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Gerusalemme capitale: perché sì. Senza tuttavia dimenticarci delle possibili conseguenze

Trump ha il difetto di fare. Gli altri? Solo chiacchiere


11/12/2017

di Sandro Vacchi


Dici Israele e pensi a Mosè, al Mar Rosso, ai profeti, alla Bibbia, a Salomone, ad Abramo e Isacco, a Betlemme, all'annunciazione, alla Madonna, a Gesù Bambino, al bue e l'asinello, a Betlemme. E a Gerusalemme. Domandate a una persona qualunque che cos'è Tel Aviv e che cosa Gerusalemme e, nove volte su dieci, non saprà quasi niente della prima, mentre conoscerà la seconda, non fosse altro perché gli è rimasta negli orecchi dai tempi della dottrina: una cosa che i benpensanti prima o poi elimineranno come il presepe, il Natale e il crocifisso nelle scuole, per non offendere gli alunni musulmani. 
Parlo da miscredente, ma riconosco totalmente le radici giudaico-cristiane dell'Europa, che sono nella storia, nella filosofia, nel modo di vivere... tant’è che l'Europa comunitaria di Bruxelles non le nomina nei suoi atti fondativi. 
L'uomo che marcia con gli anfibi e se ne frega del politicamente corretto, il Pel di Carota che risponde al nome di Donald Trump, ha osato una cosa che nessuno dei suoi tremebondi predecessori aveva azzardato, cioè affermare che Gerusalemme è la capitale di Israele. Ergo, l'ambasciata degli Stati Uniti sarà trasferita lì da Tel Aviv. E l'Europa filoaraba della Merkel, di Juncker e della Mogherini (sempre che Trump abbia idea di chi sia costei) dovrà farsene una ragione. 
Infatti, il primo passo dei pallidi capetti del Vecchio Continente destinato all'invasione islamica è stato un fermo monito contro il presidente americano, così menefreghista delle regole della diplomazia e del galateo. In testa agli scandalizzati quel fighetta di Emmanuel Macron, immediatamente imitato dal nostro virilissimo governo, che quando si tratta di mettersi al servizio dei francesi è sempre sveltissimo, fosse anche per obbedire a Sarkozy che ci ha portati in Libia. 
Qualcuno che abbia rilevato come Trump non faccia che applicare la legge? Nemmeno uno. Il Jerusalem Embassy Act fu approvato nel 1995 a larghissima maggioranza dal Congresso degli Stati Uniti. Si era in piena epoca Clinton: dice niente questo cognome? La moglie di Bill era proprio la sfidante di Trump alle ultime presidenziali, fatta a pezzi per l'insuperabile lutto dei cicisbei della sinistra autoreferenziale. Questa legge impone lo spostamento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, ma Clinton, Bush e Obama hanno fatto finta di niente. Trump no. Ma lui è un buzzurro, detestato dalle compagne con il palco alla Scala e dai loro consorti miliardari ma che salutano col pugno chiuso. 
Ecco, allora, che si è scatenata la guerra mediatica, mentre i palestinesi di Hamas minacciano di avviare quella di ferro e di fuoco, nella quale sono specialisti. Si fa per dire: i primi due razzi sparati contro Israele sono finiti in territorio palestinese, due begli autogol che dovrebbero indurre a prendere ripetizioni balistiche dal Cicciobomba coreano. 
Agli scontri di quella che subito è stata denominata Nuova Intifada, scontri in Israele e Palestina, si sono aggiunti i cortei degli indignati di professione in mezza Europa, i roghi delle bandiere con la stella di David e l'invito della “sciureta” Mogherini ad Abu Mazen, presidente dei palestinesi, al prossimo consiglio degli esteri dell'Unione fissato per gennaio. Che cosa c'entra con la UE lo sa solamente lei, a meno che non si voglia individuare in Hamas una organizzazione liberale e filantropica selvaggiamente attaccata dalla plutocrazia israelo-americana e nel suo capo una sorta di Nelson Mandela. 
Se occorreva una prova ulteriore di quale parte abbia scelto Bruxelles, eccola. Fra i cortei, anche quelli organizzati in Italia, che si sono un po' confusi con le sfilate dei fascisti di sinistra contro i fascisti di destra e contro tutti i fascisti, Israele in testa. E chi ci capisce qualcosa è intelligente. 
