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Fra le pieghe di una serie di inquietanti beghe familiari con Giorgio Martinengo, eccentrico investigatore privato delle Langhe

Un romanzo ambientato nel mondo del vino - un mondo che l’autore, Fabrizio Borgio, conosce bene - basato su una indagine multipla e arricchito da dissapori parentali, spruzzate di caporalato e mafie provenienti dall’Est


01/02/2021

di LUCIO MALRESTA


Un gradito ritorno: quello di Fabrizio Borgio. Un autore quanto mai abile nell’affondare la penna nei mali del nostro quotidiano, ma anche capace di dare voce e immagine a personaggi di un certo peso, ben inquadrati in ambientazioni - rielaborate a uso e costume dei lettori - che fanno parte del suo tran-tran quotidiano. Come nel caso di Giorgio Martinengo, l’investigatore privato delle Langhe, che torna in pista per la quinta volta in Panni sporchi per Martinengo (Fratelli Frilli, pagg. 218, euro 12,90). 
Di fatto un detective anomalo quanto eccentrico, che aveva debuttato nel 2014 in Vino rosso sangue. Un uomo colto quanto disinibito, che non dispiace alle donne e che vive in collina, appunto tra le Langhe e il Monferrato. Una specie di lupo solitario, per certi versi disilluso dalla vita, portatore comunque di meritevoli risvolti umani, che questa volta troverà supporto nell’investigatore irregolare Buscafusco, “un’invenzione - tiene a precisare l’autore - dell’amico e scrittore Davide Mana, che ne detiene tutti i diritti, a sua volta prima guida di una serie di novelle e racconti pubblicati sul mercato anglosassone”. 
Risultato? Una storia di piacevole leggibilità a indagini multiple, che trova i suoi punti di rottura in tre differenti vicende familiari, allargate a tematiche di strette attualità, che vanno dal caporalato alle mafie provenienti dall’Est. Fermo restando l’aiuto di un outsider dai modi spicci e dalle mani pesanti. In buona sostanza un corollario “interpretativo” che non mancherà di fare presa anche sui palati più esigenti a fronte di “una riflessione su una certa borghesia medio-alta che non si è ancora resa conto dei cambiamenti in atto”. 
A tenere la scena è un pranzo di Natale allargato ai parenti in casa Martinengo (quella, per intenderci, della Martinengo vini), una famiglia che di rado si riunisce al completo. Una famiglia, della quale fa parte il nostro protagonista, che peraltro non si ama come spesso succede a tante altre. Convinzione che si rafforza in Giorgio nel momento stesso in cui sua zia Luisa gli propone di condurre un’indagine patrimoniale sul marito. Il motivo? Questo zio mandrogno (sinonimo di abitante di Alessandria e dintorni), parente acquisito un po’ spaccone, ha messo Betesio, lo zio matto, in una costosa e prestigiosa casa di cura a San Costantino Belbo, piccolo comune della zona. 
La retta è alta ma Livio Baudino non se ne fa un cruccio. Infatti, oltre ad accollarsi questa spesa, riesce a condurre uno stile di vita sontuoso. Senza peraltro toccare le finanze di famiglia. La qual cosa inquieta magna Luisa e incuriosisce Giorgio che accetta. Il quale, poco tempo dopo, viene contattato da una ditta di Alba, la Eno Drink, specializzata in bevande isotoniche e bibite a base di mosto non fermentato, una derivazione dell’indotto dall'inflazionato mercato vinicolo. Giacosa, il titolare, sospetta che il suo braccio destro, il giovane e ambizioso Derek Bosso, conduca il doppio gioco a favore di una azienda concorrente. 
Un ingaggio che calza a pennello per Martinengo, in quanto non particolarmente difficile da eseguire. Almeno sino a che le cose cominciano a prendere una strana piega quando sembra che il contatto di Derek Bosso con la concorrenza sia l’affascinante Melissa Pozzo, moglie di Alessandro Baudino, il fratello minore di Livio Baudino. Il quale, grazie anche al suo supporto, ha appena avviato una società che si occupa delle stesse bevande della Eno Drink. 
Come se non bastasse, Alessandro Baudino ingaggerà il nostro investigatore per indagare su una presunta infedeltà della moglie. Tutto questo mentre le indagini su Livio portano a società sospette e a una cooperativa di Canelli in odore di caporalato. Intanto, durante un torrido settembre, si stanno preparando le vendemmie... 
Detto del libro torniamo all’autore che in quanto a notizie che lo riguardano non si risparmia. Fabrizio Borgio è nato “settimino” il 18 giugno 1968 ad Asti, città dove si è diplomato perito meccanico con una specializzazione in informatica e dove lavora come responsabile di reparto in una catena di supermercati. “La qual cosa mi consente, visto che vado lavorare al mattino presto, di avere a diposizione una buona parte di giornata per mettermi al computer”. 
