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Gli infiniti modi per essere amiche e madri. Facendo i conti con il presente

Due compagne di scuola ai tempi del liceo, Laura Martinetti e Manuela Perugini, debuttano sugli scaffali con una storia dalle forti emozioni


21/05/2018

di Valentina Zirpoli


La maternità e la maternità mancata: su questo due temi, più vicini di quanto non si possa pensare, si sviluppa Nient’altro al mondo (Garzanti, pagg. 214, euro 16,90), romanzo d’esordio scritto a quattro mani da Laura Martinetti e Manuela Perugini, due giovani donne che si erano conosciute sui banchi di scuola e che si erano perse nei meandri delle loro professioni, per poi ritrovarsi e decidere di dare voce a una storia che “va all’origine delle emozioni”. Con Laura, accasata a Torino, a darsi da fare come libera professionista nel campo dell’architettura (“Dipingere, progettare e creare fanno da sempre parte di lei”), mentre Manuela, dopo essere stata per anni socia di uno studio legale internazionale attivo a Milano, lo scorso anno ha deciso di lasciare l’avvocatura per tornare nel capoluogo piemontese e seguire altre passioni. Come, nel nostro caso, la scrittura. 
Risultato? Appunto Nient’altro al mondo, un lavoro - elegante, ben strutturato e dai contenuti pregnanti - imbastito su due signore, Alma e Maria, che raccontano le loro storie di maternità: la prima andata a buon segno, la seconda segnata dal dolore di un aborto. Storie di maternità, certo, ma anche di amicizia, pronte a rapportarsi con l’origine dei turbamenti e delle eccitazioni femminili per portarli in superficie e parlarne senza remore. 
In altre parole un romanzo a due voci che dal presente si addentra a ritroso nel passato, facendo sì che il lettore impari a conoscere le due protagoniste attraverso i loro spaccati di vita, resi più veritieri dall’utilizzo della narrazione in prima persona. Giocando sul rapporto di lunga data che unisce Alma (sposata con Stefano) e Maria (compagna di Pietro). 
Un rapporto contraddistinto da un fil rouge fatto di speranze disattese e di silenzi, di paure e di incertezze, di confidenze e di segreti, ma anche di una struggente solitudine. In altre parole una specie di resa dei conti sul ruolo della maternità che, nel nostro caso, segue percorsi diversi. A fronte di un racconto che può risultare terapeutico e aiutare a rimarginare disagi profondi.  Così le due donne si sostengono e si incoraggiano a vicenda, in quanto l’una è impreparata a diventare madre mentre l’altra, che invece lo sarebbe, si trova a confrontarsi con una straziante quanto profonda delusione. 
Due eventi che, anziché dividerle, finiscono però per agire da collante, complice un’amicizia di vecchia data; un’amicizia che, anziché sfilacciarsi, dovrà però superare il disagio e confrontarsi a viso aperto. Perché “ognuna di loro deve trovare la forza di dare spazio all’altra, confrontandosi con il proprio dolore o la propria gioia. Perché dolore e gioia possono confondersi, scambiarsi, sorprendere. Perché si è fragili e forti nello stesso tempo, come l’argilla”. 
In buona sostanza le due donne scopriranno che “dire tutto quello che c’è in fondo al cuore spesso è un’impresa difficile. Ma non è così se abbiamo accanto chi sa ascoltare. Chi ci fa sentire come se non ci fosse nient’altro al mondo. Alma e Maria vivono pertanto sulla loro pelle che la maternità è un viaggio fuori e dentro di sé. Qualunque sia il suo esito. Perché si può essere madri e amiche in infiniti modi...”. 
Maternità e mancata maternità, in buona sostanza, sono il diritto e il rovescio di una identica medaglia. E allora ci si salva, ha avuto modo di affermare una delle due autrici, Laura Martinetti, a patto che la vita sia segnata o dall’amore o dall’amicizia. E non avere figli non deve tradursi, secondo Manuela Perugini, in un handicap, benché “il mancato arrivo di un figlio desiderato possa rappresentare un vuoto profondo”. Con la speranza che il tempo riesca a rimarginare la ferita e consenta di affrontare con maggiore consapevolezza i salti nel buio del destino.  

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