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Due tentati omicidi, una sola pistola, un odio antico che si trasforma in una pericolosa vendetta

Charlotte Link, autrice da oltre 30 milioni di copie, rimette in pista Kate Linville, intrigante sergente di Scotland Yard. Sugli scudi anche Alex Connor e una riproposta di Jean Hanff Korelitz


01/03/2021

di MAURO CASTELLI


Un più che gradito ritorno: quello di Charlotte Link, che torna nelle nostre librerie con la quarta indagine - intitolata Senza colpa (Corbaccio, pagg. 394, euro 19,60, traduzione di Alessandra Petrelli) - che vede in scena il sergente investigativo di Scotland Yard, Kate Linville, una detective che, passo dopo passo, ha catturato una marea di lettori in mezzo mondo (basti ricordare che soltanto in Germania questa autrice ha venduto trenta e passa milioni di copie e oltre un milione in Italia a fronte di 25 romanzi e un memoir pubblicati). 
La qual cosa non deve stupire in quanto la mano calda di questa scrittrice sa dove andare a parare. Dando voce a storie che non concedono tregua, imbastite su intrecci dai sorprendenti incastri e sorrette da personaggi che hanno sempre, anche senza darlo a vedere, un loro perché. Una penna della quale, alcuni anni fa, abbiamo tracciato un profilo in buona parte inedito, frutto di una lunga quanto cordiale intervista in occasione di una sua trasferta milanese. Chiacchierata i cui contenuti meritano, almeno in parte, di essere riproposti. 
Una donna garbata, cordiale, disponibile. Abile nel rapportarsi con l’interlocutore all’insegna di una robusta disponibilità. Un’autrice che si porta peraltro nel Dna l’arte del saper scrivere. “Mia madre Almuth, insegnante di tedesco e di musica, è stata anche autrice e giornalista. Ed è grazie a lei se mi sono appassionata alla lettura quand’ero ancora piccola, leggendo di tutto e di più. La qual cosa - a fronte di una infanzia bellissima e libera - mi avrebbe spinto a diventare scrittrice”. Finendo per proporsi come solista di livello, una di quelle scrittrici che raramente sbagliano un colpo. Capace, in altre parole, di coinvolgere il lettore all’insegna delle emozioni forti abbinate a spruzzate di sentimento, come si conviene a una penna che non ama nascondere la sua parte più femminile.
Lei enfant prodige che aveva iniziato a scrivere il suo primo lavoro, Die schöne Helena, ad appena 16 anni, per poi concluderlo tre primavere dopo e pubblicarlo a 20; lei che è nata il 5 ottobre 1963 a Francoforte sul Meno, mentre oggi vive a Wiesbaden
(con puntate nel Sud della Francia dove possiede una seconda casa) con il marito, due figli - uno suo e l’altro piacevolmente ereditato dal marito - nonché “tre cani di nome Emi, arrivato dalla Grecia, Fini, salvato in Romania, e Ada, portato a casa dalla Spagna”. E il perché è presto detto: Charlotte si propone come membro attivo del Peta, organizzazione internazionale non profit a sostegno dei diritti degli animali e dei cani abbandonati in particolare. 
Che altro? Una autrice semplice e intrigante al tempo stesso, laureata in Giurisprudenza, che deve la sua fama a una robusta versatilità: non a caso, dopo aver dato voce a una serie di romanzi a sfondo storico, si sarebbe specializzata in thriller psicologici di ampio respiro; lei che si porta al seguito un debole dichiarato per “la scrittrice britannica Mo Hayder, molto nota in Germania”, ma anche per i romanzi di Samuel Beckett e di Nicky France; lei che, oltre a leggere, fa jogging, ferma restando la sua vera passione: “quella appunto per i cani”; lei che caratterialmente si definisce “ambiziosa, disciplinata, sensibile e interessata alle persone”; lei che vorrebbe proporsi “più gioiosa”, ma “sfortunatamente - tiene a precisare - mi manca qualcosa”; lei che strada facendo ha fatto incetta di premi letterari. 
