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Guai razzisti per i detective Hap e Leo, mentre un ragazzino dà la caccia a un cinghialone

Per i tipi della Einaudi due romanzi firmati da Joe R. Lansdale: uno di fresca di scrittura e l’altro del 2005. Ma la classe è sempre la stessa


24/09/2018

di Valentina Zirpoli


Del prolifico americano Joe R. Lansdale (dove quella R puntata sta per Richard in abbinata, come da anagrafe, ad Harold) ne abbiamo parlato spesso e bene. Grazie anche al suo editore di riferimento, la casa torinese Einaudi, che nel corso degli ultimi anni - alternando novità a lavori d’antan - ci ha regalato una ventina e passa di romanzi. Come nel caso de Il sorriso di Jackrabbit (pagg. 250, euro 17,50, traduzione di Luca Briasco), che segna il ritorno sulla scena narrativa dei due collaudati detective Hap e Leonard, nonché di un piccolo gioiello datato 2005 - L’ultima caccia (pagg. 122, euro 11,00, traduzione di Seba Pezzani) - che si rifà a una storia di formazione e di amicizia ambientata nel Sud degli Stati Uniti, nel periodo più buio della Grande depressione, dove “dietro ogni cespuglio sembrava nascondersi un mistero”. 
Ma andiamo con ordine. Hap e Leo (per la cronaca Hap Collins e Leonard Pine, due bizzarri quanto smaliziati investigatori giunti a buon punto della loro già lunga carriera) sono i protagonisti di una fortunata saga, peraltro nata per caso, come ha raccontato lo stesso autore a Luca Crovi: “Volevo dare voce a un romanzo criminale e mi trovai ad avere un contatto con la casa editrice newyorkese Bantam Books. Così nel 1990 scrissi praticamente di getto Una stagione selvaggia, prendendo spunto, per la costruzione del personaggio di Hap, dalle mie abitudini personali in abbinata ad alcune passate esperienze lavorative. Per contro Leonard è saltato fuori strada facendo e la loro amicizia mi ha irretito. E anche se quella prima storia non l’avevo pensata per loro, decisi di lasciarli fare…”. 
E appunto Hap e Leo sono i protagonisti de Il sorriso di Jackrabbit, una storia fresca di scrittura, impregnata di umorismo nero, ma certamente realistica, ambientata “in un luogo dove tutti sono nemici di tutti”, complice la scomparsa nel nulla di una ragazza. E siccome le cose ai nostri eroi non vanno sempre bene, anche in questo caso arriva l’imprevisto a guastare loro le feste. Succede infatti che Hap, il quale si è sposato quello stesso giorno con Brett e si sta dando da fare per preparare il picnic nuziale, venga distratto dall’arrivo di un pick-up, dal quale scendono una donna sessantenne e un giovane tatuato che indossa un paio di jeans neri e una maglietta con una scritta inequivocabile: Bianco è giusto
“Pur turbati dal colore della pelle di Leonard”, i due giannizzeri vogliono commissionare all’agenzia un incarico: ritrovare Jackie Mulhaney, figlia della donna (che porta i capelli raccolti in una crocchia così alta da poterci nascondere dentro un frullatore) nonché sorella di Thomas, il ragazzo tatuato. La giovane è scomparsa nel nulla da alcuni mesi e i familiari, temendo che sia morta, vogliono quanto meno sapere che fine abbia fatto. Di certo non era mai stata una figlia facile Jackie, nel senso che “aveva spesso offeso il loro onore andando con uomini di colore”. In ogni caso una ragazza bella e sexy, nonostante gli incisivi sporgenti. Appunto per questo veniva chiamata Jackrabbit. 
Purtroppo nessuno, nemmeno la polizia, sembra intenzionato a cercarla. Da qui la richiesta ad Hap e Leo, che secondo logica narrativa non si tirano indietro, “senza immaginare che l’indagine arriverà a condurli nelle stanze segrete di una setta capace di adorare fantomatici uomini lucertola. Una setta capace di infrangere senza rimorsi il quinto comandamento”. 
