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I Germani: quei nemici indomabili che lottavano per la libertà

Lo storico Umberto Roberto racconta la lotta che oppose Roma alle tribù germaniche: una questione antica che avrebbe segnato una frattura nel cuore dell’Europa attraverso i secoli


18/05/2020

di Giambattista Pepi


Riassumere un popolo, una civiltà o una nazione è un compito immane perché, nel volerlo rappresentare adeguatamente, sovente si colgono solo pochi frammenti: personaggi, eventi, toponimi. Se non si stabiliscono a priori dei limiti nella rappresentazione il rischio che si corre è che ci si perda attraverso i diversi campi di indagine o i differenti percorsi della sua evoluzione storica. 
Quasi mai la storia di un Paese è un continuum ininterrotto e uniforme di fatti e avvenimenti che si ricompongono in un mosaico capace di offrire una veduta d’insieme di quanto è avvenuto nel corso dei periodi che ha attraversato. Il più delle volte è scandita da salti in avanti, brusche interruzioni, ritorni all’indietro: si presenta insomma come un fitto ordito di fasi ed eventi di segno diverso, che si sovrappongono a formare strati non sempre intelligibili, anzi a volte impenetrabili, che hanno bisogno di strumenti per essere decrittati ed interpretati nel loro svolgimento e nelle loro conseguenze. 
È il caso dei Germani, i Teutoni che, muovendo dalla Scandinavia meridionale, lo Jutland (che corrisponde all’odierna Germania settentrionale) dal primo millennio a.C. si sarebbero via via diffusi fino a occupare un’ampia area dell’Europa centro-settentrionale: dalla penisola scandinava all’alto corso del Danubio e dal Reno alla Vistola. Da qui, poi, a partire soprattutto dal III secolo a. C. molte tribù migrarono in molteplici ondate verso ogni direzione, toccando gran parte del continente europeo e arrivando perfino in Nord Africa e in Nord America. 
Popoli antichi, i Germani, la cui storia e il cui mito sono sopravvissuti attraverso i secoli e la cui influenza nella storia e nella civilizzazione dell’Europa e dell’Italia è molto più grande di quel che si è soliti pensare. Per queste ragioni storici, filosofi, letterati, pensatori hanno cercato di interpretare e comprendere il peso della loro eredità culturale e spirituale, e, ad un tempo, la genesi della polarità dei giudizi su di essi: ora negativi (identificati come barbari i Germani sono rappresentati per la ferocia e la crudeltà), ora positivi (sono celebrati nell’antichità e in epoche a noi più vicine come portatori e difensori della libertà e degli ideali più alti contro una società corrotta, disorientata e in declino). 
Umberto Roberto nel suo lavoro storico Il nemico indomabile (Laterza, pagg. 383, euro 14,00) ci aiuta a comprendere la storia di queste popolazioni indoeuropee e narra la lotta asperrima tra Roma, che voleva sottometterli e condurli nell’alveo della romanità, e i Germani, che difendevano la loro libertà e il lodo modo di vivere: un confronto drammatico, una sfida epica per la sopravvivenza, una questione antica che segna una frattura nel cuore dell’Europa attraverso i secoli. 
L’autore, che è professore ordinario di Storia romana all’Università Europea di Roma si occupa prevalentemente di storiografia antica e tardoantica, di storia del III secolo d.C., dei rapporti tra barbari e mondo romano, ha dato alle stampe numerose pubblicazioni, tra le quali, ricordiamo Chronographiae di Sesto Giulio Africano. Storiografia, politica, e cristianesimo nell’età dei Severi edito da Rubbettino, mentre sempre con Laterza ha pubblicato Roma capta. Il sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi. Una penna che nel nostro caso si addentra fra le vicende storiche del confronto armato tra i Germani e l’Antica Roma. 
