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Greco e latino più "facili"?

Studiare non è il Cantagiro. Walter Lapini, filologo che non ci sta a ridurre tutto a operetta


21/09/2016

"La scuola di Atene" di Raffaello Sanzio

Pubblichiamo qui di seguito un articolo del professor Walter Lapini, docente di Letteratura Greca presso l’Università di Genova e autore di numerosi saggi su teatro antico, storiografia dell’età classica, epigramma ellenistico, filologia filosofica e altro. Ricordiamo in particolare i volumi Spinoza e le inezie puerili (Genova 2010); Testi frammentari e critica del testo (Roma 2013); L’Epistola a Erodoto e il bios di Epicuro in Diogene Laerzio (Roma 2015).
È in atto in questi mesi un travagliato dibattito sul liceo classico e sulle discipline che lo caratterizzano: il latino e il greco. Una corrente di pensiero, rappresentata soprattutto dagli antropologi del mondo antico, ritiene auspicabile introdurre un approccio più leggero, vario e divertente alle lingue antiche ridimensionando in modo significativo sia lo studio della grammatica sia la traduzione con vocabolario sia la lettura dei testi in originale; altri invece, pur senza negare la necessità di adeguamenti e svecchiamenti, si dichiarano contrari al “facilismo” e alla “cultura della scorciatoia” e riaffermano il valore eccellenzialmente formativo (anche in relazione alle cosiddette “scienze dure”) della traduzione dal greco e dal latino, nella convinzione che il pur faticoso lavoro sui testi in lingua costituisca l’unico approccio realmente istruttivo e appagante ai capolavori che il mondo antico ci ha trasmesso.
Su questa linea si colloca il professor Lapini, che nel seguente intervento, uscito sul blog Le Parole e le Cose il 21.09.2016 e che qui si ripubblica con modifiche minime, illustra gli effetti che una riforma in senso facilistico dell’esame di maturità produrrebbe sul liceo classico e sulla scuola italiana in genere.

