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Enzo Ferrari, la vera storia del genio che considerava i piloti poco più d'un male necessario

Dalla penna di Luca Dal Monte la biografia di uno dei più grandi personaggi italiani del Novecento. Un’antologia di 1.100 pagine che si legge come un romanzo, nella quale l’autore entra a spada tratta - a suon di aneddoti e di inedite angolature - fra le pieghe di un despota intriso di fragilità e dal carattere complicato e difficile. Fermo restando il suo debole per le donne, delle quali “fu gran consumatore”


17/10/2016

di Massimo Mistero


Enzo Ferrari e il pilota Gilles Villeneuve

Un re o, meglio ancora, un patriarca di razza Enzo Ferrari, il cui nome - ancora oggi - viene pronunciato con rispetto. Un uomo complicato e scorbutico, dal carattere difficile; un polemista di razza che non le mandava a dire, inimicandosi persino la Chiesa cattolica quando l’organo del Vaticano ebbe a etichettarlo - dopo una serie di incidenti che avevano mietuto vittime sia fra i piloti che fra gli spettatori - come «un moderno Saturno che divora i propri figli». E lui non la prese bene, ribattendo a muso duro, ma rimanendo anche solo.
Lui che sul lavoro era un despota e che considerava i piloti, pur essendolo stato lui stesso, poco più di un male necessario. Di fatto un inarrivabile protagonista, che alla vigilia del suo novantesimo compleanno (che volle festeggiare con i suoi dipendenti, lasciando fuori dalla porta teste coronate e politici in cerca di pubblicità) stava ancora facendo progetti per il futuro. Perché per Ferrari - che non era né un ingegnere e neppure un tecnico, ma certamente un eccezionale motivatore di uomini - nessuna sfida era troppo grande da non poterla affrontare.
Lui che il logo del “Cavallino rampante” lo aveva ricevuto in dono dai genitori di Francesco Baracca, asso dell’aviazione italiana e medaglia d’oro al valor militare nella Prima guerra mondiale (era impresso in bianco e nero sulla carlinga del suo aereo da combattimento); lui che in “fabbrica” riceveva i grandi del suo tempo, facendoli sentire come a casa, ovvero trattandoli all’insegna della semplicità («Non so muovermi - ebbe a dire - nell’ufficialità. E non si tratta di una civetteria, ma soltanto della verità»); lui principe dei perfezionisti costretto a fare di necessità virtù quando la vista incominciò a fargli le bizze (lo abbiamo osservato - ricordo personale - passeggiare fra le sue auto sfiorando questa o quella parte con indifferenza. In realtà - ammiccavano i suoi fedelissimi - per rendersi conto se la carrozzeria era stata trattata ad arte dai suoi uomini. Altrimenti erano dolori).
Lui che aveva detto, quasi con imbarazzo, all’apice del successo: «Io in fondo non sono niente, sono solo uno che ha sognato di essere Ferrari». E c’era da credergli, tanto è vero che Enzo Biagi ebbe a pizzicarlo in questo modo: «È così sincero e umano nelle sue debolezze che gli si può anche volere bene». Fermo restando che la sua debolezza più grande furono certamente le donne, «delle quali fece un largo consumo senza tuttavia averne una grossa opinione, almeno a parole». In quanto proprio le donne erano risultate importanti nella sua vita. Come quando si era innamorato follemente di una bella ragazza, molto più giovane di lui (era la fidanzata di uno dei suoi piloti caduti sul campo), e Laura, la moglie, a dover deglutire pillole amare, ma senza mai mollare. Un legame che tuttavia superò gli ostacoli non di una, ma di due vite. «Nonostante tutte le loro differenze, la malattia di lei, le sue relazioni con altre donne, la morte del figlio, la nascita di un altro figlio con un’altra donna, Enzo non trovò mai la forza di lasciarla». Benché, con una buona dose di cinismo, ebbe a ironizzare che «non avrebbe mai dovuto sposarsi».
Che altro? «A parte l’ovvio amore per le corse e le automobili - strettamente in quest’ordine -, la morte fu la vera costante della sua vita. Dalla nascita (il 20 febbraio 1898 a Modena, anche se lui sosteneva di essere nato il 18, giorno nel quale la madre Adalgisa gli mandava regolarmente un telegramma di auguri firmato la tua cara mamma), quando la mortalità infantile raggiungeva ancora percentuali mostruose, al secondo decennio del nuovo secolo, quando in un brevissimo intervallo di tempo vide dimezzarsi la propria famiglia. Per non parlare di quando partì soldato durante la Grande guerra e la morte arrivò a bussare alla sua porta, mentre nei ruggenti anni Venti assistette impotente alla scomparsa di tutti o quasi i suoi compagni di squadra e di avventura. E la situazione non mutò quando da pilota divenne l’anima e il cuore di una propria squadra corse, peraltro peggiorando quando creò la fabbrica che ancora oggi porta il suo nome, dove in aggiunta al dolore per la morte dei suoi piloti dovette sopportare accuse infamanti a livello personale». Senza sottacere il dolore immenso e mai cancellato per la morte del figlio Dino.
Ma nonostante tutto la fama della sua bravura e genialità avrebbe conquistato il mondo, tanto da far dichiarare a Bernie Ecclestone, ai tempi in cui era proprietario della Brabham e già allora considerato come una eminenza grigia della Formula Uno: «È l’uomo più incredibile che abbia mai conosciuto e di gente ne ho conosciuta veramente tanta. È una leggenda, è come Winston Churchill. Si parlerà sempre di lui». Mai dichiarazione fu più profetica di questa.


