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Ferruccio de Bortoli: "L'Italia ce la farà a salvarsi, a patto che si cerchi di voltare pagina"

Il rischio di una crisi finanziaria è evidente. Ma il nostro Paese, nonostante tutto, è migliore di quanto non lasci intendere una classe dirigente e politica non all’altezza. Da qui la necessità di puntare sulle nostre eccellenze, sul ripristino della legalità, sull’educazione civica e sulla cultura scientifica. Fermo restando il ruolo dei giovani in una società ormai troppo vecchia. Perché il futuro va conquistato


20/05/2019

di Mauro Castelli


Ferruccio de Bortoli

Per quella sua pacatezza nello sviscerare i problemi, per quei suoi approfondimenti che arrivano a bersaglio con certosina precisione, per quella sua volontà di ferro che lo porta a lavorare anche quindici ore al giorno senza mai dare segni di stanchezza, per quella fermezza (“Caratterialmente sono mite quanto determinato”) che lo accompagna nel prendere decisioni importanti (storico, nel 1998, lo scontro vincente con l’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema), per quel suo proporsi da attore consumato davanti alle telecamere e non solo (in questo aiutato da una postura e da una dizione che sanno di accademia, nonché da una presenza fisica che ha fatto breccia, e continua a farlo, nel mondo femminile), Ferruccio de Bortoli ha tutte le carte in regola per proporsi alla stregua di un numero uno. 
Come peraltro dimostrato dai suoi tanti ruoli, in primis le direzioni del Corriere della Sera (dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015) nonché de Il Sole 24 Ore (dal 2005 al 2009), la carica di amministratore delegato della Rcs Libri, la presidenza della casa editrice Flammarion e, da quattro anni a questa parte, la prima guida della Longanesi e della Vidas (“È grazie a questa associazione che assiste i malati terminali che ho potuto apprezzare il grande valore del volontariato italiano”). Ferme restando le sue attuali “frequentazioni” giornalistiche: si propone infatti editorialista del Corriere della Sera e, in Svizzera, del Corriere del Ticino
Per la cronaca de Bortoli è nato sotto la Madonnina il 20 maggio 1953 da una famiglia come tante. “Mio padre era nativo di Feltre, nel Bellunese, dove la povertà imperversava. Per questo decise di trasferirsi a Milano, dove avrebbe conosciuto, mentre si dava da fare come barista, mamma, di origini lodigiane ma nata e cresciuta in città, dove lavorava come impiegata in un’azienda farmaceutica”. 
Ragazzo sveglio, brillante negli studi, Ferruccio de Bortoli si sarebbe laureato (con 110 e lode) in Giurisprudenza all’università Statale con specializzazione in Economia, peraltro iniziando a collaborare giovanissimo con il Corriere della Sera, dando una mano “a Dario Melloni, incaricato di realizzare i grafici per il giornale. In seguito, “grazie al capo-grafico Federico Maggioni, sarei finito al Corriere dei ragazzi, dove dopo tre mesi venni assunto come praticante, alternando studio e lavoro”. In effetti aveva poco più di vent’anni e tanta voglia di fare. Una voglia ben presto premiata con il passaggio al Corriere d’Informazione, quotidiano cittadino del pomeriggio, da dove - passo dopo passo - sarebbe decollata la sua scalata ai vertici. 
E non poteva essere diversamente, vista la sua determinazione. Ad esempio, a un certo punto, aveva avuto il coraggio di lasciare il ruolo di caporedattore al Sole 24 Ore per fare un passo indietro, riaccasandosi come caposervizio dell’economia al Corriere (“Ma per me si trattava di una specie di rivincita visto com’erano andate certe cose in via Solferino”); lui che sarebbe stato uno dei primi a pubblicare il proprio indirizzo di posta elettronica in calce a un articolo; lui che strada facendo era arrivato a rifiutare la presidenza della Rai per non risultare politicamente inquadrato. 
E ancora: lui che ama andare in bici, correre (“Ma ultimamente sempre meno”), fare yoga e tifare Milan; lui con un debole dichiarato per la lettura (“Un meraviglioso strumento di libertà, oltre che un modo di stare con gli altri”); lui che, fra i tanti riconoscimenti, si è guadagnato un “Ambrogino d’oro” come cittadino illustre della sua città; lui che i complimenti se li fa scivolar via così come le arrabbiature degli altri (“Ritengo di aver dimostrato carattere e schiena dritta. Certo, di errori ne ho fatti, ma l’importante è ammetterlo e tenerne conto”); lui che infine non disdegna, sia pure con studiata parsimonia, di arrivare di tanto in tanto sugli scaffali delle librerie.


