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Fra "L'enigma della rosa" e "La maledizione del rubino", due mistery d'antan

A firmare questi raffinati inediti l’inglese John V. Turner e Adam Bliss, pseudonimo di due coniugi a stelle e strisce


27/08/2018

di Massimo Mistero


Due polizieschi d’antan, intriganti quanto di raffinata scrittura, rappresentano le ultime due proposte di casa Polillo nell’ambito della collana I bassotti, dedicata ai gialli da salvare. Due chicche da leggere, rileggere e assaporare, peraltro inedite in Italia, che si rapportano a una scrittura semplice e carismatica al tempo stesso: quella che andava di moda nel Trentennio del secolo scorso. A fronte di altrettante trame rese appetibili da complicate matasse di indizi fuorvianti, che certamente faranno presa sulle nuove leve, poco avvezze a questo tipo di Letteratura, con poco sangue a tenere banco e ben congegnate indagini. 
E allora parliamone, iniziando con L’enigma della rosa (pagg. 268, euro 16,90, traduzione di Dario Pratesi), un mistery che si rapporta alla più pura tradizione classica, firmato dall’inglese John V. Turner, nato nel 1905 a Withington, oggi un sobborgo di Manchester, dove avrebbe trascorso l’infanzia e l’età scolastica. Ultimo di sei figli di un sellaio, John Victor (anche se quest’ultimo nome non figura nei registri di nascita) avrebbe abbracciato la carriera giornalistica prima in un giornale locale e, successivamente, in quel di Londra, dove avrebbe lavorato per la Associated Press, per il Daily Mail e per il Daily Herald, quotidiano per il quale si sarebbe occupato di cronaca nera. 
Ferma restando la sua passione per la scrittura, che lo avrebbe visto prolifico autore, tanto da essere spesso paragonato a Edgar Wallace, per via dei 45 romanzi sfornati nell’arco di quindici anni e spesso firmati con pseudonimi (come Nicholas Brady e David Hume). Sì, solo quindici primavere di scrittura, in quanto Turner avrebbe lasciato questo mondo il 6 febbraio 1945 a soli 39 anni. Complice, ma non è cosa certa, un attacco di tubercolosi. 
Che altro? Catturato dalla corrente Usa battezzata hard boiled, avrebbe dato vita, a partire dal 1932, a un investigatore privato per così dire di stampo americano, Mick Cardby, figlio di un ispettore di Scotland Yard, che aveva fatto esordire in Bullets Bite Deep, romanzo caratterizzato da robuste bordate di violenza e da un ritmo incalzante. E per dare maggiore credibilità alle sue storie si racconta che avesse l’abitudine di frequentare i quartieri più malfamati della città. Di fatto il successo arrivò in fretta, peraltro supportato dal fatto che due dei suoi lavori, “interpretati” proprio da questo piacevole protagonista, fossero travasati sul grande schermo. 
Altri personaggi cari all’autore sarebbero stati Tony Carter, guarda caso un giornalista di nera, l’eccentrico reverendo Ebenezer Buckle, che si diverte a dare una mano alla polizia per risolvere i casi più complessi, nonché il piccolo avvocato dell’ufficio del pubblico ministero di Londra, Amos Petrie. Un figura ben caratterizzata, amante della birra e della pesca, messo in scena in sette storie e che troviamo alla guida, appunto, de L’enigma della rosa, un lavoro edito per la prima volta nel 1933. 
Ma di cosa si nutre questo romanzo? Di una trama a prima vista semplice, che strada facendo finisce per intrigare e catturare il lettore. A dare smalto alla storia è Ockley Masters, un finanziere di successo. Di umili origini, in poco tempo ha fatto una straordinaria carriera tanto che, a soli 35 anni, è diventato un numero uno della City di Londra. Abituato ad andare per la sua strada senza alcun condizionamento, non s’impressiona più di tanto quando riceve un biglietto anonimo con la scritta I milionari devono morire e il disegno di un cottage. Il fatto che anche il suo amico e collega Lord Belden abbia ricevuto un’analoga minaccia lo convince a ritenerlo solo uno scherzo di cattivo gusto. Per questo decide di raggiungere la bellissima moglie e alcuni amici che lo aspettano nella casa di campagna. Succede poi che, approfittando del clima mite, dopo cena il gruppo si disperda a passeggiare nei sentieri del parco. 
Purtroppo, nell’incantevole Stagno dei gigli, accanto a un pergolato di rose, qualcuno finisce annegato. Una morte sospetta, in quanto la testa della vittima si trova dove l’acqua è profonda soltanto pochi centimetri. Inoltre, come mai il morto stringe in mano una rosa? Un mistero nel mistero - è risaputa la bravura dell’autore nel dare voce a gialli complessi - che dovrà affrontare Amos Petrie, accorso in aiuto dell’ispettore Ripple di Scotland Yard, incapace di trovare il bandolo dell’intricata matassa. E non sarà una impresa facile…