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Walter Lapini

L’autunno caldo della maturità

di Walter Lapini
Per il prossimo autunno-inverno i riformatori degli studi umanistici in Italia, fra cui non pochi membri dell’AMA (l’AMA di Siena, cioè Antropologia del Mondo Antico, non l’AMA di Firenze o Roma), hanno calendarizzato una serie di incontri e dibattiti nei quali si dimostrerà che la seconda prova della maturità classica va cambiata o magari abolita. Ci sono addirittura degli zeloti che percorreranno lo Stivale scuola per scuola. Sarà come nelle primarie americane: la squadra arriva, si accampa, mette in scena il suo numero e riparte. E via così fino alla convention finale. Il tour insisterà presumibilmente sui seguenti concetti: la traduzione di un brano dal greco o dal latino è un esercizio sterile, che non educa al bello, e che peraltro i ragazzi copiano da internet. Occorre dunque proporre traduzioni più brevi, precedute da cappelli introduttivi che spieghino circostanze e contesto e seguite da domande di verifica. Cosicché il maturando non sarebbe valutato solo in base alla capacità di tradurre, ma anche – attenzione – in base alle conoscenze generali sul mondo antico che appunto emergerebbero dall’esercizio di verifica.
Naturalmente nessuno sano di mente metterebbe in piedi un programma-monstre di convegni e di missioni apostoliche solo per promuovere una miglioria tecnica a un esame di diploma. E infatti la posta in gioco non è questa. La miglioria tecnica cela in realtà un attacco mortale alla versione in quanto tale, alla traduzione in quanto tale, poiché è chiaro che azzoppare la lingua alla prova di maturità significa azzopparla per tutto il quinquennio. Nessuno si allena a correre i 100 metri se il comitato olimpico decide che ne bastano 50. E scatterà l’effetto-domino: rapida recessione dell’insegnamento vivo e vero del greco e del latino e avanzata impetuosa della letteratura-senza-lingua e del metodo dei testi ‘compresi’. Con il che l’anticlassicismo trinariciuto che da mezzo secolo serpeggia come la peste nera nella scuola italiana avrà raggiunto il suo scopo: quello di eliminare lo studio delle lingue antiche dai nostri licei riparandosi dietro l’accattivante lessico del rilancio, del rinnovamento, della modernità. L’attacco per ora non è alle letterature, bensì proprio alle lingue, a quelle lingue che nessuno, si dice, sa più insegnare e imparare. Ma da una cosa all’altra il passo è breve, poiché un’Antike disgiunta dal lavoro sui testi si ridurrà ben presto a intrattenimento e aneddoto, a florilegio di mirabilia per gli «oh» e i «wow» di scolaresche mitridatizzate da un facilismo succhiato col latte. Dopodiché, liberata dalla zavorra del documento scritto, la civiltà greca e latina si leverà come una mongolfiera verso il mondo dei sogni. Questa e non altra è la vera posta in gioco, ed è bene che ne siamo tutti coscienti.
L’idea di una versione ‘accomodata’, contestualizzata e con domande, insomma fornita di generosi paratesti, seduce e fa breccia. Non vorresti sapere tu se lo studente ha tradotto bene perché sa o perché ha indovinato o copiato? Non vorresti tu il pane a buon mercato? Non vorresti tu pane e giustizia? Ovviamente sì. Ma bisogna precisare. Se trovi in incipit un «avendo egli detto ciò» hai il diritto che qualcuno ti spieghi chi è «egli» e cosa è «ciò». Non si discute. Ma ben altro sono i paratesti che con la scusa di contestualizzare pre-traducono tutto il brano, ben altro sono le domande che invece di aderire alla versione spaziano nel vasto scibile o propongono quesiti-burla tipo quanti erano i re di Roma o se Omero è nato prima o dopo Cristo. Dunque ci sono paratesti e paratesti. I riformatori non sono chiari su questo punto: lasciano che ciascuno intenda come vuole e sulla base di tale equivoco conquistano consensi.
In realtà una volta seminata tutta questa gramigna di noticine e quizzetti non è difficile capire che le righe da tradurre – cioè la prova vera – diventerebbero la metà, o la metà della metà, e magari non sarebbero nemmeno da tradurre, ma da ‘comprendere’. Non è forse così che è andata negli ultimi esami per aspiranti professori? La prova scritta di latino proponeva brani d’autore (Cesare, Catullo), ma non da tradurre, bensì da inserire in programmazioni simulate, in «percorsi». Non si richiedeva di capire il testo, ma solo di inquadrare l’argomento all’ingrosso. Idem con il greco. Tullio Gregory aveva protestato contro un esame così fatto («Sole» 24.04.2016), ma il ministero assicurò che la prova scritta non sarebbe mancata, e un autorevole antichista dell’ala riformatrice disse: «se è davvero così, è gravissimo» («Corriere» 28.04.2016, «Il futuro del liceo classico», di O. Riva); così la settimana dopo Gregory pubblicò una rettifica. A torto, come poi si è visto. Purtroppo non mi risulta che il censore del fatto «gravissimo» abbia poi mosso collo o piegato sua costa. Non si pretendevano sit-in o scioperi della fame, ma qualche lieve espressione di rammarico, qualche cauta presa di distanza, quello magari sì.