Qualcuno che ricordi come gli USA versino in assistenza ai palestinesi 280 milioni di dollari? Proprio per niente. Tutti Lor Signori, invece, ad accusare gli americani di essere tornati a fare i gendarmi del mondo e, indirettamente, Israele di razzismo: che è come dare dell'ebreo a Hitler. Ma si sa: con la scusa politica dell'antisionismo una bella parte dei cervellini del cavolo è intimamente antisemita, secondo tradizione dei partiti comunisti dell'Europa centro-orientale mutuata dalla chiesa ortodossa, che vede (va) come il diavolo il popolo “deicida”. Il razzismo, caro onorevole Fiano che vuole abolire Predappio, è largamente diffuso fra i suoi compagni di schieramento, non meno che fra la destra estrema. E studi la storia, così imparerà che da quattromila anni Gerusalemme è ebrea, esattamente come lei da quaranta anni, Israele divenne una nazione, quindi un popolo, nel 1312 avanti Cristo, cioè due millenni prima di Maometto e nel 586 avanti Cristo i babilonesi distrussero il primo tempio di Gerusalemme. Il nome di palestinesi saltò fuori invece in epoca romana per definire un popolo che aveva raggiunto Israele attraversando il Mediterraneo. Ma vah! Ricorda niente di attuale questa traversata? Soltanto che i palestinesi divennero tanti con il sionismo, che non li ha affatto annientati, bensì li ha patti lavorare. 
Per tornare ad Abu Mazen, vogliamo sentire che cosa dirà questa volta al Parlamento europeo, dove undici anni fa fu a lungo applaudito per aver sostenuto che alcuni rabbini avevano suggerito agli israeliani di avvelenare l'acqua dei palestinesi. Avete presente i pogrom della Russia zarista? Nascevano da accuse infami e false, vere e proprie fake news, contro gli ebrei, a cominciare da quella che mangiassero i bambini e ne bevessero il sangue. Bella roba, vero? 
La caccia all'ebreo non è mai finita, di fatto. Lasciamo stare che perfino l'Unesco ci si è messa di recente, “islamizzando” il Muro del Pianto. Quindici anni fa la conferenza mondiale dell'Onu contro il razzismo diede nuova linfa all'antisemitismo e Israele apparve l'erede dell'apartheid sudafricana. Peccato che il 13 per cento dei medici e degli infermieri che lavorano negli ospedali israeliani siano palestinesi, così come il 15 per cento degli studenti universitari. 
Insomma, è bella e consolidata abitudine dei “democratici” europei confondere le vittime con i carnefici e, finite le processioni alle sinagoghe il 27 gennaio, giorno della Shoah, i bravi compagni ricominciano col “Dagli all'ebreo”, ricordando al massimo i morti, ma odiando i vivi. 
Allora salta fuori il meno prevedibile dei presidenti americani, che fa suo un testo di legge, prende atto dei nuovi rapporti di forza in Medio Oriente, supera l'ambiguità di chi l'ha preceduto rimanendo fermo in nome degli interessi petroliferi musulmani, e osa l'inosabile. A Parigi scatta la caccia all'ebreo da parte dei bravi islamici delle banlieu, territori nei quali sono cresciuti i killer di “Charlie Hebdo” e di altri attentati terroristici che hanno insanguinato l'Europa. 
Tutto il can can segnerà una vittoria inaspettata per Trump e Israele. Infatti i sunniti, con in testa l'Arabia Saudita, hanno tutto l'interesse a che prosegua il piano del presidente più detestato dalla sinistra al caviale del mondo intero. E l'Egitto lo stesso. Il genero di Trump, Jared Kushner, per inciso ebreo, è l'inviato del presidente-suocero per recuperare un rapporto col mondo sunnita che si era ammalato in modo mortale ai tempi dell'osannato Obama. Chi, infatti, è insorto quant'altri mai dopo la dichiarazione su Gerusalemme capitale? L'Iran, il più feroce nemico di Israele, e l'Iran è sciita. Altre roboanti minacce sono arrivate dal turco Erdogan, ma quello è molto simile al Lanciarazzi coreano. 
Vedrete che se Abu Mazen non farà il testone, non si farà turlupinare dall'Unione Europea e accetterà di sedersi a un tavolo con gli americani a parlare di un piano che cancelli l'idea che i confini di Israele debbano essere quelli precedenti la guerra dei Sei Giorni, i signorini che oggi strabuzzano gli occhi all'Eliseo come a Palazzo Chigi fingeranno di essere i veri artefici del “processo di pace”. Alla faccia del buzzurro newyorkese, del governo oggi di Tel Aviv e della legge fondamentale approvata nel 1980 dalla Knesseth, il parlamento israeliano, che proclama Gerusalemme capitale ufficiale dello Stato. L'unico democratico, ricordiamolo, del Medio Oriente, il solo dove le donne hanno pari diritti degli uomini (le femministe a senso unico farebbero bene a ricordarlo), uno Stato nato nel ricordo, nell'onore, nell'insegnamento di sei milioni di morti passati per i camini dei campi di sterminio tedeschi. Ma non ditelo ad Angela Merkel, potrebbe inorridire.

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