E che dire de La maledizione del rubino (pagg. 280, euro 16,90, traduzione di Sara Caraffini), un mistery del 1931 incentrato su un singolare quanto impossibile delitto? Una storia che graffia e intriga firmato da Adam Bliss, non de plume di due coniugi americani, dei quali per la verità non si sa molto. Ovvero Robert E. Burkhardt - nato ad Altoona nello Iowa nel 1892, giornalista prima e promoter per alcuni grandi studios cinematografici hollywoodiani poi (come Fox, Paramount e Warner Bross) - il quale avrebbe lasciato questo mondo a soli 55 anni il 13 dicembre 1947. Mentre la moglie, Evelyn Alice Jonhson, gli sarebbe sopravvissuta. Fermo restando che di lei, mistero nel mistero, non è nota né la data di nascita né quella della morte. 
Di fatto, comunque, un affiatato tandem narrativo che avrebbe dato alle stampe una cinquantina di lavori di diversa estrazione (peraltro firmati con altri pseudonimi, come Rob Eden e Rex Jardin), ma soltanto tre gialli: The Camden Ruby Murder, il romanzo ora proposto nella collana I bassotti, nonché Murder Upstairs (1934) e Four Times a Widower (1936). Tutti e tre di un certo peso e, a detta dei più, di piacevole lettura. 
Come da titolo, La maledizione del rubino richiama il mondo dei gioielli. In effetti il protagonista Van Every, un vecchio amico di Gary Maughan (voce narrante della storia), è un signore estremamente ricco con un hobby molto costoso: colleziona infatti gioielli rari. Il suo ultimo acquisto, del quale va particolarmente orgoglioso, è un pendente con il rubino Camden, un purissimo esemplare che ha però una fama sinistra: tutti quelli che l’hanno indossato hanno fatto una brutta fine. È dunque comprensibile che il nuovo proprietario sia restio a mostrarlo. Tuttavia una sera decide di fare un’eccezione e invita Gary ad ammirarlo. 
Per arricchire la storia (non particolarmente nuova nella narrativa di settore, ma certamente trattata in maniera insolita, in altre parole giocando sul filone allargato ai delitti della stanza chiusa) gli autori decisero di ricorrere a un piccolo escamotage: far arrivare l’amico a casa del magnate accompagnato da Margalo Younger, famosa attrice e sua ex fidanzata, la quale, con una mossa a sorpresa, si sarebbe infilata al collo il prezioso monile ignorando gli avvertimenti del padrone di casa. Mal gliene incoglie, però, in quanto la pietra “una volta di più non smentisce la sua triste nomea e riprende a spargere il suo potere malefico”. C’è tuttavia chi non crede alle leggende e vuol fare luce su quello che sembra un mistero inesplicabile: come ha fatto qualcuno a essere ucciso in una stanza alla presenza di due persone che non hanno mai distolto lo sguardo dalla vittima? 
Per capire gli eleganti e ricercati risvolti di questa misteriosa storia non resta quindi che la lettura del libro dalla tradizionale copertina rossa: un marchio di fabbrica - come molti sapranno - delle casa editrice milanese fortemente voluta e da anni sorretta con certosina competenza da Marco Polillo. A sua volta un numero uno, non va dimenticato, nella nostra narrativa di settore.

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