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Giulia Maria Crespi: questa la verità sui miei quattordici anni al "Corriere della Sera"

In una autobiografia ricca di curiosità e di aneddoti, la fondatrice del FAI si mette a nudo, raccontando della sua infanzia, della sua passione per l’ambiente e per l’agricoltura, ma anche di cosa la spinga a restare sulla breccia nonostante i 92 anni suonati. Una donna fuori dal comune pronta a sostenere che la ricchezza «non può essere considerata una colpa», che i privilegi rappresentano «una condizione accettabile» e che si aspetta ancora molto dal futuro


16/11/2015

di Mauro Castelli


«La vita mi ha dato molto, ma quello che mi ha dato se l’è ripreso con tanto di intereressi, dal momento che le cambiali in bianco prima o poi vanno onorate. Sì, perché ho avuto il cancro, anzi, ne ho avuto sei». Energica e instancabile, Giulia Maria Crespi, schietta e agguerrita sino al midollo. «Un gigante rispetto alle mezze figure della borghesia lombarda in quanto a nobiltà d’animo», ha avuto modo di annotare Ferruccio de Bortoli. Di fatto una donna di potere, imprenditrice brillante, discendente di una importante famiglia di cotonieri (forte di una ricchezza solida, comunque mai urlata); una lady intrigante disposta a tutto pur di ottenere il massimo, oltre che un concentrato di volontà che si fa beffa degli anni, tanto da portarla a 92 anni suonati a mettersi a nudo in un libro - Il mio filo rosso. Il “Corriere” e altre storie della mia vita (Einaudi, pagg. 466, euro 22,00) - nel quale ammette senza remore e senza tentennamenti gli errori commessi, sottolineando, quasi con orgoglio, anche i propri difetti. Forte del coraggio, che non è da tutti, di dire la verità.
Come quando ammette, in maniera cruda quanto schietta, di aver tenuto un comportamento «sadico e fetente» nei confronti di Giovanni Spadolini, il direttore in fase di licenziamento dal Corriere della Sera durante la sua «gestione». Perché alla fin fine, tiene a precisare, «nel cambiamento i valori e i costumi mutano, mentre i fatti restano».
Ma anche una prima guida della cultura donna Giulia Maria la quale, oltre a essere stata «malvolentieri» l’indiscussa zarina del Corriere (la chiamavano così per il suo piglio autoritario), ha dato lustro a Italia Nostra sino a fondare il 28 aprile 1975 - in compagnia di Renato Bazzoni, Alberto Predieri e Franco Russoli - il FAI (Fondo Ambiente Italiano), di cui è attualmente presidente onorario. «Fu Elena Croce - ricorda - a spingermi in questa direzione sullo stile del National Trust inglese, in scena dal 1895, che conta oltre tre milioni e mezzo di iscritti». Un ente che in buona sostanza si propone di salvare impagabili angoli del nostro Bel Paese, in abbinata al suo patrimonio artistico. In altre parole, in tutti questi anni, ci siamo presi cura di castelli, ville, abbazie, parchi, coste, scavi e via dicendo, abbandonati all’incuria del tempo e degli uomini». Peccato che la salvaguardia dell’ambiente, pur diventata parte della nostra cultura, non sia ancora troppo praticata. «E si tratta di un sacrilegio - picchia duro la Signora - visto che se il nostro patrimonio artistico fosse ben gestito attraverso una politica turistica seria, delegata a persone capaci quanto preparate, l’Italia potrebbe proporsi alla stregua di un faro per il mondo intero».
Lei che non si è mai tirata indietro nel battagliare con i politici che «se ne fregano dell’ambiente, di destra o di sinistra poco importa», ma anche con i giornalisti, che «non hanno il coraggio di scrivere quello che è sotto gli occhi di tutti». Lei pronta ad assicurare che la ricchezza «non deve e non può essere considerata una colpa» e che i privilegi rappresentano «una condizione accettabile». Lei che sa parlare il tedesco, il francese, l’inglese e adora la musica, in primis quella di Wagner. Lei che ha sempre avuto un debole per i cani, con il ricordo sempre vivo dell’ultima Lupa (un nome ricorrente nel tempo), una femmina di pastore tedesco che «era più fotogenica della sua padrona». Lei che a suo dire si è sentita vecchia al momento del novantesimo compleanno, complice un’operazione agli occhi. Lei che crede in un mondo spirituale, nell’omeopatia, nell’antroposofia, ma anche nell’agricoltura biodinamica, per la quale si è dannata l’anima, assieme al figlio Aldo, nella sua tenuta pavese della Zelata («Dove ho imparato ad amare la natura»).
