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Di quanti veleni è impastato un pane che ha il sapore del diavolo?

Valeria Montaldi graffia e intriga in cucina fra presente e passato, segreti e delitti. A sua volta Christi Daugherty punta sul nero della psicologia e Melba Escobar sulla bellezza


19/11/2018

di Mauro Castelli


Sono tre donne a tenere la scena, questa settimana, nella nostra rubrica di suggerimenti alla lettura: la milanese Valeria Montaldi, la statunitense Christi Daugherty e la colombiana Melba Escobar. Tre penne, brillanti quanto raffinate, arrivate sugli scaffali con tre storie che nulla hanno a che vedere una con l’altra, ma unite da un leitmotiv vincente: la scorrevolezza narrativa. In altre parole la capacità di proporre al lettore intrecci sorretti da una inventiva per certi versi unica, dove si muovono personaggi che lasciano il segno in un ambito di misteriosi avvenimenti. 
Ma andiamo con ordine partendo da chi gioca in casa, ovvero Valeria Montaldi, laureata sotto la Madonnina in Storia della Critica d’Arte, che dopo una ventina d’anni di giornalismo dedicato a luoghi e personaggi dell’arte e del costume milanese, nel 2001 aveva esordito “quasi per gioco” con Il mercante di lana. “Fu una sorta di sfida con me stessa - ha avuto modo di ricordare - nata per verificare se ero in grado di costruire un romanzo. Risultato? Mi venne pubblicato da Piemme a fronte di commenti lusinghieri sia da parte del pubblico che degli addetti ai lavori. Così continuai su questa strada, dando voce a Il signore del falco, Il monaco inglese, Il manoscritto dell’imperatore, La ribelle, La prigioniera del silenzio e La randagia”. Lavori premiatissimi, aggiungiamo noi, tradotti in otto Paesi: Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Serbia, Ungheria e Brasile. Ai quali si aggiungono anche un saggio e nove racconti. 
Più in particolare, mentre le trame dei primi sei romanzi risultano ambientate nel Medioevo e si snodano fra i castelli della Valle d’Aosta, i vicoli di Milano, i boschi del contado lombardo, le strade di Parigi e i canali di Venezia, la storia de La randagia si sviluppa in due epoche diverse, a fronte di altrettante storie noir che “si intrecciano nell’ambito di uno stesso enigma in un gioco di specchi fra personaggi del passato e del presente”. E su due piani temporali, peraltro distanti secoli l’uno dall’altro, è imbastito anche Il pane del diavolo (Piemme, pagg. 374, euro 18,90), un canovaccio che a sua avvolta attinge dai secoli andati per poi accasarsi nel 2016. 
Con l’autrice a spiegare, in una nota, come molti trattati di cucina siano stati elaborati proprio nel Medioevo presso le più importanti corti europee, in parallelo con la riconversione di alcuni antichi castelli in prestigiose dimore principesche, nell’ambito delle quali i “maestri di cucina” assumevano un ruolo determinante nell’accrescere il prestigio dei potenti presso i quali prestavano servizio. 
Come, appunto, accadde ad Amizon Chiquart, il cuoco in forza al castello di Chambéry, presieduto da Amedeo VIII. Colui che “compilò Du fait de cuisine, il trattato - annota l’autrice - cui mi sono ispirata nel dare voce a questo romanzo, oltre a ricavare le ricette citate nella narrazione. Tanto più che in questo ricettario il cibo viene innalzato a straordinaria forma d’arte”, con non poche assonanze - sia in termini di prodotti che di necessaria igiene - fra le preparazioni di ieri e quelle di oggi. Ricordando peraltro che le tante personalità tirate in ballo in questo lavoro appartengono alla realtà storica. Per contro “la vicenda del falso ricettario, intorno al quale ruota la trama, è frutto di invenzione letteraria, così come il toponimo Terrier, immaginaria località sita nei pressi del castello di Fénis”. 
E appunto nel castello di Fénis, siamo nel 1416, incontriamo Marion, una cuoca straordinaria. “Le sue origini saracene ne hanno forgiato il gusto: le spezie, gli aromi, i condimenti insoliti con cui arricchisce i piatti entusiasmano il palato dei nobili commensali riuniti a banchetto. Talento e inventiva, tuttavia, non bastano a farle ottenere rispetto e considerazione: vessata da Amizon Chiquart, il celebrato maestro di cucina del duca Amedeo di Savoia, è costretta a subire umiliazioni continue, accettate sotto l’amara maschera della deferenza. Sì, perché lei è solo una donna e non potrà mai ambire a un ruolo superiore a quello di sguattera. O almeno così crede Chiquart, sottovalutando la tenacia, il coraggio e la rabbia che animano Marion. E soprattutto ignorando che un’inutile saracena sappia leggere e scrivere. L’ultima scelta di una donna coraggiosa, che a guardar bene rappresenta la sua vendetta”. 
Un salto in avanti nel tempo e approdiamo nell’inverno del 2016, sempre a Fénis. Dove nel bosco viene trovato il cadavere di una donna, Alice Rey, con la gola squarciata. L’indagine sul delitto viene affidata al maresciallo Randisi del Comando dei carabinieri di Aosta. “Da subito, gli indizi convergono sul marito della vittima, Jacques Piccot, chef stellato del ristorante di proprietà della moglie e appassionato collezionista di antichi ricettari. Le indagini sembrano confermare i primi sospetti, ma un secondo omicidio scoperchia un calderone pieno di segreti, rancori e ricatti che coinvolge l’intero ristorante. E a Randisi (un riuscito personaggio che avevamo incontrato per la prima volta ne La randagia e al quale avevano augurato lunga vita) non resta che scavare a fondo fra presente e passato per scoprire di quanti veleni sia fatto un pane che ha il sapore del diavolo...”.

