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Fra storia, leggenda, incanto e spiritualità: il Natale nelle parole di una esperta d'arte

Risultato? Una piacevolezza narrativa dedicata a pochi amici, ma che merita di essere letta da una platea allargata. Con i migliori auguri, ai lettori, di tutta la banda di Economia Italiana.it


17/12/2018

di Donatella Gallione Molinari


Donatella Gallione Molinari

Quest’anno desidero dedicare alla mia grande famiglia alcune annotazioni sul Natale, in relazione alle sue rappresentazioni nell’arte. Di questa festa sacra vorrei mettere a fuoco alcuni aspetti che fluttuano tra storia, fede e leggenda. Un racconto denso di spiritualità, della quale il mondo d’oggi non conosce più il sapore, e di profondi significati simbolici che rimangono ormai muti all’interno dei quadri, valutati solo dal punto di vista estetico, senza più comprenderne il messaggio profondo. Questa storia avvincente del primo incontro degli uomini con Cristo, indipendentemente dalle nostre convinzioni religiose, invita alla riflessione, al raccoglimento, ma anche al sogno. 
Ed è proprio con questo spirito che vi invito a leggere le pagine seguenti, e a osservare le immagini dei quadri, affinché possiate ritrovare l’incanto di un mondo perduto, mistico e fiabesco insieme, se pure per il breve tempo di questa lettura. 
Forse non tutti sanno che la data del 25 dicembre in cui noi festeggiamo il Natale fu stabilita probabilmente solo nel 354 da papa Liberio, perché nessuno sapeva esattamente quando era nato Gesù. Infatti nei Vangeli non è specificato, anche perché un tempo non era ritenuta importante la data di nascita di una persona. 
Ma come mai papa Liberio scelse proprio il 25 dicembre? È noto che il 21/22 dicembre cade il solstizio d’inverno che è il giorno più corto dell’anno, dopo di che il sole inizia nuovamente a trionfare, perché le giornate, se pure molto lentamente, si allungano. Durante il solstizio d’inverno, in epoca romana, aveva luogo un’importante festa pagana: i Saturnali, una sorta di carnevale con banchetti, scambi di doni e orge per festeggiare il “sol invictus”. È quindi probabile che il Cristianesimo desiderasse sovrapporsi a quella festa pagana per sostituirla con una cristiana che, con il trionfo della luce, voleva celebrare il trionfo di Cristo, definito anche “luce del mondo”. 
Storicamente comunque la nascita di Cristo fu collocata durante gli ultimi anni di regno di re Erode il grande tra il 7 e il 4 a.C.; per la Bibbia intorno al 2 a.C. Avvenne a Betlemme, in Giudea, durante il regno dell’imperatore romano Augusto che, avendo indetto il famoso censimento, costrinse Giuseppe e Maria a muoversi da Nazareth in Galilea verso Betlemme, nonostante Maria fosse incinta. Difficilmente però un imperatore avrebbe indetto un censimento in inverno, troppo freddo anche in Palestina (Betlemme è alta più di 700 metri). Inoltre anche secondo il Vangelo i pastori, cui l’angelo annunciò la nascita di Gesù, erano nei campi con le loro greggi e non al chiuso come avveniva nelle notti invernali. Quindi è probabile che Gesù sia nato in primavera o in autunno. 
Penso comunque che, al di là dell’aderenza storica, la scelta di fine dicembre per festeggiare la nascita di Gesù sia davvero perfetta, perché l’aria nitida e trasparente dell’inverno e il silenzio irreale che regna sulle cose dopo una nevicata, ben si addicono all’arcano, all’immaginario, alle apparizioni e riescono meglio a portarci fuori dal tempo in un mondo ignoto e trascendente. 
Dei Vangeli canonici (cioè riconosciuti dalla Chiesa: Marco, Matteo, Luca e Giovanni) solo Matteo e Luca parlano della natività di Gesù e in modo molto scarno e conciso. Matteo racconta che dopo la sua nascita arrivarono a Betlemme alcuni Magi dall’Oriente (non specifica il numero) per rendere omaggio al nuovo re dei Giudei. Erode li fece chiamare e chiese loro di tenerlo informato quando avessero trovato il bambino. Ma i Magi, avvisati da un angelo delle vere intenzioni di Erode, tornarono da un’altra strada. Matteo dice che i Magi adorarono Gesù in una casa, ma a quel tempo le case in Palestina erano sovente scavate nella roccia, come i nostri Sassi di Matera dove trovavano rifugio uomini e animali. Anche il Proto Vangelo apocrifo di Giacomo parla di una grotta a proposito della nascita di Gesù.  
Luca invece racconta che durante il censimento Maria e Giuseppe si recarono da Nazareth in Galilea a Betlemme in Giudea. Qui Maria diede alla luce un figlio, lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia di una stalla perché non c’era altro posto per loro. Dopo la nascita un Angelo annunciò la venuta di Cristo ai pastori che, investiti da una luce accecante, furono presi da grande timore e, subito dopo, scesero dal cielo gli eserciti celesti per cantare la gloria di Dio. 
I Vangeli apocrifi (non riconosciuti dalla chiesa) sono molto più dettagliati e narrativi a proposito della nascita di Gesù, cosa che piacque molto al popolo, tanto che alla fine i loro racconti sul Natale furono accettati anche dalla Chiesa. 
I Vangeli apocrifi più noti sono: Lo Pseudo Vangelo di Matteo, il Proto Vangelo di Giacomo, il Vangelo Arabo Armeno dell’infanzia, la Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine (santo vescovo di Varazze) e, più tardi, dal 1300 in poi, le Rivelazioni di santa Brigida di Svezia. 
In arte le prime rappresentazioni della Natività sono estremamente semplici perché si riferiscono ai Vangeli canonici. 