Lei che si era sposata con il conte Marco Parravicini: un’unione felice durata però soltanto quattro anni, in quanto il marito perse la vita in un incidente d’auto. «Avevo solo 33 anni e la sua scomparsa fu per me un bruttissimo colpo. A salvarmi furono i nostri due gemelli Aldo e Luca. In ogni caso non sono mai stata una donna che ama piangersi addosso più del dovuto. Così, piano piano, visto che la vita è un dono che non deve essere sprecato, mi misi a guardare fuori dalla finestra e a darmi da fare». Successe poi che - dopo la morte degli zii Mario e Vittorio Crespi, ma soprattutto a seguito della grave malattia del padre - nel 1960 si trovasse a gestire come accomandataria (in altre parole responsabile della linea e del bilancio) la proprietà del Corriere della Sera.
Quel quotidiano di via Solferino a Milano che Luigi Albertini, dopo essere stato assunto da Torelli Viollier, aveva fatto diventare grande sia come gerente della società proprietaria che come direttore. Il quale Albertini, per contrasti con il partito fascista, era stato messo alla porta a fronte di una intimidazione - ebbe a scrivere lui stesso in una lettera - dei signori Crespi. Della qual cosa Giulia Maria avrebbe chiesto spiegazioni al padre, sentendosi rispondere che non c’erano alternative, in quanto era arrivato «un ultimatum del gerarca Roberto Farinacci che ingiungeva di allontanare Albertini dalla direzione entro otto giorni. In caso contrario, con le sue milizie, avrebbe lanciato bombe nella sede e distrutto il giornale. Fu così che, alla fine di una lunga trattativa, acquistammo la sua quota, a fronte comunque di un esborso enorme».
Corriere della Sera, si diceva. Un quotidiano che, strada facendo, aveva percorso in lungo e in largo le vicende che avevano contrassegnato la crescita politica ed economica del nostro Paese. Una testata che stava vivendo un periodo di profonde trasformazioni, a fronte di una nuova generazione di giornalisti (come Camillo Cederna, «colui che mi spiegò il valore della bellezza e della memoria»), alla quale Giulia Maria avrebbe dedicato quattordici anni della sua vita. Entrando dapprima con curiosità e umiltà, anche se il direttore di quel periodo, Alfio Russo, non le piaceva, in quanto in lui vedeva «il conservatore, l’uomo di destra, aggravato da una certa rozzezza». Purtroppo, «per miopia e inesperienza - un vero e proprio mea culpa - non mi ero resa conto che Russo era un eccellente giornalista che stava svecchiando il giornale».
Di fatto, sotto la «guida» della Crespi (che in questa autobiografia riporta per filo e per segno un sacco di inediti retroscena, in abbinata a certi suoi contrastati rapporti di potere, che lasciamo al piacere della scoperta da parte del lettore), questo importante quotidiano avrebbe virato a sinistra dal punto di vista politico («Mi hanno dato della comunista e della rompiballe, ma poco importa. In ogni caso credo sia stata una scelta coraggiosa, seppure irta di difficoltà»). A fronte di una linea progressista varata nel 1972 e culminata con il licenziamento del direttore Giovanni Spadolini (sostituito da Piero Ottone), colui che «sbagliando» era stato assunto proprio dalla Crespi («Lo avevo voluto in quanto uomo colto e simpatico, per poi rendermi conto che era vanitoso e troppo interessato ai giochi di potere»). Un passo seguito dall’allontanamento, l'anno successivo, del giornalista Indro Montanelli, il quale non mancò di bollarla come dispotica guatemalteca.


