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Fra le pieghe del Risorgimento in un piccolo borgo montano della Basilicata, dove la gente si chiede chi è questo “Garibaldo”

Dalla penna, raffinata e intrigante, di Pietro De Sarlo un graffiante tuffo nella Storia impregnato di egoismi e miserie, passioni civili e religiose, ma anche amorose. A fronte di un viaggio nel passato dal quale è faticoso riemergere… 


17/05/2021

di Massimo Mistero


Il terzo edito di Pietro De Sarlo è un romanzo storico, ovvero La congiura delle passioni edito da Altrimedia Edizioni (pagg. 240, euro 19,00), ambientato all’epoca dell’Unità d’Italia di cui quest’anno si celebrano i 160 anni. È un libro che ti ghermisce, uno di quei libri che ti segue ovunque, dalla colazione alla cena, consumata in fretta e con il pensiero alle pagine che ti attendono e che finché non le hai dischiuse tutte ti rendono muto come in una bolla dove il mondo esterno ti giunge con richiami e presenze fastidiose e incongrue. 
Specialmente se ti piace la Storia, la grande Storia, quella che parla dei momenti di svolta epocale ma che vuoi capire dal lato e dalla parte di chi quei momenti ha vissuto, o forse subìto, e non dalla successione di date e battaglie o proclami di chi quei momenti ha governato. 
E così leggendolo ci si trova immersi in uno degli snodi cruciali della Storia del nostro Paese: il Risorgimento. Ma le vicende narrate non si svolgono nei centri del potere dell’epoca, a Parigi piuttosto che a Londra o a Torino o Roma e Napoli, ma in un perduto borgo montano della povera terra di Basilicata dove “Qui i giornali arrivano tre giorni dopo e i fatti sono contati chissà quanto tempo dopo i loro avvenimenti. Scaramucce in Sicilia? Che vuol dire? Questo Garibaldo chi è e perché viene a invadere il Regno?”. 
Ma è forse proprio partendo da luoghi e interessi decentrati che si capiscono meglio gli sviluppi e specialmente gli effetti della Storia tramite gli affanni di nobili, galantuomini, clero e cafoni che si trovano a dover fronteggiare tempeste improvvise, nate da impetuosi e ignoti venti lontani e trovandosi privi di strumenti per capire come poter galleggiare e sopravvivere. 
Dalla quiete di un’epoca, legata al ciclo delle stagioni - la vendemmia, la molitura delle olive, la mietitura e l’aratura dei campi - insieme alle serate trascorse innanzi al fuoco - nei gelidi inverni - e per le strade fangose dove si consumano gli egoismi di galantuomini e nobili e le vite misere dei cafoni, si passa ai sommovimenti e alla tensione di una aspra lotta animata dalle passioni civili, religiose e amorose. 
E quel mondo arcaico ci viene restituito con i riti e i ritmi di una comunità di cui ci pare di sentire i suoni, che echeggiano del latinorum, che segna distinzione di casta e censo, e nei nomi e soprannomi legati ai mestieri o al ruolo sociale - ‘U Barone, il Notaro, il Fattore, ‘A Masciara, ‘U Craparidd - e persino i profumi e gli odori, da quello della legna bruciata nei camini a quello delle stalle in paese e che nei sottani, dove convivono animali domestici e una dolente e povera umanità, si mischiano tanto che andare a servizio nelle case dei signori è considerato un privilegio. 
Non vorresti mai riemergere da questo viaggio del passato, è faticoso perché oltre alla ricostruzione storica certosina, senza anacronismi filologici e inappuntabile nell’ambientazione, c’è la fascinazione esercitata dall’intreccio di trame private e pubbliche dove le prime si mescolano con le seconde in un gioco dove si incontrano personaggi storici e di fantasia senza riuscire a distinguere gli uni dagli altri. 
Veri e propri cammei, Vittorio Emanuele II e il generale Enrico Cialdini animano un paio di scene dal sapore amaro e ironico al tempo stesso, che rendono queste figure vive, fedeli a sé stesse e integrate nel racconto in un continuum dove vicende centrali e lontane si ripercuotono su scenari periferici e prossimi.  