Che altro? Una penna legata da scadenze contrattuali e che pertanto lavora a ritmi impiegatizi. “Generalmente dalle 8 alle 16, sino al rientro di mia figlia da scuola”. Con una curiosità al seguito: “Soltanto sette dei miei libri sono ambientati in Germania, tutti gli altri in Inghilterra. Un Paese dove vado spesso e ho molti amici. Fermi restando adeguati sopralluoghi nei posti dove intendo ambientare la storia”.  
A conti fatti un’autrice come se ne incontrano poche nella narrativa di settore, portatrice di una robusta capacità nel manipolare al meglio le deviazioni dell’animo umano. 
Detto questo spazio alla trama del citato romanzo Senza colpa, imbastito su un odio antico che si trasforma in vendetta. Detto così niente di nuovo sotto il sole. Se non fosse per la malizia narrativa di questa autrice, che riesce a trasformare l’ovvio in intrigante racconto; il banale in raffinato pensiero; le menzogne in mezze verità, con tutte le conseguenze del caso. Riuscendo, in buona sostanza, a far combaciare una serie di spunti narrativi senza un nesso apparente - leggi concatenamento di eventi fra passato e presente - regalando al lettore un finale sorprendente. 
Cosa succede è presto detto. In una calda giornata estiva Kate Linville, una donna a suo dire con poco carattere e senza grandi qualità, si trova sul treno che da Londra la conduce al commissariato di Scarborough nello Yorkshire, il suo nuovo posto di lavoro. Ma anche un luogo legato alla sua infanzia e agli ultimi casi su cui ha investigato. 
Improvvisamente una donna le chiede aiuto: è inseguita da un tizio armato, che tenta di ucciderla sparando un colpo di pistola prima di dileguarsi. Contemporaneamente la cittadina costiera è sconvolta da quanto è successo a un’insegnante di liceo, che rischia la paralisi in seguito a una caduta in bici dovuta a un cavo teso sulla strada da uno sconosciuto, che prima di fuggire a sua volta le ha sparato. Due donne che non si conoscono e che nulla hanno a che fare l’una con l’altra. Eppure, la pistola che ha sparato è la stessa. 
Ma se l’arma è il collegamento tra i due tentativi di omicidio, quali altre relazioni ci sono? Kate, prima ancora di prendere ufficialmente posto nella nuova sede, si trova fra le mani un’indagine complessa e ulteriormente complicata dal fatto che il suo diretto superiore e amico, Caleb Hale, è stato momentaneamente sospeso dal servizio. Per non parlare della volontà di troppi nel voler custodire gelosamente dei segreti dietro un muro insormontabile di silenzio, menzogne e paura, vecchio di anni. Quando quel muro comincerà pian piano a sgretolarsi, sempre più persone saranno in pericolo di vita, ma nessuno vorrà rivangare il passato. O, forse, quasi nessuno… 
In sintesi: un lavoro introspettivo e angosciante (“Stiamo tutti vivendo in un tempo di grande incertezza e insicurezza”), a fronte di una vicenda segnata da scelte difficili e caratterizzata da personaggi frustrati, a volte anche sofferenti. Sui quali finisce per pesare il peso delle scelte. In ogni caso un canovaccio che intriga, di piacevole quanto intrigante leggibilità. 