Una triste vicenda quella fra Ottone e il toscanaccio - in un periodo in cui Giulia Maria si trovava sola a combattere un’impossibile battaglia - che la vide affrontare la situazione in prima persona visto che «le sconfitte avevano fatto partire Montanelli per la tangente». Sta di fatto che in una riunione del comitato direttivo, la penultima della breve storia della gestione Crespi-Moratti-Agnelli, «esposi il caso, che del resto era pubblico. Dissi anche che lasciavo agli altri ogni decisione, perché insultata com’ero stata, con il soprannome di handicappata, mongoloide e altro, temevo di non poter essere serena nel giudizio. Alla fine venne chiamato Ottone che ne propose il licenziamento. Vollero il mio parere. Appoggiai il direttore, ma ponendo come condizione l’unanimità». E tutti votarono a favore.
D’altra parte, tiene comunque ad annotare, «di fronte a Moratti e Agnelli non potevo certo chiamare in causa la responsabilità di Ottone sul fatto che Montanelli avrebbe dato vita a un nuovo giornale (il primo numero uscì il 25 giugno 1974), portandosi dietro un bel gruppo di giornalisti, le cui dimissioni avevano forse come causa una profonda incompatibilità di carattere fra chi se ne andava e il direttore».
Di fatto già da qualche tempo - e qui facciamo un piccolo passo indietro - non si trattava di un periodo facile per il Corriere, a causa di ingenti passivi di bilancio, anche se le copie vendute crescevano (i grossi problemi in essere erano stati infatti accantonati e la cura rimandata: un vero peccato mortale). Fu così che la Crespi - in crisi di liquidità - aveva deciso di cedere parte delle sue quote a Gianni Agnelli (il quale in seguito le aveva assicurato il suo appoggio per cinque anni in una lettera scritta di suo pugno in quel di Forte dei Marmi: Cara Giulia Maria, ti do la mia parola d’onore che…; una promessa peraltro disattesa) e ad Angelo Moratti per poi, l’anno successivo, trovarsi «costretta» a vendere quanto restava nel suo portafogli all’editore Andrea Rizzoli. Uscendo pertanto, definitivamente, dalla scena del più importante quotidiano italiano.
Si tratta, leggendo questi ultimi sprazzi dell’inedita storia di via Solferino, di passaggi toccanti, che emozionano, che fanno affiorare il dolore di una sconfitta in abbinata al tradimento (possiamo definirlo così?) di un grande uomo. Tanto da far precisare alla Signora quanto l’avvocato ebbe a dirle: «I tempi sono cambiati. La politica è cambiata. E poi al Corriere c’è continua agitazione: comitato di fabbrica, comitato di redazione in perenne sciopero, tutto un disastro». Quindi propose: «Ci sono tre alternative: vendiamo tutti e tre, oppure tu rimani e lasci che noi vendiamo a Rizzoli, oppure facciamo entrare Rizzoli come quarto socio. Però è meglio vendere tutti assieme». Fu a quel punto che «io mi inginocchiai e baciai la mano di Gianni, ma soltanto per implorarlo di non vendere il giornale». Un’umiliazione inutile.
Che altro? Una straordinaria protagonista, Giulia Maria Crespi (che ogni tanto - noblesse oblige - ama parlare di sé in terza persona), convolata a nuove nozze con l’architetto-partigiano-artista Guglielmo Mozzoni (l’autore della tempera su tela - Giulia e i suoi cani - della prima di copertina del libro, a sua volta un grande uomo scomparso lo scorso anno dopo una lunghissima unione); un personaggio da copertina forte di una chilometrica lista di riconoscimenti e attestati, come la laurea honoris causa in Storia dell’arte della quale è stata insignita dall’Università di Bologna. Che ancora oggi, con instancabile dinamismo e altrettanta caparbietà, continua a girare l’Italia per sostenere quelle che ritiene le sue ragioni di vita. Lei che è nata il 6 giugno 1923 nella Villa del Biffo a Merate, in Brianza, luogo che avrebbe visto le sue prime pedalate in bicicletta, le prime cavalcate, le mangiate dei fichi «più dolci della mia vita», la raccolta delle violette («Da allora il mio fiore preferito») nell’immenso giardino. Ed è quanto si apprende dalla lettura, piacevolissima, della sua storia. O meglio, delle sue tante storie.
