Share |

Fra Unione europea e Italia prende corpo un'intesa per salvare l'onore e la faccia?

Intanto - mentre si continua a litigare - sono state riviste al ribasso le stime sul Pil e al rialzo quelle su deficit e debito, ma l’Esecutivo conferma la fondatezza delle sue previsioni. Questo mentre l’aumento dello spread è già costato ai contribuenti un miliardo e mezzo di euro


12/11/2018

di Giambattista Pepi


Doveva essere il Governo del cambiamento, ma si sta rivelando niente più che un Esecutivo di coalizione. Nel giro di cinque mesi è caduta la foglia di fico del “contratto”, è saltato cioè il metodo in base al quale M5S e Lega avrebbero agito nei ministeri e sui dossier di loro competenza, contando sul fatto che l’alleato non avrebbe interferito. 
Era così all’inizio, ora non più: la “guerra degli emendamenti” iniziata al Senato dai grillini sul decreto legge Sicurezza, si è riprodotta a parti rovesciate alla Camera sul ddl Anticorruzione, dove i leghisti hanno preso di mira alcune norme del provvedimento che - per dirla con Renzi - andavano a toccare “interessi sensibili” dei Cinque Stelle. 
Dopo qualche imprecazione, dietro le quinte, e qualche voce “stonata” dal sen fuggita, ci hanno pensato i leader dei partiti della maggioranza (Di Maio e Salvini) a trovare un compromesso. 
Dopo giorni di tira e molla sull’emendamento voluto dai Cinquestelle e che prevedeva il blocco della prescrizione (è il tempo, stabilito per legge, concesso allo Stato per perseguire un reato ed esercitare l’azione penale: se quel tempo si esaurisce non è più possibile indagare) dopo la sentenza di primo grado (sia in caso di assoluzione, sia in caso di condanna dell’imputato), la prescrizione entra subito nel ddl Anticorruzione, ma sarà in vigore solo a partire da gennaio 2020. Contemporaneamente si approva un disegno di legge delega a Bonafede per riformare il processo penale. 
Intanto lo scollamento politico si riverbera nell’assenza di solidarietà tra i parlamentari delle due forze: in Transatlantico i capannelli “misti” di inizio legislatura non ci sono più. Il distacco (anche fisico) è tale che in commissione Giustizia a Montecitorio, il leghista Paolini sussurrava ai colleghi di altri partiti: “Si corre verso il voto anticipato. Ma non a giugno, a marzo”. 
Matteo Salvini ha gettato acque sulle polemiche, per ora, e blinda l’Esecutivo. Ma il messaggio è molto chiaro: perché tutto vada bene servono buon senso e umiltà. “Il Governo non è assolutamente a rischio, manterrà uno per uno tutti gli impegni presi con gli italiani, punto. Con buon senso e umiltà, si risolve tutto”, afferma il leader della Lega. 
Forte dei sondaggi che lo danno stabilmente sopra il 30%, un pensierino a nuove elezioni anticipate l’avrà già fatto: certo se alle elezioni europee facesse il pieno, potrebbe anche pensare ad uno “strappo”, magari cercando un pretesto, per andare alla conquista di Palazzo Chigi, approfittando delle defaillance del suo alleato: Di Maio. La base elettorale dei Cinque stelle, infatti, rumoreggia, alcuni parlamentari fanno la fronda, e c’è già chi si sta preparando a succedergli (Alessandro Di Battista). 
Ma se sul fronte interno, le tensioni non mancano e, prevedibilmente, non mancheranno tra le forze politiche della maggioranza, non essendo pochi i dossier ancora aperti sui quali esistono divergenze (TAV e altre grandi opere, fondi per l’editoria, sanatoria), resta caldo anche il fronte esterno, quello europeo, dove prosegue il confronto a distanza tra Italia e UE sulla manovra. 
Con una differenza se non nei termini, almeno nei toni del confronto: è meno aspro e si rifuggono polemiche e giudizi affrettati preferendo far parlare piuttosto i numeri. E quelli giunti da Bruxelles (Commissione europea) e da New York (FMI) non sorridono di certo al nostro Paese, cui si aggiungono anche i moniti di Francoforte (Bce), mentre dall’interno la Banca d’Italia riconferma i rischi connessi con la manovra 2019-21. 
Questo clima di incertezza e tensione non fa bene né alla Borsa (maglia nera in Europa), né allo spread, che è tornato a salire, riportandosi venerdì a 301 punti base, rispetto al Bund con il rendimento del BTP decennale al 3,43%. 
Le nuove previsioni dell’Unione Europea, infatti, stimano in calo il Pil italiano del 2018 da 1,3% a 1,1% e ritoccano quello 2019 da 1,1% a 1,2%. 