A questo punto un gradito ritorno: quello dell’inglese Alex Connor che, dopo la serie dedicata ai segreti, ai misteri e alle intemperanze che caratterizzarono la vita di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (“Una mia ossessione sin da quando ero bambina”); ad averci intrigato parlandoci di altri geni, come Francisco Goya, Giorgione, Hogarth, Tiziano e Bosch (fermo restando un debole dichiarato per Artemisia Gentileschi, una “donna moderna, affamata di vita e di potere, ricca di sesso e di violenza”); dopo aver offerto ai lettori una doppia immagine della Venezia dei tempi andati, torna a parlarci della città lagunare e dei suoi lati oscuri in Venezia Enigma (Newton Compton, pagg. 384, euro 12,00, traduzione di Tessa Bernardi). E lo fa con una gradevolezza narrativa che sembra migliorare, se possibile, libro dopo libro. A fronte di una ambientazione cupa quanto intrigante e personaggi che lasciano il segno nell’immaginario del lettore. 
Ma prima di addentrarci nella storia, mirino puntato su questa autrice capace di conquistare e sedurre anche i palati più esigenti, complice fra l’altro un approfondito lavoro di ricerca (“Generalmente dedico tre mesi a inquadrare vicende, luoghi e personaggi, per poi impiegarne altri sei per la scrittura vera e propria”). 
Risultato? Una penna, quella della Connor, capace di sedurre all’insegna di una robusta forza narrativa, giocando a rimpiattino fra suspense e cultura, ma soprattutto miscelando al meglio presente e passato, il mondo dell’arte con quello dell’azione, la fantasia con la realtà, la storia con la fiction. Complice peraltro la sua valenza di pittrice (“Ho esposto i miei quadri in diverse mostre, a partire da Londra”), caratura che le ha consentito, strada facendo, di entrare nella vita e nelle opere dei grandi artisti del passato con cognizione di causa. 
Per la cronaca Alex (Alexandra) Connor è nata e cresciuta in Inghilterra, è stata educata in una scuola privata dimostrando un precoce debole per la pittura (“Non a caso ho trascinato i miei genitori in pazzi vagabondaggi per le gallerie di tutta Londra”). Lei che attualmente vive a Brighton, nel Sussex, “una città bellissima affacciata sul mare - tiene a precisare - con grandi residenze georgiane dipinte di bianco che guardano oltre la Manica e la gloriosa campagna solo a un miglio nell’entroterra”. 
Alex, si diceva. Una donna piacente che adora l’Italia (“A Roma mi sento come a casa”) e che prima di arrivare al successo letterario aveva intrapreso diverse carriere: così era stata modella nonché assistente personale di un chirurgo cardiaco, ma aveva anche lavorato in una galleria d’arte (“L’arte - sono parole sue - è infatti il respiro della mia vita”) prima di dedicarsi alla pittura e alla narrativa a tempo pieno. 
Ferma restando la sua passione per la lettura, con un occhio di riguardo per la narrativa, “impregnata di crudezza”, che arriva dal Grande Freddo. Come quella uscita dalle penne di Henning Mankell, Jo Nesbo e Hakan Nesser. Interesse peraltro allargato alle penne di Scott Turow e J.W. Hall, nonché a quelle di “scrittori del passato come Dickens, Balzac, Dante, Zola, Tolstoi e Manzoni, portatori di grandi valori umani, come amore, rabbia, rivalità e perdita”. 
Lei che era arrivata sugli scaffali quasi per caso e a seguito di una doppia brutta esperienza: “Dopo essere stata vittima di uno stalker, che mi aveva aggredita a Londra, e mentre mi stavo riprendendo da un’operazione lessi un libro e mi dissi che forse avrei potuto scriverne uno anch’io. E così feci. Ma il risultato non fu esaltante. Tuttavia l’editore, al quale lo avevo inviato, vide qualcosa di buono nella mia scrittura. Così mi diede dei consigli e mi commissionò un romanzo…”. 
Detto questo spazio alla trama di Venezia enigma, un thriller che logicamente si riallaccia ai due precedenti della serie, quindi ambientato nel Sedicesimo secolo, e che risulta legato a un interrogativo: chi riuscirà a smascherare i Lupi di Venezia, i misteriosi individui dei quali non si sa il nome, che agiscono pericolosamente nell’ombra, che si accaniscono contro giovani donne innocenti? 
Venezia si diceva, una città ombrosa, crudele e sanguinaria, ricattatrice e corrotta, che ai tempi della nostra storia male si rapportava con il suo antico ruolo di regina, punto di approdo e di partenza di viaggiatori da e per tutto il mondo. Un luogo comunque unico (Se non fossi il re di Francia, ebbe a dire Enrico III, vorrei essere un suo cittadino), dove nei due libri precedenti abbiamo già incontrato Marco Giannetti, assistente di bottega del celebre pittore Tintoretto, alle prese con le conseguenze non sempre lineari delle proprie azioni. 
Non a caso, “corrotto dallo scrittore Pietro Aretino, al cui ricatto ha piegato il suo volere, si trova odiato dagli ebrei del ghetto che lo incolpano di un crimine atroce. E più passa il tempo più si convince che il denaro sia un subdolo alleato: invece di proteggerlo, ha per contro messo in pericolo la sua vita”. 
Sta di fatto che per uscire dai guai, dopo un disperato tentativo fallito di assassinare il suo aguzzino, Marco Gianetti fugge con la sua amante, Tita Boldini. Angosciato dai crimini che pesano sulla sua coscienza, in cerca di redenzione si è infatti rivolto all’enigmatico olandese Nathaniel der Witt. Ma der Witt brama vendetta: è giunto a Venezia per indagare su una serie di brutali omicidi che hanno sconvolto la città; omicidi legati ai famigerati “Lupi”, ai quali non può certo perdonare l’assassinio di sua figlia. 
Con il nuovo alleato, sotto la minaccia dello spietato Pietro Aretino, der Witt inizia la sua ricerca. Mentre a uno a uno i Lupi cominciano a essere scoperti, Marco Gianetti crede di aver trovato finalmente la pace. Ma la vita di qualcuno che gli è molto vicino potrebbe essere in grave pericolo e una spia un tempo fedele ad Aretino, Adamo Baptista, minaccia di svelare i suoi segreti: la Serenissima è sempre più un luogo sinistro e la sete di sangue dei Lupi di Venezia non è ancora placata... 


