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Fca, strada in salita per Manley. Le incognite sulle alleanze, i dazi e...


30/07/2018

di Artemisia


Esordio difficile e strada tutta in salita per Michael Manley, il nuovo amministratore delegato di Fca, che succede a Sergio Marchionne. Nel giorno del decesso del manager, e della presentazione dei dati della trimestrale (peraltro attesi e quindi senza nessuna sorpresa) Manley incassa la freddezza della Borsa che accoglie il passaggio del testimone con un pesante segno negativo. Quello che preoccupa il mercati non sono i risultati dei tre mesi ma le prospettive, ancora piene di incognite, della gestione Manley. Il neo amministratore delegato non ha ancora fornito dettagli sulla strada che intende seguire, a cominciare dal futuro degli stabilimenti italiani. 
Fca ha perso nel secondo trimestre del 2018, sul trimestre del 2017, un punto percentuale intero del suo margine netto operativo, sceso dal 6,7% dei ricavi al 5,7%. L’Ebit ha infatti lasciato sul campo l’11% del suo valore scendendo da 1,86 miliardi a 1,65 miliardi. E stato confermato, come annunciato da Marchionne, l’azzeramento del debito, ma la perdita di redditività risulta grave specie se a fronte di ricavi netti in salita del 4%. Gli indicatori di conto economico e di profittabilità sono stati tutti ridimensionati rispetto al mese precedente. 
Per il 2018 i ricavi netti erano previsti intorno a 125 miliardi mentre ora le stime si attestano in un range tra 115 e 118 miliardi. L’Ebit margin, cioè il rapporto tra ricavi e redditività industriale (pre oneri sul debito e tasse) atteso a 8,7 miliardi è stato rivisto al ribasso tra 7,5 e 8 miliardi. Solo l’utile netto rettificato è stato confermato a quota 5 miliardi. 
Ma quello che preoccupa il mercato non sono tanto questi dati quanto le incognite sulla capacità di gestirli e di invertirne la tendenza. 
Manley sa che per proseguire sulla strada tracciata da Marchionne deve affrontare la pianificazione dei nuovi modelli secondo il piano 2018-2022. E nello stesso tempo continuare nella creazione di valore per arrivare con 4 miliardi di cassa attiva che era l’obiettivo del piano industriale 2014-2018. Il manager inglese dovrà sciogliere il nodo dell’auto elettrica e gettare le basi di quel polo del lusso che ancora non c’è e che è essenziale per gli stabilimenti italiani. 
C’è poi l’incognita Italia. I sindacati sono preoccupati per l’esaurimento degli ammortizzatori sociali in alcuni stabilimenti e temono un definitivo spostamento del baricentro negli Stati Uniti. 
Marchionne anche se cresciuto in Canada e con una cultura manageriale anglosassone, aveva pur sempre un legame con l’Italia se non altro per le sue origini biografiche. L’italianità della Fiat che con lui si era diluita nella fusione con Chrysler in Fca, ora rischia di scomparire, con tutte le incognite che si prospettano per il futuro produttivo nel nostro Paese. 
Ma il vero nodo che Manley dovrà cominciare ad affrontare con manager e azionisti è quello delle alleanze. Prima di chiudere l'accordo con Chrysler, in un discorso diventato celebre, Marchionne aveva profetizzato che sarebbero sopravvissuti i grandi gruppi in grado di superare il tetto dei 6 milioni di vetture prodotto ogni anno. Fca è al momento intorno ai 5 milioni. Sebbene Fca abbia significativamente parlato, nella nota in cui annuncia la nomina di Manley, di un gruppo «sempre più forte e indipendente», è improbabile che il gruppo italo-americano riesca ad andare avanti autonomamente. 
La strategia di Elkann e di Marchionne negli ultimi anni era proprio quella di ridurre l’indebitamento per rendere Fca più appetibile alle alleanze e per poter trattare da una posizione di forza grazie all’aumento di valore. 
Sarà il momento per verificare quanto corrispondono al vero i rumors sull’interesse di operatori asiatici, cinesi e coreani ad una merger. 
Poi c’è la questione dei dazi nel caso non del tutto infondato che nella lotta commerciale tra USA e Europa, il settore delle auto rimanga schiacciato. 
Brian Johnson, analista a Barclays, parlando con Bloomberg ha ricordato che una delle doti riconosciute a Marchionne era quella della «destrezza politica», essenziale per un gruppo che oggi ha un piede in America e uno in Europa proprio mentre il presidente americano Donald Trump parla di dazi al 25% per le auto dal Vecchio Continente. 
Gli analisti ritengono che è in questo campo che si farà sentire di più la mancanza di Marchionne.

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