Le prossime note sono meritatamente riservate alla debuttante Christi Daugherty, capace di travasare l’esperienza maturata come cronista di nera in una testata texana (con tanto di riconoscimenti per la battaglia portata avanti contro la criminalità e la corruzione locale) in un thriller psicologicamente disturbante che ha conquistato le librerie di un nutrito numero di Paesi, Stati Uniti  compresi, a fronte - partendo dall’Inghilterra dove l’autrice abita da una decina di anni avendo sposato un regista inglese - di un grande lancio coordinato a livello internazionale. 
Risultato? Replica di un omicidio (Corbaccio, pagg. 474, euro 19,90, traduzione di Rita Giaccari), un romanzo condito di mistero e suspense, di frasi brevi quanto serrate, oltre che sorretto da un ritmo narrativo di prim’ordine. Per non parlare di una ben caratterizzata protagonista, Haroper McClain, “una combinazione di forza e vulnerabilità - secondo Sarah Hodgson, editor di HarperCollins - che terrà i lettori incollati alle pagine”. Una donna grintosa e determinata che, guarda caso, è anche una reporter di un certo peso. 
Ovviamente - lo si sarà intuito - si tratta di un romanzo nato dall’esperienza giornalistica sul campo della Daugherty, a fronte di un canovaccio che - annotano in casa Corbaccio - ricorda quello de La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Giocando fra il nero della cronaca e gli omicidi, il giallo investigativo e una storia d’amore e di amicizia. 
Detto questo spazio alla trama. “Harper McClain ha dodici anni quando, rientrata da scuola, scopre il corpo di sua madre riverso sul pavimento della cucina, nudo e accoltellato a morte. L’omicida non è mai stato scoperto. Harper, ormai adulta (sono passati quindici anni), è diventata il miglior cronista di nera della città di Savannah, in Georgia; Smith, il poliziotto che aveva seguito le indagini, l’ha presa sotto la sua ala protettrice ed è una specie di mentore per Harper che, però, ha anche sviluppato una pericolosa attrazione per Luke Walker, un investigatore che lavora sotto copertura”. 
Quando “Marie Whitney, impiegata al college locale, viene trovata morta in casa sua, Harper è la prima giornalista ad arrivare sulla scena del delitto. E per lei è un terribile déjà-vu: la donna è stata accoltellata e giace nuda sul pavimento”. Non si tratta quindi una coincidenza, bensì della replica esatta dell’omicidio di sua madre. Lei poteva infatti ripercorrere senza alcuna fatica ogni secondo del giorno in cui era rimasta orfana. Partendo da quando stava rientrando a casa felice e contenta, canticchiando a bassa voce, del tutto inconsapevole che la vita, così come la conosceva, già non esisteva più. E il sangue rosso di sua madre avrebbe riempito per sempre i suoi ricordi, lasciandole un trauma che non l’avrebbe più abbandonata. Alla stregua di un film bloccato nella sua memoria. 
È per questo che Harper ritiene che se troverà l’assassino di Marie avrà trovato anche quello di sua madre. Nessuno crede però a questa teoria. Sia il suo capo che la polizia sono infatti certi che si tratti di una coincidenza, ma niente e nessuno riusciranno a distoglierla da un’indagine che per lei è diventata una specie di ossessione, in altre parole la sua ragione di vita. Anche se non sa quanto le potrebbe costare la scoperta della verità. Perché la verità ha sempre un prezzo, a volte davvero alto...