(Barnaba da Modena)

Col passare del tempo le scene della Natività e dell’Adorazione dei Magi si arricchiscono sempre più di personaggi,


(Stefano da Verona)

fino a diventare vere e proprie folle nel Rinascimento.


(Lorenzo Costa)

Dalla fine del 1500/1600 l’arte abbandona la narrazione e diviene vera e propria apologia (ricordiamo che siamo nel periodo della Controriforma) e in queste opere il corpo di Cristo brilla di luce soprannaturale e respinge le ombre e le tenebre ai margini del quadro.


(Rubens Pieter)

La scena sacra nei dipinti spesso si svolge sotto la tettoia di paglia di una stalla o al limitare di una grotta, ma molto sovente sono raffigurate entrambe, probabilmente per soddisfare le diverse narrazioni. Nel ricco mondo dei simboli LA GROTTA rappresenta il grembo materno, la cavità uterina, quindi la nascita, ma Gesù da morto viene posto in un sepolcro dentro a una grotta che quindi assume anche il significato di morte. Nella stessa grotta però Gesù risorge. Secondo alcune antiche credenze mediorientali l’uomo viene generato dal fango portato dall’acqua in una grotta contenente una fossa dalle forme umane. Non dimentichiamo che proprio le caverne sono state i più antichi luoghi di culto (ad esempio Lascaux e Altamira). 
A volte, nelle rappresentazioni della Natività, vediamo il Bambino Gesù posto in una cesta di vimini, un chiaro riferimento a Mosè, abbandonato in una cesta e poi salvato dalle acque del Nilo. Oppure può essere steso su un fascio di spighe per simboleggiare l’Eucaristia, o sulla terra nuda per sottolinearne l’umiltà. Talvolta appare fasciato fin sopra la testa, come un morto, per ricordarci che Gesù è venuto sulla terra per morire al fine di salvare l’umanità. 
IL BUE E L’ASINELLO non sono menzionati nei Vangeli canonici, ma solo da quello apocrifo dello Pseudo Matteo dove i due animali si accostano alla mangiatoia e si inginocchiano ad adorare il Bambino. Sembra che un testo del profeta Abacuc, riferito al Bambino Gesù, fosse stato tradotto in modo erroneo, invece di “sarai riconosciuto nel corso degli anni” fu tradotto “sarai riconosciuto tra due animali”. 
Al bue e all’asinello sono assegnate simbologie molto diverse. Secondo S. Girolamo l’asino simboleggia l’Antico Testamento e il bue il Nuovo. Per S. Bernardo l’asino è il simbolo della pazienza virtuosa e il bue dell’umiltà evangelica. Ma c’è anche un’altra interpretazione: il bue animale puro simbolo degli Ebrei, l’asino animale impuro simbolo dei pagani e della lussuria (Sileno, ebbro, cavalca un asino), ma non dimentichiamo che Gesù la domenica delle palme entra in Gerusalemme sulla groppa di un asino. 
Il fatto curioso dei simboli è proprio che ognuno ha in sé anche il significato opposto a seconda delle circostanze in cui è utilizzato (ad esempio la mela, simbolo del peccato, vicino alla Madonna assume il significato di redenzione). Nei quadri della Natività sono sovente presenti animali e piante con precisi significati simbolici: ad esempio il pavone simbolo di immortalità e resurrezione, il garofano della passione e morte di Cristo, la viola dell’umiltà.


(Andrea Mantegna)

Per quanto riguarda LA STELLA, nelle rappresentazioni più antiche, può avere forma di fiore o cerchio luminoso, ma anche testa di cherubino o di angelo in volo. Altre volte la troviamo sotto  forma di spada che incombe sulla testa della Vergine, presagio del suo dolore per la morte del figlio (reminescenza bizantina). Solo con Giotto compare la stella cometa perché il pittore vede la cometa di Halley, apparsa nel 1301 (la stessa che apparve a noi nel 1986) e che evidentemente lo impressiona talmente da utilizzarla nei suoi presepi.