Risultato? Un noir che pesca nel torbido della violenza americana, catturando il lettore grazie alla messa in scena di personaggi bizzarri, fanatici razzisti e gentaglia dal grilletto facile. Un lavoro che trae peraltro ispirazione - come ha avuto modo di ricordare lo stesso Lansdale in una intervista al magazine de la Repubblica - da quanto succede all’ombra del presidente Trump e delle sue idee conservatrici, oltre che dai manifestanti razzisti di Charlotteville. Fermo restando che nelle sue storie l’antirazzismo è una costante. 
E per quanto riguarda la trama de L’ultima caccia? Un romanzo breve che si legge d’un fiato ambientato nel 1933, un anno ancora difficile per l’economia americana dopo gli sconquassi legati alla Grande crisi del 1929. A tenere la scena è il quindicenne Richard Dale, che sogna di diventare scrittore ed è ossessionato dall’idea di dare la caccia e uccidere il Vecchio Satana, un cinghiale selvatico che terrorizza le campagne nei dintorni della sua casa, cinghiale che neppure suo padre è riuscito a catturare. 
“Si tratta di una bestia spaventosa, di proporzioni gigantesche, una creatura mitica, quasi soprannaturale. E quando, una notte, il leggendario cinghiale si materializza fra i boschi, uccidendo il suo cane e spaventando a morte sua madre incinta, ecco che a Rick - che si sente ormai l’uomo di casa - non resta che accettare la sfida con le sole armi di cui dispone: l’astuzia e il coraggio. In ogni caso potrà contare su Abraham, il suo migliore amico, un ragazzo nero che sogna di tornare un giorno nella sua terra con una fama da grande guerriero”. 
Detto questo spazio al privato di Joe R. Lansdale, autore di chissà quanti romanzi (tre dei quali dedicati alla serie Mark Stone e firmati con lo pseudonimo di Jack Buchanan) che si rifanno alla citata serie di Harp e Leo, a due trilogie, duecento e passa racconti, diverse storie a fumetti, numerosi horror, nonché testi per la televisione e sceneggiature per il cinema. A fronte di canovacci che, bene e spesso, si addentrano fra le magagne di un paese ricco e povero al tempo stesso, “dove la violenza è una moneta di scambio pericolosamente diffusa”. Il tutto giocato su colpi di scena a ripetizione oltre che su personaggi che catturano e piacevolmente intrigano il lettore. 
Insomma, variazioni a largo raggio che rappresentano la specialità dell’autore e che finiscono per trovare il gradimento di una platea allargata a milioni di lettori in chissà quanti Paesi. Lavori peraltro tradotti a più riprese per il piccolo e grande schermo. 
Per la cronaca Lansdale - considerato da molti il più geniale autore di crime contemporaneo - è nato a Gladewater, in Texas, il 28 ottobre 1951, anche se è cresciuto nella vicina Nacogdoches (cittadina dove tuttora vive con la moglie Karen, a sua volta scrittrice, e i due figli Keith e Kasey). E lì apprese dal padre i primi rudimenti di boxe e wrestling, in seguito supportati da corsi di judo, tanto “per sapersi difendere nel caso servisse”. Lui lettore accanito di libri di ogni genere, dotato di una robusta passione per i fumetti e i B-movie, oltre che per tutto quel che può essere definito letteratura pulp
Come abbiamo già avuto modo di annotare - ma ci ripetiamo a beneficio delle nuove leve - Lansdale aveva iniziato a scrivere, poco più che ventenne, a quattro mani con la madre su argomenti botanici. Per poi dedicarsi, da solista, ai racconti, mentre si dedicava a diversi lavori per portarsi a casa un po’ di dollari. Al romanzo sarebbe invece arrivato nel 1980 con Act of Love: un libro accolto con favore sia dai critici che dai lettori. Ragion per cui, l’anno successivo, decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, spaziando dal gotico alla fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal noir (spesso caratterizzato da una forte connotazione violenta) alle storie western.

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