“Dopo una crescita solida nel 2017 l’economia italiana ha rallentato nella prima metà di quest’anno per l’indebolimento dell’export e della produzione industriale. Una ripresa dell’export ed una maggiore spesa pubblica sosterranno la crescita moderatamente, ma l’associato rischio nel deficit, assieme ad interessi più alti e considerevoli rischi al ribasso, mette in pericolo la riduzione dell’alto debito”, si legge nel testo. Bruxelles mette dunque in dubbio la riuscita della manovra perché farebbe leva su stime di crescita dell’economia sopravvalutate da parte del governo. 
Bruxelles rivede infatti al rialzo le stime sul deficit italiano: nel 2018 dall’1,7% previsto in primavera sale all’1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 “a causa delle misure programmate” come reddito di cittadinanza, riforma Fornero e investimenti pubblici che “aumenteranno significativamente la spesa”. Nel 2020 sfonda il tetto del 3%, raggiungendo il 3,1%. L’UE precisa che questa cifra non tiene in considerazione la clausola di salvaguardia, cioè l’aumento dell’Iva, data la “sistematica sterilizzazione”. 
La replica dell’Italia non si fa attendere. Dice il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento programmatico di bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici, nonostante le informazioni ed i chiarimenti forniti dall’Italia”.  Tria si dice “dispiaciuto” della “défaillance tecnica della Commissione”. E aggiunge: che la “defaillance tecnica” non “influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”. 
Tria non è rimasto da solo in trincea con l’elmetto a difendere le buone ragioni della Legge di Bilancio 2019. A dargli manforte è sceso in campo anche il Presidente del consiglio Conte. “Le previsioni di crescita della Commissione UE per il prossimo anno sottovalutano l’impatto positivo della nostra manovra economica e delle nostre riforme strutturali” ha scritto in una nota.  “Andiamo avanti con le nostre stime sui conti pubblici, sulla crescita che aumenterà e sul debito e il deficit che diminuiranno”. 
Fuori dall’Europa, però, anche l’Fmi ribadisce le proprie stime sull’Italia, che sono improntate al ribasso. Nel Regional Economic Outlook per l’Europa, il Fmi prevede una crescita dell’1,2% per il 2018, dell’1% per il 2019 e dello 0,9% per il 2020. Nel 2017 l’Italia era cresciuta dell’1,5%. 
Nell’audizione davanti alle commissione legislative V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e V del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio), il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini ha avvertito il governo che “una politica di bilancio espansiva, pur utile in fasi cicliche particolarmente avverse, non garantisce la crescita nel medio termine e può metterla in pericolo a lungo andare”. 
L’esponente di Palazzo Koch aggiunge che “davanti ad un’eventuale nuova recessione l’Italia si troverebbe con un disavanzo relativamente elevato, come prima della crisi, e un’incidenza del debito sul prodotto perfino superiore. I margini di manovra sarebbero, di nuovo, ristretti”. Non solo, ma l’aumento dello spread “è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile”. “L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia” e “la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria”, “rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio”, ha detto ancora Signorini, sottolineando come “occorra abbattere lo spread” perché i “segnali che gli investitori percepiscono sono importanti”.  
In questo quadro si tenta di portare avanti la mediazione sui conti pubblici tra Roma e Bruxelles: come spiega un autorevole esponente del governo (e come Economia Italiana.it ha anticipato nel precedente articolo) “da entrambe le parti stiamo cercando di prender tempo per arrivare ad un compromesso. L’Europa dovrà far mostra di non cedere all’Italia mentre noi dovremo trovare il modo di cambiare la manovra senza dirlo”. In realtà è lo stesso premier Conte a rivelare che sarebbe in corso una mediazione tra Bruxelles e Roma, prima confermando il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero per il 2019, poi aggiungendo che se la crescita non raggiungesse gli obiettivi prefissi “adotteremmo misure di contenimento della spesa”. 
Insomma, il Governo sta preparando una exit strategy. In tal caso M5S e Lega dovrebbero ammainare le loro bandiere. Non sarebbe un buon viatico in vista delle elezioni europee. Ma la politica è realismo e, smentendo Nicolò Machiavelli, non sempre il fine giustifica i mezzi.

(riproduzione riservata)