Perché per lui la scrittura, che deve proporsi “asciutta e attenta”, è anche “esigente”. Ragion per cui deve nutrirsi di un “un esercizio costante, giornaliero, in quanto più lo si fa e meno faticoso risulta”. Lui che vive con la moglie Giuliana e un gatto nero battezzato Oberyn (nome rubato al principe protagonista delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, un lavoro firmato dallo statunitense George R. R. Martin) a Costigliole d’Asti; lui che, quanto mai attento al sociale, milita nella locale sezione della Croce Rossa Italiana come soccorritore (“In realtà, con la pandemia in corso, è diventato una specie di secondo lavoro”). 
E ancora: lui membro dell’Onav, organizzazione attiva dal 1955 ma ora in fase di stallo (“Ci diamo da fare soltanto a livello virtuale”), e in quanto tale apprezzato assaggiatore di vino (la qual cosa lo porta a condire di variazione sul tema i suoi racconti); lui che in passato, dopo aver trascorso quattro anni e mezzo nell’Esercito (“Volevo diventare paracadutista, ma un incidente mi costò il brevetto”), una volta congedato si era messo a collezionare mestieri perché stare con le mani in mano non gli andava proprio a genio: operaio, tecnico, falegname, cantiniere, giardiniere, meccanico di scena, impiegato… 
Dedicandosi anche - appassionato com’è di cinema e di letteratura, oltre che di sport praticato sino a qualche tempo fa a livello semi-agonistico nel campo della marcia, del nuoto e delle arti marziali (attività messe a riposo per via della dilagante pandemia da Covid-19, oltre che “per certi fastidiosi problemi alla schiena”) - allo studio della sceneggiatura con nomi di spicco del grande schermo come Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. E appunto come sceneggiatore e soggettista ha collaborato con il regista astigiano Giuseppe Varlotta. 
Insomma, un eclettico personaggio dal carattere schivo, riservato e che non ama il protagonismo, Fabrizio Borgio, salvo diventare “logorroico una volta che viene tirato fuori dal suo guscio”. Una penna che ancora oggi ironizza sul suo futuro (“Da grande voglio fare lo scrittore”), anche se - come ha avuto modo di raccontarci alcuni anni fa e ribadirci nei giorni scorsi - scrivere rappresenta una passione di vecchia data, nata quando, “da bambino timido e un po’ introverso”, faticava a relazionarsi con gli amici e pertanto cercava uno sfogo nella lettura. “La qual cosa mi aveva portato a scrivere le prime storie”. 
Già, la lettura, una passione coltivata a lungo. Con un debole dichiarato per Pier Vittorio Tondelli, allargato ad autori della narrativa di settore come Raymond Chandler, Bruno Morchio, Giorgio Scerbanenco e Carlo Emilio Gadda. Interesse allargato agli autori russi, ad esempio Toltsoi e Dostoevskij, ferma restando la folgorazione, quando aveva 17 o 18 anni, “per Il maestro e Margherita di Bulgakov e l’Ulisse di James Joyce”). Tematiche allargate a fantascienza, horror, mistery, gialli e noir, che rappresentano il suo pane quotidiano, con un grazie al seguito anche per David Foster Wallace, l’autore americano morto a soli 46 anni nel 2008, che “ha influenzato la scrittura dei miei tre ultimi libri”. 
Per farla breve: fu nel 2006 che, dopo aver incassato il primo riconoscimento per un racconto breve, Borgio sarebbe arrivato in libreria con Arcane le Colline seguito l’anno successivo da La Voce di Pietra, per poi accasarsi presso la Fratelli Frilli di Genova dando alle stampe Masche e La morte mormora, lavori incentrati sulla figura di Stefano Drago, un agente speciale del Dipartimento Indagini Paranormali. 
“Si trattava però di un personaggio, seppure ben delineato e per certi versi di spessore, che faticava a farsi apprezzare dai lettori”. E allora, “ascoltando i suggerimenti del rimpianto Marco Frilli, mi inventai Giorgio Martinengo, accasandolo vicino a Castagnole delle Lanze, per poi rimetterlo in pista anche in quel di Asti”. In quanto la città, bene e spesso, “sa regalare spunti narrativi vincenti”. Un personaggio peraltro “nato dalla fretta - tiene a precisare - in quanto, per accontentare l’editore che aveva già scalettato il mio terzo libro su Drago, ma senza grandi entusiasmi, lo scrissi in soli quaranta giorni”. 
E per quanto riguarda il suo domani narrativo? “Sto scrivendo un romanzo completamente diverso, che mi sta peraltro complicando la vita per via delle difficoltà legate alla ricerca e alla documentazione: vale a dire una spy-story sulla Libia contemporanea, un Paese non facile, in balìa di cambiamenti e interessi allargati. Speriamo in bene. Con la speranza di riottenere quel complimento, se vogliamo banale ma che mi ha fatto un gran piacere, arrivato da un lettore: ovvero Lei è un vero scrittore”.

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