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Ennesimo fiasco del Fisco in matematica: non conosce "la media ponderata"

Dopo più di dieci anni di liti inutili, annullato l’accertamento dell’ufficio


10/09/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


Solenne bocciatura del Fisco in matematica: sbaglia i calcoli perché “confonde” la media semplice con la media ponderata. Per la Cassazione, sentenza 21305/18, depositata il 29 agosto 2018, deve essere annullato l’accertamento dell’ufficio che, nel determinare i maggiori ricavi, applica la media semplice, anziché la media ponderata. Dopo circa dieci anni di liti inutili, i giudici di legittimità accolgono il ricorso del contribuente, con rinvio alla Commissione tributaria regionale che, in diversa composizione, provvederà anche sulle spese di legittimità. Ecco i fatti. 
Dall’accertamento alle sentenze dei giudici di merito - L’agenzia delle Entrate emette accertamenti, per l’anno 2003, rettificando i ricavi di una società, esercente l’attività di Bar, e i redditi dei soci partecipanti. Contro gli accertamenti, la società e i soci presentano separati ricorsi che vengono respinti dalla Commissione tributaria provinciale. Contro la sentenza di primo grado, la società e i soci presentano l’appello che viene parzialmente accolto dalla Commissione tributaria regionale della Lombardia, con sentenza n. 15/12/2011, depositata il 20 gennaio 2011. Per i giudici di secondo grado, l’appello dei contribuenti meritava un parziale accoglimento in quanto “doveva tenersi conto per il ricarico della media ponderata e non di quella aritmetica”. 
Il ricorso in Cassazione - La società e i soci presentano quindi ricorso in Cassazione, contro la sentenza dei giudici di secondo grado, per illogicità manifesta e contraddizione “in quanto la Commissione regionale, pur “applicando il principio della media ponderata invocato dalle parti contribuenti, ha tuttavia inspiegabilmente introdotto un nuovo metodo di calcolo (assumendo peraltro un criterio non previsto nell’avviso di accertamento) che oltre tutto non rispetta la logica e la matematica”. Infatti, la Commissione, per individuare la percentuale di ricarico in base alla media ponderata, utilizza due criteri basati sulla media aritmetica, cadendo, quindi, in contraddizione”. Per i giudici di legittimità, è quindi sbagliato quanto fatto dall’ufficio che calcola “la percentuale di ricarico media in relazione alla media ponderata, facendo riferimento esclusivamente ai diversi valori di ricarico medio secondo la mera media aritmetica, in tal modo non considerando le diverse percentuali di ricarico, in relazione ai singoli prodotti disomogenei, in ragione anche della diversa quantità di vendita di ciascuno di essi”. Saranno ora i giudici della Commissione tributaria regionale della Lombardia, che, in diversa composizione, dovranno uniformarsi ai principi enunciati dalla Cassazione, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità. 
Fisco “bocciato” in matematica - La vicenda dimostra che alcuni uffici farebbero bene se annullassero in autotutela gli accertamenti emessi sulla base della media semplice, erroneamente “scambiata” per media ponderata. Per la Cassazione, infatti, devono essere annullati gli accertamenti dell’ufficio che, nel determinare i maggiori ricavi, applica la media semplice, anziché la media ponderata. Si vedano, in questo senso, le sentenze 16118/17 e 16119/17, udienze del 16 maggio 2017, depositate il 28 giugno 2017, con le quali la Cassazione ha accolto due ricorsi del contribuente, con condanna dell’ufficio alle spese del giudizio liquidate in 10mila euro, più il 15% di spese forfetarie e accessori di legge. La vicenda ha interessato un contribuente siciliano, nei cui confronti l’ufficio di Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, aveva emesso due accertamenti per presunti maggiori ricavi e redditi conseguiti negli anni 1998 e 1999, con richieste di imposte, sanzioni ed interessi per oltre 500milioni delle vecchie lire, cioè più di 250mila euro. In primo grado, la Commissione tributaria provinciale dava ragione all’ufficio. In secondo grado, la Commissione tributaria regionale della Sicilia, sezione staccata di Messina, accoglieva gli appelli del contribuente, con ampie ed articolate motivazioni. Per la Cassazione, è illegittimo il ricorso alla media semplice, anziché alla media ponderata, quando tra i vari tipi di merci esiste una notevole differenza di valore ed i tipi più venduti presentano una percentuale di ricarico inferiore a quella risultante dal ricarico medio (Cassazione, n. 13319 del 2011; n. 4312 del 2015). 
Nessuno ha il coraggio di annullare l’atto sbagliato - Al riguardo, è sempre attuale la circolare del ministero delle Finanze 289 del 7 novembre 1997, nella quale, oltre ad illustrare come si determina il ricarico medio ponderato (Rmp), si avverte che è illegittimo il ricarico che non “si fonda su una percentuale media ponderata”. Ed è un grave errore se l’ufficio applica la media semplice e non quella ponderata. Il guaio, per i contribuenti, è che nel momento in cui l’ufficio sbaglia e “parte” il contenzioso, nessuno ha poi il coraggio di annullare l’atto sbagliato. In questo modo, si costringe il contribuente a sopportare, con grandi sofferenze e spese, perché il “contenzioso costa”, tutti i tre gradi di giudizio, primo, secondo grado e Cassazione. 
Infatti, negli ultimi anni il contenzioso sembra diventato il “gioco dell’oca”. Ad ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Dispiace infatti constatare che davanti all’errore di confondere la media semplice con la media ponderata, gli uffici non annullano subito gli atti sbagliati in autotutela, anche per evitare inutili contenziosi senza alcun beneficio per le casse dello Stato. 
L’esempio è nelle predette sentenze di Cassazione, 16118/17 e 16119/17, depositate il 28 giugno 2017, con l’ufficio che, dopo quasi 15 anni di liti inutili, non ha incassato nulla, subendo anche la condanna al pagamento delle spese. Resta fermo che niente e nessuno potrà ripagare in alcun modo i 15 anni di sofferenze subìte dal contribuente siciliano, ingiustamente disturbato da palesi errori facilmente riconoscibili, anche perché, per fortuna, la matematica non è un’opinione. Inoltre, quando l’errore fiscale è di aritmetica non è nemmeno il caso di richiamare l’istituto dell’autotutela perché l’errore aritmetico è più grave dell’errore sulla normativa. Vale sempre il principio generale ed assoluto per tutti in ogni applicazione di regole aritmetiche: due più due fa sempre quattro e quattro meno due fa sempre due.

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