In chiusura di rubrica un’altra mano calda del giornalismo, quella della colombiana Melba Escobar, quarantaduenne editorialista dei quotidiani El Espectador ed El Pais, della quale Marsilio propone un romanzo impregnato di una velenosa scrittura, maliziosamente portata avanti all’insegna della semplicità; un romanzo che a partire dal 2015 ha conquistato i lettori di diciotto nazioni e del quale Netflix si è aggiudicato i diritti televisivi. Stiamo parlando de La Casa della bellezza (pagg. 220, euro 16,00, traduzione di Giulia Zavagna), un lavoro di denuncia della cultura classista e misogina in essere nel suo Paese. In quanto, come si sa, la narrativa di settore lascia ampi spazi di critica e accusa - giocando a rimpiattino fra realtà e fantasia - al potere e alle istituzioni. 
Di fatto c’è una voce narrante (ma non è la sola) a raccontare la sua storia, “una storia come tante altre”. Un espediente narrativo che parte da lontano: da quando il padre, un emigrante francese, era arrivato in Bolivia grazie a una gara d’appalto per costruire una centrale siderurgica. Per poi precisare di essere nata (più di cinquant’anni fa) a Bogotà, crescendo come tanta gente della su stessa classe sociale come straniera, in altre parole “vivendo in un Paese trincerato”. Alle prese cioè con la preoccupazione di sentirsi al sicuro, ma anche sempre al centro dell’attenzione. “O, secondo la paranoia di mio padre, a costante rischio di rapimento”. Insomma, non certo un bel vivere. A fronte di una ulteriore amara considerazione: “Alla Colombia non sono mai riuscita ad adattarmi mentre in Francia - dov’ero fuggita per studiare - sono sempre stata una straniera”. 
Questa donna si chiama Claire Dalvard, di professione fa la psicoanalista ed è amica d’infanzia di Lucia, moglie separata di uno scrittore di successo (Eduardo Ramelli), mentre un’altra compagna di scuola, Rosario Truillo, ha sposato il potente ministro Anìbal Diazgranados, un uomo ricco, spietato quanto violento. 
Un lungo preambolo, questo, per inquadrare il contesto e arrivare al dunque, incentrato su quel che succede in un centro estetico di lusso in abbinata al misterioso omicidio di una ragazza. A fronte di un graffiante atto di accusa: mentre tutt’intorno dilaga la corruzione, la miseria e la violenza, per la verità-vera non c’è sempre giustizia. In buona sostanza a tenere banco è una classe politica arrogante e corrotta, non certo preoccupata della miseria della gente ammassata nella periferia di una megalopoli dove a farla da padrone è la fame (e, di riflesso, la malavita, lo spaccio di droga e la prostituzione) mentre nei quartieri alti il lusso e l’ostentazione sono di casa. 
Il centro in questione, come da titolo, è “La Casa della bellezza”, attivo nell’esclusiva Zona Rosa di Bogotà, dove lavora Karen Valdès, una giovane donna di origine africana bellissima, sensuale quanto ingenua. Certamente una delle estetiste più richieste. Ma Karen - che viene da Cartagena, dove ha lasciato un bimbo di quattro anni e per poterlo riabbracciare ha un gran bisogno di quattrini - non è solo brava a fare manicure, cerette e massaggi. È anche attenta a fare tesoro delle confidenze e dei segreti delle sue clienti, donne ricche, mogli-madri-amanti di politici influenti, vip di turno, personalità televisive. Personaggi insomma che incarnano ed esercitano il potere in tutte le sue diverse declinazioni. 
In tale contesto succede che una delle sue clienti, la giovane Sabrina, venga trovata morta il giorno dopo averla incontrata. La ragazza era arrivata al suo appuntamento con ancora addosso l’uniforme della scuola, emozionata e forse anche un po’ su di giri. E Karen, l’ultima persona ad averla vista viva, è anche l’unica a sapere chi doveva incontrare. Partirà da questo fattaccio un complesso caso di malagiustizia che, come una spirale, si avvolgerà intorno alla nostra protagonista, l’anello più debole di un meccanismo che impedisce ai potenti di pagare per le proprie colpe e che non lascia scampo a chi vi rimane incastrato. E una donna, tanto più se povera e appartenente a una minoranza etnica, è il candidato colpevole ideale. 
In sintesi: un romanzo di denuncia che si legge che è un piacere; una storia ben strutturata e incentrata su un delitto sul quale non indaga la polizia, ma un detective privato ingaggiato dalla madre della vittima, morta subito dopo il ricovero in ospedale. Dove il caso viene peraltro spacciato per suicidio. Ma quando mai una ragazza che si va a far depilare in un centro estetico per incontrare il suo lui vorrebbe togliersi la vita?

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