conclusione: più che il costume e le abitudini, gli incentivi come quelli che il Governo intende offrire a chi acquisterà beni e servizi con strumenti alternativi al contante, potrebbero risultare più efficaci. In più il fatto che sono più facili, più sicuri e più convenienti da usare. Rinunceremo allora a usare il contante in favore degli strumenti di pagamento alternativi? Chi vivrà vedrà.

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