I riformatori hanno costituito di fatto un’Azione Parallela a cui il Miur dà appoggio e copertura in vista di obiettivi in cui molti degli stessi riformatori – ne sono più che certo – non si riconoscono. La sensazione è che la scure sia già alla radice dell’albero e che tutti questi convegni e tournée non siano che l’immancabile tributo a un dibbattito già superato nei fatti; senza escludere che qualche bello spirito su al Miur si diverta un mondo ad assistere a questa disputa aristofanea tra filologi e antropologi in cui ciascuno vuol mostrare di essere lui quello che vuole più bene al Liceo Classico.
Quanto al grosso pubblico, non sa neppure che esiste una questione liceo classico, o se lo sa se ne disinteressa, perché ritiene che non lo riguardi. Molti anzi si immaginano il classico come un luogo che sforna legioni di mangiapane a ufo e quindi come un’istituzione dannosa alla società e da abolire al più presto. E invece, se ti vai a guardare i numeri, la storia e le biografie dei diretti interessati, scopri che dal classico per lo più non escono poeti e imbrattacarte, ma fior di medici, ingegneri, economisti, scienziati. Chiedere a Tonelli, chiedere alla Gianotti, che hanno più volte spiegato quanto sia stato centrale, decisivo nella loro formazione lo studio delle lingue antiche, quelle lingue che adesso si vogliono far fuori per nessuna precisa ragione se non evidentemente per quella di imitare il PE (= Prestigioso Estero), che le ha fatte fuori da tempo. Ma come al solito noi copiamo gli errori degli altri quando gli altri li correggono, perché il PE, vedendosi invaso da macaroni istruiti e solidi, comincia a capire che la cacciata dei classics non è stato poi quel buon affare che sembrava (pare che negli ultimi anni siano più che raddoppiate in Inghilterra le scuole di base che hanno reintrodotto nei curricula rudimenti di lingue antiche, con ricadute vistosamente positive anche sulle altre discipline: «Repubblica Sera» 29.12.2015).
Le iscrizioni al classico sono attualmente calate al 5-7 per cento e i riformatori danno la colpa allo scarso appeal del greco e del latino, o meglio dei metodi con cui vengono insegnati. Mica che le lingue antiche siano brutte, questo non lo dice nessuno; però le regole, la grammatica, le liste di verbi da imparare a memoria (ma esistono ancora?) le rendono noiose. I ragazzi non studiano questa roba e di conseguenza bocciano e cambiano aria. Quindi bisogna intervenire sulle regole, ridurle, annacquarle. Sostituisci le regole con i raccontini (la Sfinge, il Minotauro, l’invidia degli dèi, il pediluvio nell’Ilisso), e vedrai che i licei classici torneranno a riempirsi. Un principio suscettibile di essere applicato ovunque: lo studio della segnaletica è tedioso e disturba la gioia della guida, perché non abolirlo? Le palle da tennis vanno a sbattere contro la rete, perché non levarla di mezzo?
Io credo che il calo al 5-7 per cento (e comunque il 5-7 non è poco, e se anche lo fosse pazienza: da quando questa fissazione dei numeri?) sia dovuto soprattutto al terrorismo psicologico che si è scatenato in questi ultimi anni. In tempi di crisi si può capire che il singolo cittadino pensi all’uovo oggi e rilutti a ‘investire in letteratura’. Ma lo Stato esiste appositamente per pensare alla gallina domani, e per capire e far capire che ‘investire in letteratura’ non è ‘investire in letteratura’ («l’italiano non è l’italiano», diceva Sciascia/Volonté in Una storia semplice) ma investire sul futuro del paese, che chiede formazione e flessibilità e in cui pertanto si dovrebbe rafforzare e non indebolire la nave ammiraglia di un sistema scolastico che forma e flessibilizza al punto da esportare cervelli in almeno due continenti. E se lo Stato non lo fa per buon senso, dovrebbe farlo per cinismo, perché se dài dài la scuola italiana si sfascia per davvero, quei famosi cervelli in fuga su cui si spargono tante ipocrite lacrime il governo se li troverebbe tutti qui, in fila davanti al Miur, come nel quadro di Pellizza.
Si noterà che non parlo di «valori» ma di utile. Io credo senza riserve che il liceo classico sia una grande risorsa, purché si tratti di un liceo classico con dentro le lingue, con dentro le traduzioni; un liceo classico migliorato e aggiornato dovunque sia possibile, ma che resti tale nella sostanza, non solo nel nome come certi modernizzatori segretamente vorrebbero. E questo aspetto del liceo classico – cioè la sua comprovata vocazione a farsi volano di sviluppo scientifico anche più che di belle lettere – è cosa che dovrebbe interessare a tutti, dagli intellettuali agli industriali giù giù fino al Joe Sixpack della porta accanto. I riformatori che piacciono tanto al Miur stanno giocando col fuoco, speriamo se ne rendano conto. L’ingranaggio che vanno a toccare è il cuore stesso del meccanismo, e chi opera sugli organi vitali deve dare ogni garanzia sul fatto che ne conosce il funzionamento. Se mi si dice che la poesia non serve più, posso anche crederci e rassegnarmi. Ma deve dirmelo Dante, nessuno che sia da meno di lui.

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