Così, dopo altre quattro esperienze (una delle quali, scusate se è poco, firmata a quattro mani con Papa Francesco e intitolata Faccio il prete, mi piace), torna in libreria - dopo aver preso di mira nel 2017 i Poteri forti (o quasi) - con un intrigante saggio, Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica (Garzanti, pagg. 174, euro 16,00). “Un lavoro - assicura - che non ha una collocazione politica; che si nutre dei princìpi del diritto, del dovere e del rispetto, oltre ad abbracciare alcune meritevoli considerazioni: che non ci si può indebitare in eterno così come non si può vivere in eterno sporcando le strade o aggrappandosi alle spalle degli altri”. 
Ma anche un libro nel quale - oltre a dare voce ad aneddoti e curiosi ricordi, alcuni dei quali ancora lo lusingano e altri invece gli bruciano, come nel caso del rifiuto da parte del sociologo tedesco Ralf Dahrendorf di rilasciargli, durante il workshop organizzato nel 1998 da Ambrosetti a Villa d’Este, una intervista (era diretto, ruvido e scortese) - mette a nudo i tanti problemi di un Paese segnato dalla deriva populistica e dalle colpe delle élite. 
Un Paese che rischia una nuova crisi finanziaria, ma che può evitarla nonostante tutto. Una espressione peraltro presa in prestito “dall’antitaliano per antonomasia” Indro Montanelli, il quale alla ipotetica domanda che gli aveva rivolto a fine 1999 lo stesso de Bortoli e relativa alla scelta di quale Paese gli sarebbe piaciuto rinascere, rispose che - con infinita sofferenza - avrebbe scelto di nuovo l’Italia. Nonostante tutto, per l’appunto. Perché il nostro è “un Paese migliore di quanto non lasci intendere una classe dirigente e politica non all’altezza, le cui colpe sono peraltro sotto gli occhi di tutti”. 
In ogni caso l’autore lascia intendere che una via d’uscita per risorgere comunque l’abbiamo. In che modo? “Puntando sulle nostre eccellenze, sul ripristino della legalità, sull’educazione civica e sulla cultura scientifica”. Fermo restando il ruolo dei giovani - “pochi, in fuga e senza voce” - in una società ormai troppo vecchia. “Perché il futuro va conquistato”. 
Insomma, quasi senza darlo a vedere, questo libro si propone alla stregua di “un viaggio fra le virtù, spesso nascoste, dell’Italia”. Quelle che ci potrebbero, come accennato, salvare dal baratro. E a rimetterci in marcia basterebbe solo volerlo, in quanto un rigurgito di riscossa dipende da ognuno di noi. Magari facendo spallucce alle bacchettate che sono arrivate, e continuano ad arrivare, dai quotidiani tedeschi (liquidate come “eleganza zero, humour nero, il peggior concentrato di pregiudizi etnici”). 
Ma “per riuscirci - basterebbe poco per essere cittadini migliori - bisogna riscoprire un nuovo senso della legalità e avere un maggior rispetto dei beni comuni, ci vuole educazione civica (da riportare nelle scuole) e più cultura scientifica; è necessario combattere per una vera parità di genere, regalando più spazio alle nuove leve in una società troppo vecchia e ripiegata su se stessa”. 
Perché “il futuro va conquistato, non temuto, e non dobbiamo mai perdere - tiene a precisare de Bortoli - la memoria degli anni in cui eravamo più poveri e senza democrazia”. Perché “una memoria attiva è la medicina migliore, il vaccino, per salvarci dal risorgere del nazionalismo. È l’anticorpo più efficace al sovranismo che semplifica la realtà e agita ipotetici complotti internazionali, riesuma antichi sospetti”. Magari alimentati dalla Rete, che “amplifica e trasforma narrazioni spericolate in realtà apparentemente solide, supporta i più diversi rancori, fornisce materia prima a ogni tipo di disagio”. 
E la spia di questo disagio, sostiene de Bortoli, “è nella crescente volgarità del linguaggio, nella facilità con cui si usano termini offensivi nei confronti delle minoranze; nell’aggrapparsi ai difetti fisici per delegittimare l’avversario; nello sdoganamento eccessivo del politicamente scorretto”. Ma anche, allargando il tiro, nella spartizione del potere in Rai “che ha fatto impallidire le precedenti e pur inaccettabili lottizzazioni”. 
Purtroppo “non ci stupiamo più di nulla, ci rassegniamo. Ed è un errore”. In quanto, non dimentichiamocelo, “l’indifferenza e la rassegnazione sono l’anticamera del pregiudizio”. E via di seguito a sottolineare la necessità di rispettare gli impegni comunitari, che hanno un costo altissimo in termini di euro, oltre che di reputazione e potere negoziale sui dossier più delicati nei quali sono in gioco gli interessi del Paese. E via a ribadire che le famiglie italiane hanno un patrimonio di circa 11.000 miliardi, sei volte il Prodotto interno lordo, e che risparmiano più di quelle tedesche. 
Infine eccolo ripercorrere, con penna pacata e al tempo stesso decisa, anche i tanti esempi sbagliati della Storia. Sia la nostra che quella degli altri. Con un occhio puntato su coloro che, pur non essendo eroi, “non voltarono lo sguardo altrove”. Insomma, non furono indifferenti. E chi vuole intendere, intenda. 
E questo è quanto, anzi no. Non poteva infatti mancare una battuta finale sul risultato delle imminenti elezioni europee: “Premesso che fare previsioni risulta difficile, posso solo ipotizzare un successo delle forze sovraniste, ma inferiore alle attese, così come potrebbero avere positivi riscontri i verdi”. Staremo a vedere. Le urne sono alle porte.

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