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Ecco come evitare i nuovi crack finanziari analizzando tre grandi crisi

Angelo Baglioni propone un percorso attraverso i principali interventi che sono stati compiuti nel campo della regolamentazione dei mercati, evidenziandone le criticità e i possibili rimedi


05/11/2018

di Giambattista Pepi


Che cosa hanno in comune la depressione del 1873-1895, il crollo di Wall Street del 1929 e la crisi dei mutui subprime del 2007-08? Nella Grande depressione del 1873-95 furono i dazi doganali a deprimere l’economia: alcuni Stati producevano beni in surplus che, però, altri non potevano acquistare poiché venivano resi troppo costosi dalle tariffe all’importazione imposte per favorire i produttori interni. Negli anni successivi alla fine della Prima guerra mondiale lo sviluppo era stato invece sostenuto dai risparmi accumulati durante il conflitto bellico e dai bassi tassi d’interesse. 
Queste condizioni favorevoli generarono un periodo di prosperità e di progresso socio-economico trainato soprattutto dal settore automobilistico che, a sua volta, fece da volano alla crescita trascinando con sé altri settori. Sembrava quindi essersi innescato un circolo virtuoso: l’alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questa circostanza favorevole favoriva quindi gli investimenti che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. 
Agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose però una proporzionata crescita del potere d’acquisto. Tuttavia la causa principale che portò al crollo di Wall Street fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali tramite misure protezionistiche con forte freno al libero commercio. 
La crisi dei subprime è stata una crisi di natura finanziaria scoppiata alla fine del 2006 negli Stati Uniti quando cominciò a sgonfiarsi la bolla immobiliare statunitense e, contemporaneamente, molti possessori di mutui divennero insolventi a causa del rialzo dei tassi di interesse. La crisi diventò palpabile nel febbraio-marzo 2007 e nel settembre-ottobre 2008, bimestre in cui scomparvero le banche d’affari più note: il 15 settembre 2008 Lehman Brothers dichiarò la bancarotta, il 22 settembre Goldman Sachs e Morgan Stanley diventarono banche normali. Tutti gli indici borsistici mondiali ripiegarono in maniera consistente, arrivando mediamente sui livelli della fine del XX secolo. 
All’esplosione della crisi sono intervenute le banche centrali di tutto il mondo che hanno agito come prestatori di ultima istanza, con interventi di aiuto mirati e, in un secondo momento, hanno abbassato notevolmente il costo del denaro in modo da assicurare sufficiente liquidità all’intero sistema. Questo, insieme con le garanzie governative sui depositi, ha evitato il fenomeno della “corsa agli sportelli” e quindi effetti ancora più devastanti sull’intera economia. 
Nell’aprile 2009, il Fondo Monetario Internazionale aveva stimato in 4.100 miliardi di dollari il totale delle perdite delle banche e di altre istituzioni finanziarie a livello mondiale. 
Riepilogando, ieri come oggi, si rinvengono in queste tre grandi crisi un concorso di colpe tra più soggetti: la carenza di regolamentazione da parte delle Autorità di controllo e supervisione; la spregiudicatezza degli operatori finanziari di Banche d’affari, broker, mediatori, e perfino delle tanto temute agenzie di rating; e la frenesia dei risparmiatori-investitori, obnubilati dal sogno di facile arricchimento determinato da pura speculazione finanziaria, voluta o indotta che fosse. 
Proprio in questi giorni ricorrono i dieci anni dall’esplosione della Grande Crisi finanziaria e dal fallimento di Lehman Brothers. In questo decennio che cos’è stato fatto in concreto perché quei problemi venissero risolti? Come hanno reagito i responsabili delle regole e dei controlli sulla finanza: hanno dato una risposta efficace in grado di prevenire il ripetersi di quegli errori? Il sistema finanziario è oggi più sicuro di dieci anni fa? 
Angelo Baglioni in La rete bucata (Mondadori Università, pagg. 169, euro 13,00) prova a rispondere a questi interrogativi proponendo un percorso attraverso i principali interventi che sono stati compiuti nel campo della regolamentazione finanziaria: dalle farraginose regole sul capitale ai deboli vincoli sui compensi milionari dei manager, dalle novità introdotte con l’Unione bancaria europea alla tutela dei risparmiatori, dalla sorte della tristemente famosa cartolarizzazione al dilagare del sistema bancario ombra
“La risposta di fondo, che emerge dall’analisi, non è molto consolante” dice l’autore nella prefazione dell’opera. “Non che le autorità siano rimaste inoperose di fronte alla crisi. Anzi, la reazione dei regolatori è stata massiccia: ha generato una produzione enorme (tuttora in corso) di nuove regole; allo stesso tempo sono nate nuove autorità di controllo. Bisogna riconoscere lo sforzo di mettere in sicurezza il sistema bancario, sotto il profilo del patrimonio e della liquidità” aggiunge Baglioni.  
In Europa l’avvento della vigilanza unica, affidata alla Banca Centrale Europea, ha rappresentato un passaggio storico. “Tuttavia - avverte lo studioso - la reale efficacia della nuova architettura delle regole finanziarie sembra debole: spesso la loro complessità nasconde l’incapacità di incidere sui comportamenti dei soggetti regolati. È come se fosse stata gettata sulle banche una rete fitta ma piena di buchi: eccezioni, scappatoie, possibilità di manipolazioni, tentativi delle stesse autorità (nazionali) di non applicare le regole europee più sgradite. Da qui il titolo del libro: la rete bucata delle regole finanziarie”. 
La struttura dei capitoli è sempre la stessa: il problema, la regola, il buco, il rimedio. Dopo avere descritto la natura di un problema, si espone la reazione delle autorità attraverso l’introduzione di nuove regole e controlli; poi si analizzano i punti deboli di tali reazioni, che a volte le rendono poco efficaci. Infine, poiché quando si critica non ci si può esimere dal dovere di suggerire possibili alternative, ogni capitolo si conclude con un paragrafo in cui si propone qualche soluzione, senza la pretesa di avere la bacchetta magica. 
A ogni modo, chi vivrà vedrà se le regole approntate saranno servite a prevenire nuove crisi. Perché, se così non fosse, avremmo fatto un buco nell’acqua e a niente - se non a gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica e a sperperare una grande quantità di denaro pubblico e privato - sarebbero servite le nuove autorità di regolamentazione e supervisione e l’overdose regolamentare a cui stiamo assistendo con sempre maggiore sconcerto e perplessità. 

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