Dal 12 a. C. al 9 d.C. l’imperatore Ottaviano Augusto, attraverso le imprese dei valorosi generali Druso e Tiberio, condusse una serie di campagne militari nel tentativo di portare la frontiera dai fiumi Reno-Danubio ai fiumi Elba-Danubio con l’obiettivo di ridurre la lunghezza dei confini dell’Impero romano nell’Europa settentrionale e sottomettere i Germani. Ma i suoi tentativi fallirono. 
Nella battaglia della foresta di Teutoburgo nel 9 a.C. tre legioni romane guidate da Publio Quintilio Varo vennero annientate da una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, ufficiale delle truppe ausiliarie dello stesso Varo, ma, segretamente, anche capo dei Cherusci, una tribù teutonica. Fu una sconfitta cocente, storica. Tra le più pesanti subìte da Roma peraltro all’apice della sua potenza. 
“Al di là della vicenda personale di Arminio - traditore prima di Roma, poi delle genti che aveva guidato nella lotta - è bene ricordare la dimensione simbolica dell’impresa compiuta dai Cherusci e dagli altri ribelli” scrive Roberto nell’epilogo. “E’ importante fare memoria del fatto che, come altre volte nella storia d’Europa, a Teutoburgo un popolo diviso e più debole si è riunito per resistere a una civiltà più grande, più potente e più oppressiva. Ha rischiato, si è battuto e ha vinto, esponendosi senza paura alla minaccia di una rappresaglia dura. Rappresaglia che, infatti, arrivò nel volgere di poco tempo”. 
Il figlio di Druso, Germanico, infatti vendicò l’onore di Roma negli anni 14-16 d.C. Ripreso il controllo della situazione, avrebbe voluto organizzare una spedizione contro queste popolazioni che, approfittando della morte di Augusto e della ribellione delle legioni del Nord, avrebbero potuto lanciare un nuovo attacco contro l’Impero. Malgrado le aspettative del giovane generale, l’imperatore Tiberio, succeduto ad Augusto, ritenne opportuno rinunciare a nuovi piani di conquista di quei territori. Il Renosi consolidò come definitivo confine nord-orientale (Limes) dell’Impero di Roma per i successivi 400 anni. 
Roberto non si limita, però, a narrare le vicissitudini del conflitto romano-germanico: muovendo dalla riscoperta che ne fece Tacito, che costruì intorno alla figura del barbaro Arminio, e dei suoi seguaci un mito di libertà, indaga il fascino inquietante che questo popolo ribelle suscitò, prima, in età antica e, poi, nella cultura europea moderna con Machiavelli e Montesquieu. 
La cultura italiana, a partire dal Rinascimento, si è interrogata sul ruolo svolto proprio dai Germani nella storia europea e nazionale e sul rapporto con i moderni Tedeschi, considerati i loro discendenti. 
Senza che questo possa suonare blasfemo, ci sentiamo di condividere il giudizio dello storico sul fatto che i Germani hanno contribuito - e non poco - allo sviluppo della cultura italiana: non va dimenticato infatti che erano germanici i Goti, i Visigoti, gli Ostrogoti e i Longobardi, che, alla fine dell’antichità, invasero l’Italia, dando vita, quando cessò di esistere l’Antico Impero Romano d’Occidente (nel 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore Flavio Romolo Augusto da parte di Odoacre re degli Eruli) ai Regni romano-barbarici. 
Rileggere la storia dei rapporti tra Germani e Romani potrebbe esserci d’aiuto sia a noi nel rivedere il nostro giudizio sui Tedeschi - non sempre benevolo, ma non solo per colpa nostra -, sia il loro sugli italiani e far giustizia dei reciproci pregiudizi. 
Potremmo così rivalutare e considerare sotto una nuova luce il contributo dei Germani e, successivamente, dei Tedeschi, alla civilizzazione europea e favorire, per questa via, il rilancio dei rapporti e delle relazioni economiche, commerciali e culturali tra Germania e Italia sulla base di un patrimonio comune di ideali e di valori che affondano le radici nell’antica lotta per la libertà condotta proprio da Arminio.

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