A questo punto una riproposta, da parte della Piemme, di un serratissimo thriller psicologico, tanto intrigante quanto sconvolgente (“Dopo averlo letto, non riuscirete più a fidarvi di nessuno. Tantomeno di vostro marito”), firmato dall’americana Jean Hanff Korelitz. Un lavoro pubblicato in prima battuta dalla casa milanese nel 2016 sotto il titolo di Una famiglia felice e ora tornato sugli scaffali come The Undoing - Le verità non dette (pagg. 484, euro 19,00, traduzione di Elena Cantoni). Complice l’attualità. 
Nel senso da questo bestseller è stata tratta la serie Tv The Undoing, prodotta dalla Hbo, diretta da Susanne Bier e interpretata da Nicole Kidman, Hugh Grant e Matilda De Angelis. Serie girata a New York e Kingston in quanto le riprese, inizialmente pianificate a Shelter Island, erano state curiosamente cancellate a causa delle proteste degli abitanti. 
Nata a New York il 16 maggio 1961, sposata dal 1987 con il poeta nordirlandese Paul Muldoon dal quale ha avuto due figli (Dorothy e Asher), Jean Hanff Korelitz aveva debuttato nel 1989 con una raccolta di liriche, The Properties of Breath, per poi dare voce sette anni dopo al suo primo romanzo, La parola ai giurati nelle versione italiana proposta da Sonzogno, seguito da altri sei lavori di narrativa (l’ultimo dei quali intitolato The Plot, edito negli States all’inizio di quest’anno), un testo teatrale e un libro per ragazzi. 
Detto questo spazio alla sinossi de Le verità non dette. Grace Reinhart Sachs conduce una vita praticamente perfetta a Manhattan, dove fa la psicoterapeuta e si dedica alla raccolta fondi per la Rearden Grace, abita in una bella casa e ha una splendida famiglia composta da Henry, il figlio dodicenne, e il marito Jonathan, oncologo pediatrico di fama. Non solo: è anche in procinto di pubblicare un libro di consigli per tutte quelle donne - come accade molto spesso alle sue pazienti - che si fidano troppo dei loro uomini. 
Un libro ricco di suggerimenti, del tipo: non fidarti della prima impressione; ascolta l’istinto anche quando ti dice cose che non vuoi sentire; è più facile annullare una festa di nozze che dieci anni di matrimonio. Frasi che ha peraltro ripetuto tante volte alle sue pazienti, senza mai pensare che, un giorno, sarebbero potute valere anche per lei. 
Quel giorno purtroppo arriva quando suo marito una sera, inaspettatamente, non torna a casa da un convegno nel Midwest. Nel tentativo di rintracciarlo, Grace scopre che si è lasciato dietro il BlackBerry e che, soprattutto, da settimane non si faceva più vivo nel suo ospedale. 
Quando, nelle stesse drammatiche ore, la madre di un compagno di scuola di Henry viene trovata morta nel suo appartamento, vittima di un’aggressione, la paura di una verità terribile si fa strada in Grace. La quale si rende conto che forse è giunto il momento di ascoltare quella voce fastidiosa che le sussurra all’orecchio cose che non vorrebbe sapere...

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