Già, Enzo Ferrari. Al quale Luca Dal Monte, nato a Cremona nel 1963, dedica un colossale lavoro, frutto al tempo stesso di ricerca e di vita vissuta, ovvero Ferrari REX. Biografia di un grande italiano del Novecento (Giunti, pagg. 1.100, euro 28,00). E lo fa con cognizione di causa, visto che è stato direttore della comunicazione Maserati, responsabile della comunicazione di Ferrari e Maserati negli Stati Uniti, nonché responsabile dell’ufficio stampa di Pirelli Competizioni. Una penna che cattura e intriga, che si fa leggere d’un fiato. Non a caso dalla sua mano calda sono usciti altri dieci lavori, compresi La scuderia, un romanzo di spionaggio ambientato nel mondo delle corse, nonché il libro ufficiale del centenario Maserati, selezionato nel 2014 dal Royal Automobile Club inglese come finalista del prestigioso premio Book of the Year.
Di fatto, dalle pagine di Ferrari REX («Un titolo che prende spunto da una biografia a suo tempo scritta sul ventiseiesimo presidente americano Roosevelt, intitolata appunto Theodore Rex») emerge l’uomo in tutta la sua gigantesca fragilità, nelle sue inconfessate debolezze e nelle mai confessate incertezze, con i sogni, le speranze, le delusioni, i successi e le tragedie che ne hanno plasmato la lunga e straordinaria esistenza. Pagina dopo pagina di questo intrigante malloppone («Per cercare di raccontare quello che non è mai stato fatto dagli altri mi sono impegnato in otto anni di ricerche e in cinque di scrittura») «prende così forma un Ferrari dal volto più umano di quanto non gli riconosca l’iconografia classica e più vulnerabile di quanto si pensi. Ma anche un uomo la cui tenacia è stata spesso contrabbandata per arroganza; un uomo che Enzo Biagi (ancora lui) ebbe a definire come uno dei pochi italiani da esportazione».
Ma quando, a Dal Monte, venne l’idea di una biografia su Enzo Ferrari che potesse essere considerata definitiva? «Successe a metà degli anni Novanta, quando decisi di scriverla a quattro mani con Gino Rancati, decano dei giornalisti italiani dell’automobile e per tanti anni collaboratore (esterno) e confidente del drake. Ne avevamo parlato e l’idea a lui piaceva. Ci eravamo addirittura portati avanti: in occasione di alcuni incontri di lavoro, ci eravamo ritagliati spesso un paio d’ore nelle quali Gino mi raccontava episodi legati al suo Ferrari, l’uomo che aveva conosciuto nell’intimo, anche in momenti difficili come quando aveva perso il figlio. Ma Gino morì e io decisi di andare avanti da solo. Tuttavia, per una decina d’anni, questo progetto rimase in un cassetto. Ma quando approdai in Ferrari…».
Che altro? Corredato da molte immagini, molte delle quali inedite, questo volume risulta arricchito delle testimonianze di un sacco di persone che hanno ruotato attorno alla figura di Ferrari, «compresi quelli - annota l’autore - ai quali il personaggio non stava del tutto simpatico». Questo per renderlo più credibile, al di fuori delle beatificazioni di facciata. Seguendo una vita che parte dal ragazzino tutto-sogni, che approda al ruolo di pilota dei primi anni Venti (attività lasciata in quanto si era reso conto che di volanti migliori del suo ce n’erano tanti, con l’intento di concentrarsi sulla creazione di una scuderia che rappresentasse un modello di organizzazione sportiva al quale ispirarsi), che si sofferma sulle difficoltà del giovane imprenditore, che si nutre della personalità dell’istrionico direttore sportivo di quella scuderia che ancora oggi porta il suo nome e che aveva realizzato in quel di Maranello alla soglia dei cinquant’anni. Un’iniziativa supportata, strada facendo, da un incredibile carnet di vittorie e di titoli iridati, ma anche segnata da tracolli, abbandoni e salti nel vuoto che soltanto un numero uno poteva superare.
Che dire: una biografia che si legge come un romanzo, forte di una struttura narrativa di prim’ordine, nel corso della quale si respira il lungo e travagliato percorso di Enzo Ferrari come pilota, come imprenditore e soprattutto come uomo. Un genio dalle molteplici sfaccettature, sia positive che negative, che ancora oggi - nonostante se ne sia andato da 28 anni, esattamente il 14 agosto 1988 - non manca di stupire, di coinvolgere, di far riflettere. Un incredibile gladiatore che se da qualche parte avesse la fortuna di poter guardare verso Maranello non potrebbe che gioire delle vendite delle sue creature, ma in parallelo avrebbe certamente di che ridire sul deludente comportamento delle sue puledre sulle piste di Formula Uno. Lasciandosi scappare, statene certi, un eloquente maledette Mercedes

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