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Fra curricula gonfiati e inglese che dà punti, le "stranezze" dell'università italiana


23/10/2017

Il grecista Walter Lapini ha pubblicato sul Secolo XIX di Genova un articolo-denuncia, che qui riprendiamo, su alcune abitudini ormai invalse in sede di preparazione di esami, tesi di laurea e redazione di esperienze di lavoro. Il copia e incolla è diffusissimo e la lingua italiana scivola nelle retrovie.

Se all’università il merito si valuta anche con “l’auto copiatura”

Ho recensito da poco un libro sull’epicureismo antico diviso in otto capitoli. Nell’introduzione si legge che i capp. 7 e 8 erano stati già pubblicati in altra sede. Ma io ho fatto una piccola indagine e ho scoperto che il cap. 7 era stato già pubblicato non una ma due volte, e il cap. 8 addirittura quattro; e che anche i capp. 4 e 6 erano copie conformi di cose già uscite. Insomma questo libro – che ingrossa il curriculum e fa titolo, fa punteggio – non è che un agglomerato di materiali che l’autore mette e rimette in circolo da anni, con titoli diversi e piccoli adattamenti del tipo «comunque Lucrezio» al posto di «Lucrezio comunque», oppure «è il caso di segnalare» al posto di «è da segnalare».
Difficile non vedere una relazione fra queste impudenti auto copiature (da tenere ben distinte dalle sporadiche e dichiarate ristampe di scritti significativi) e il tipo di valutazione dei professori universitari imposto dall’Anvur, l’agenzia dal cupo nome a cui lo stato italiano ha dato il totale controllo sull’università e sulla ricerca: il rating dell’Anvur, che dovrebbe in teoria far emergere il merito, l’eccellenza, ma che è in realtà puramente quantitativo, vincola alla  produzione di carta le carriere dei giovani e il potere dei vecchi. Sia i primi che i secondi devono scrivere molto e in fretta, gli uni per salire di grado, gli altri per mostrare di non essere da meno dei loro assistenti, dottorandi e groupies, nonché, più concretamente, per accedere a
Finanziamenti e a commissioni di concorso. L’Anvur si è inoltre inventata una specie di pungolo per bovini pigri, obbligando anche gli studiosi dormienti a «produrre», vuoi per non vedersi bloccato lo stipendio vuoi per non danneggiare il dipartimento di appartenenza, che con una valutazione scadente perderebbe denaro, posti, assegni; ché il criterio dell’Anvur è appunto questo: punire la classe per la birichinata del singolo, come alle elementari. E così, volenti o nolenti, tutti scrivono di continuo, tutti «producono», riempiendo le riviste di spazzatura e i curricula di titoli tossici. Più che ovvio, in un clima come questo, che il malcostume dell’auto riciclaggio abbia assunto proporzioni da piaga biblica. Se uno non ha idee, o tempo, o voglia di fare ricerca, non gli resta che riscrivere il già scritto. 
Esistono ormai dei veri professionisti dei saggi-fotocopia: uno studioso di chiara fama, vero Duca Valentino degli Anvur times, è riuscito a ripubblicare lo stesso articolo sei volte in sei anni. Altro potente stimolo alla scrittura fatua è il cosiddetto Impact Factor, anche questo un’escogitazione del Prestigioso Estero, sempre alla ricerca dell’otre dei venti degli indicatori oggettivi. Detto grossolanamente, l’Impact Factor è il numero di volte in cui un articolo viene menzionato (non importa se in bene o in male) all’interno di un certo set di riviste specialistiche. Più ti citano e più sei bravo. Dicono che nelle «scienze dure» l’Impact Factor funziona. Buon per loro. Ma per me resta un mistero come si possa anche solo pensare di utilizzare un indicatore che non distingue fra citazioni positive e citazioni negative, e che fatalmente finirà per creare un mercato del reciproco sostegno, del cito ut cites fra gruppi alleati, o viceversa di congiure del silenzio ai danni di studiosi bravi e non allineati. 
Certuni sostengono che questo indicatore non verrà mai esteso alle discipline umanistiche. Io invece credo che prima o poi – in qualche forma – il Generale Impact arriverà anche qui, e che sarà accolto come tutto il resto: passivamente. I più accorti già si preparano: lo dimostrano sia il fenomeno delle citazioni vuote, sempre esistite ma ora dilaganti («come giustamente dice il tale», «come osserva acutamente il talaltro»), sia il proliferare di articoli-civetta, svelti da scrivere perché privi di contenuto, nulla più che recipienti di bibliografia, nati al solo scopo di menzionare per nome e cognome gli allievi da promuovere o i maestri da blandire. 
Infine l’inglese. Una legge per ora non scritta dell’era Anvur vuole che un saggio in inglese – ceteris paribus, o anche imparibus – valga più di un saggio in italiano. Una manna per i copycats, che possono pubblicare lo stesso articolo ora in italiano ora in inglese, lucrando due titoli in una botta sola. Quelli che sanno l’inglese si traducono da sé, ma gli altri? Gli altri si fanno tradurre a spese proprie o, se «incardinati», a spese di tutti, cioè usando i fondi di ricerca. Niente di irregolare, o di illegittimo, e tantomeno di illegale, stando le cose come stanno ora. Ma prima o poi qualcuno dovrebbe domandarsi se non ci sia un fumus di danno erariale in questo uso di denaro pubblico non per migliorare un «prodotto» ma per impennacchiarlo e concorsualizzarlo.

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