Il libro è ambientato a Monte Saraceno, nome di fantasia di un piccolo borgo montano di Basilicata, e si divide in tre parti. La prima coincide con la fase iniziale del Risorgimento lucano, che porterà alla proclamazione della Prodittatura, e viene vista con gli occhi di un bambino, Pietrino il figlio del Notaro, uno dei notabili del luogo. La piccola comunità cerca di adattarsi al nuovo corso limitando gli scossoni e i conflitti. La prudenza domina mentre si cerca di capire come orientarsi e così quando arriva il plebiscito occorre decidere: “Già, però bisognava per prima cosa decidere se andare a votare epoi occorreva decidere cosa votare, prima di decidere entrambe le cose era necessario capire cosa fosse più conveniente fare e per capirlo occorreva sapere cosa avrebbe fatto il Barone. In una tornata elettorale così priva di riservatezza chi poteva assumersi il rischio di sbagliare?”. 
Ed è proprio la scena del Plebiscito e il suo inganno a evidenziare un punto di svolta in cui sia il Risorgimento sia Pietrino, affascinato dall’eroe romantico del garibaldino incarnato dallo zio Nicola Maria, perde innocenza e verginità. Il risorgimento non può “più essere raccontato come successione di atti eroici”, come ci avverte l’autore nella appendice, e quindi nella seconda parte del libro è l’intera comunità con i suoi leader, i suoi problemi irrisolti e le sue fragilità ad assumere il ruolo di protagonista. 
Un romanzo corale quindi, dove la solidarietà e il senso di appartenenza si lacerano fino a dividere e spaccare famiglie e l’intera comunità e dove tutto finisce per essere pretesto di inciampo e persino “una carta mal giocata” accende discussioni che trascendono svegliando rancori sommersi e finiscono in tragici epiloghi. Tutto pare inutile per tenere ferma la rotta e alle passioni civili si aggiungono le tresche amorose che mettono ulteriore benzina sui rapporti tra i piemontisi e la gente di Monte Saraceno “…quindi questo diavolo di piemontiso è riuscito ad arrivare. Potrei tagliargli la gola ma non è così che rivoglio Caterina” ma a qualcuno va anche peggio. 
Nella parte finale del romanzo è la Masciara a emergere come protagonista involontaria a rappresentare il tracollo del razionale, quando tra l’odio e il sangue non resta che rifugiarsi in quella zona d’ombra tra i fantasmi e lo stordimento cercando l’oblio. Una via per resistere altrimenti ad un intero popolo “non resteranno che le americhe” e dove persino i vincitori paiono sconfitti. 
I capitoli prendono il titolo dai versi della poesia del Manzoni “Marzo 1821”, e non può che risultarne evidente lo scopo dell’autore di sottolineare il contrasto tra la retorica e la realtà, tra l’anelito di fratellanza risorgimentale tra i popoli italiani e il Lombroso, che al seguito dell’esercito piemontese taglia le teste ai briganti per misurare fronti e distanze tra le orbite oculari ma … “Briganti voi dite? Cafoni, contadini, poveri cristi in croce che non sanno come mettere insieme il pranzo con la cena intendete”
E pare quasi che l’autore voglia rassicurare il lettore di non avere a sua volta fatto la contro-retorica risorgimentale e forse per questo a corredo del libro c’è l’ampia bibliografia, una appendice, in cui rende conto del carteggio con Alessandro Barbero a cui dà del neo-sabaudo, e una nota in cui afferma: “La storia è quella che è, e non quella che ci piacerebbe che fosse”
A completare la ricchezza di spunti offerta dal libro le ricche prefazioni di Pino Aprile e Gennaro De Crescenzo. 
Per la cronaca Pietro De Sarlo, laureato alla Sapienza in Ingegneria, ha un lungo passato manageriale esercitato ai massimi livelli in società italiane ed estere. In tale ambito, come presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, ha promosso diversi interventi a favore della cultura tra cui le borse di studio per dottorati di ricerca in materie umanistiche. Oltre ad alcuni saggi di natura economica, ha pubblicato il primo romanzo nel novembre 2016, L'Ammerikano (premio della giuria al concorso Argentario 2017 e premio San Salvo-Artese, sempre nel 2017, riservato alle opere prime). Per Altrimedia nel 2020 ha pubblicato Dalla parte dell’assassino (Premio Narrativa Giallo/Thriller nell’ambito della quinta edizione del Concorso Letterario Nazionale Argentario 2020 - sezione Narrativa edita). Inoltre De Sarlo - appassionato di vela, sci e motociclismo - gestisce il blog www.pietrodesarlo.it

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