A fronte di un incipit segnato dalla nostalgia e dai ricordi. Annotando, ad esempio, la punta di gelosia che la pervadeva quando i Big Boys (Renato e Piero) «venivano a trovare Nanny, la carismatica guardiana alta e secca come il manico di una scopa, e io non esistevo più»; il senso di oppressione delle coperte nella carrozzina; l’allegria di un girotondo ballato assieme al grande orso verde e a Topsy, la bambola nera col vestito amaranto «alta quanto me»; l’incontro casuale dei genitori con Oliva, «la saggia, la perfetta, che era entrata nella nostra vita a 16 anni e parlava come un mulino a vento»; le trasferte in primavera alla Zelata, «ed era come entrare in un paradiso, anche se una volta, quando avevo tre anni, assieme a Nanny ci perdemmo nel bosco».
E ancora: le puntate invernali a St. Moritz, «in quell’immenso casermone dell’Hotel Carlton», con le belle corse sullo slittino e i tuffi nella neve; le indesiderate uscite in una Milano invasa dal gelo, dalla nebbia e dalla pioggia che puliva l’aria (allora «mica era acida come quella di oggi»); le visite nella linda cameretta di Fräulein Schneider, la governante di Franco («Il mio amato fratellastro») diventata poi governante di casa e «che io chiamavo, chissà perché, Hockey e che, quando mi leggeva una storia toccante a volte piangeva»; le prime esperienze a scuola, oppure le puntate domenicali nella chiesa di San Pietro Celestino, «dove mi effondevo in preghiera con fervore mistico e chiedevo intensamente la conversione di Hockey che era infedele, cioè protestante»…
Uno spaccato di vita (nutrito da scuole di ballo, recite in francese, gite e visite culturali, una grave polmonite, una Prima Comunione vestita da principessa, ma anche dalla prima arrampicata a Cortina e dai «sofferti» rapporti con le amiche nobili) che nel giro di alcune decine di pagine ci porta a conoscere il contesto, le ricchezze, le abitudini e anche le paure di un gruppo di famiglia. Come quando la piccola Giulia Maria («La mia è stata un’infanzia solitaria, avara di amici», come dire che le è mancato il contatto con il quotidiano, a volte importante e altre volte spietato) decide di tornare a casa da scuola da sola e apriti cielo: con il maggiordomo Giacomo in frac nero («Quello stesso che sarebbe passato a Luca per aprire il ballo delle Vannozze, le future nuore») ad accoglierla con un gesto minaccioso e sua madre a prenderla a schiaffi nonché a propinarle come castigo due pasti in camera sua, con la sola compagnia del gatto Felix. Dopo aver naturalmente fatto il diavolo a quattro con la bidella, la maestra e il direttore dell’istituto. «E io non capivo il perché di tutta questa tragedia». Ma il motivo c’era: «Io ero la figlia del Crespi del Corriere e potevo quindi essere stata rapita», com’era successo negli Stati Uniti al figlio di Lindbergh alcuni giorni prima.
Insomma, appunti di vita raccontati come se fosse successo l’altro ieri e non una vita fa. A fronte di una storia costellata di personaggi unici: come Tranquillo, l’originale guardiacaccia che preferiva dormire su una sedia anziché a letto e parlava solo in dialetto; come Marina, la figlioccia dagli occhi celesti come il mare di certe isole sarde; o l’amata quanto rotonda maestra Baiocchi: «Era bellissimo conoscere con lei i segreti della storia e imparare a memoria le poesie: meno bella, per contro, l’analisi logica, tragica la grammatica, drammatici i miei riassunti e i miei temi, in quanto ricalcati dall’inglese». Con il criticato infortunio in prima ginnasio quando, per descrivere una serata a teatro, Giulia Maria scrisse: «Alla Scala andai nella scatola», avendo mal tradotto in italiano la parola box, che in inglese significa invece palco.
Come dire, una serie di storie, di temi, di curiosità e di aneddoti che si dipanano sul filo della memoria, all’insegna di un titolo che potrebbe forse suonare ambiguo - ci perdoni la Signora - per via delle sue predilezioni politiche. Toccando a volte tasti minimi, altre ancora dialoghi sui massimi sistemi. Come peraltro si conviene a una protagonista di primo piano del Novecento italiano.

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