(Giotto)

E adesso veniamo ai MAGI. Prima di tutto quanti sono? Nessuno lo sa con precisione, ma poiché i doni menzionati sono tre, papa Leone Magno stabilisce nel V secolo che anche i Magi siano tre, tanto più che il tre è un numero divino per eccellenza. Nelle rappresentazioni più antiche i Magi hanno aspetto molto simile. Portano una tunica corta, un mantello, pantaloni aderenti e berretto frigio, indumento di origine persiana la cui forma nasce dalla pelle di un capretto aperta (ritroviamo il berretto frigio sul capo dei rivoluzionari francesi) e recano i loro doni su un semplice piatto, coprendo le mani col mantello in segno di rispetto come nel cerimoniale imperiale romano.


(I Magi, mosaici Ravenna)

Ma chi sono questi illustri personaggi? Probabilmente dei saggi sciamani (guide spirituali), studiosi di astronomia e seguaci delle dottrine di Zoroastro o Zaratustra, mistico e profeta iranico che vive e predica tra Afganistan e Turkmenistan tra il 1800 /1700 a.C. 
I Magi dicono a proposito di Gesù: “Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”, ma la stella cui si riferiscono probabilmente non è altro che una tripla congiunzione astronomica, o meglio un allineamento tra Sole, Giove, Saturno e Luna nella costellazione dell’Ariete (rilevata dagli astronomi in quel periodo) che, dal punto di vista astrologico, significa la nascita di un grande personaggio. 
Dopo il 1300 la figura dei Magi si arricchisce di altri significati; vengono considerati discendenti di Noè i cui figli, Sem, Cam e Jafet danno origine alle tre razze umane: Semiti (Asia), Camiti (Africa), Jafetiti (Europa): per questo compare il Magio dalla pelle nera. Ma rappresentano anche i tre continenti e le tre età dell’uomo (giovinezza, età adulta e vecchiaia). 
I loro nomi? Melchiorre: è il più anziano, ha tratti europei, una lunga barba, un turbante e porta l’oro. Rappresenta l’Europa; Gaspare: è un uomo adulto, ha tratti orientali, porta la mirra e rappresenta l’Asia; Baldassarre: è il più giovane, ha la pelle scura, porta l’incenso e rappresenta l’Africa. Ma le raffigurazioni non sono così codificate e possono quindi variare. 
I loro doni hanno precisi significati simbolici. L’ORO, essendo incorruttibile, è il metallo nobile per eccellenza: non arrugginisce, non si macchia per cui ha sempre simboleggiato il regale, il divino, il trascendente. Il suo colore luminoso simboleggia il riflesso della luce celeste (per questo l’oro piaceva ai Bizantini). Alcuni popoli antichi pensavano che la carne degli dei fosse fatta d’oro. L’INCENSO è una resina che si estrae dalla boswelia, ha caratteristiche antinfiammatorie, profuma gli ambienti e si brucia in onore di Dio. La MIRRA è una resina gommosa ricavata da una pianta medicinale che si trova nella penisola arabica, in Mesopotamia e in India. Si usava mescolata con oli per ottenere unguenti medicinali utili anche per la mummificazione e, infatti, fu utilizzata per ungere il corpo di Cristo morto (la parola Cristo significa unto). 
LE ROVINE CLASSICHE. Le rovine di antichi edifici classici, quasi sempre presenti nei dipinti della Natività, si riferiscono alla leggenda Aurea di Jacopo da Varagine secondo cui il paganesimo sarebbe crollato quando una vergine avesse partorito. Ovvero simboleggiano il vecchio mondo che crolla e l’avvento di quello nuovo grazie alla nascita di Cristo.


(Palma il vecchio)

Nel protovangelo di Giacomo compare un personaggio curioso: la levatrice incredula. Si racconta che nell’imminenza del parto Giuseppe fa chiamare due levatrici, ma la seconda arriva che il bimbo è già nato e, quando la collega le dice che la Madonna ha partorito pur essendo vergine, risponde che avrebbe creduto solo toccando con mano. In quel preciso momento la sua mano si paralizza e torna normale solo quando, pentita, chiede perdono al Bambino Gesù. 
E per concludere vorrei parlarvi di un personaggio tipicamente pagano, che non vedrete mai nelle rappresentazioni sacre, ma che è entrato a tutti gli effetti a far parte delle feste natalizie: la Befana. 
Si narra che i re Magi, durante il loro cammino verso Betlemme, si fermarono a riposare a casa di una vecchina, appunto la Befana, alla quale raccontarono lo scopo del loro viaggio invitandola a unirsi a loro per portare doni a Gesù. 
La Befana dapprima declinò l’invito ma poi, pentita, uscì di casa alla ricerca dei Magi. Nel buio della notte non riuscì però a trovarli, per cui decise di lasciare un dono a tutti i bambini, sperando che tra quelli ci fosse anche Gesù. 
La Befana simboleggia l’anno vecchio che deve essere bruciato. Per questo porta anche il carbone in ricordo dei resti del suo rogo. 
E a questo punto buon Natale: a chi ha la fortuna di avere fede; a chi non crede in Dio o nel trascendente, ed è comunque una persona onesta; a chi ha tanti dubbi in proposito, ma riflette e si meraviglia sempre davanti al mistero. 
E infine buon Natale a chi riesce comunque a sognare, nonostante tutto.

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