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I libri non sempre sono inoffensivi. A volte possono nascondere segreti e risultare pericolosi. Addirittura mortali

Fra le pieghe di un intrigante thriller firmato dall’inglese Sophie Hannah. A remare abilmente nel mistero anche Susan Allott ed Ezio Gavazzeni 


26/07/2021

di MAURO CASTELLI


Una penna pungente, imprevedibile, spesso inquietante che nel ricatto e nella gelosia sa scovare motivi razionali per commettere un omicidio; una autrice di livello abile nello scandagliare “l’ordinario e lo straordinario” per regalare al lettore storie psicologicamente disturbanti; una scrittrice peraltro capace di diversificare, magari calandosi per tre volte nei panni dell’inarrivabile connazionale Agatha Christie (pseudonimo di Agatha Miller, nata a Torquay nel 1890 e morta a Wallingford nel 1976, la Dama dell’Impero che ha commercializzato la bellezza di oltre due miliardi di copie). Complice l’accordo con i suoi eredi, che le hanno concesso di rimettere in pista - a fronte della sua robusta capacità nell’immedesimarsi nelle vecchie atmosfere - il famoso investigatore belga Hercule Poirort, quello dalle incredibili “celluline grigie” che, strada facendo, avrebbe beneficiato degli onori del grande e del piccolo schermo. 
Grande è infatti la versatilità dell’inglese Sophie Hannah, che strada facendo ha spaziato a ventaglio nella prateria letteraria, partendo dalla poesia (che l’aveva vista dare alle stampe a soli 24 anni la prima delle sue nove raccolte intitolata The Hero and the Girl Next Door) sino ad approdare ai libri per bambini e a un saggio, ma soprattutto abile nel muoversi con una garbata quanto graffiante leggerezza nella letteratura del mistero. Come nel caso di Non scrivermi (Garzanti, pagg. 432, euro 18,90, traduzione di Serena Lauzi), un lavoro del 2016, geniale quanto inquietante, che approda per la prima volta nelle nostre librerie. 
Sophie Hannah, si diceva, nata a Manchester il 28 giugno 1971, figlia di un professore universitario (Norman Geras) e di una scrittrice (Adèle Geras). Lei che strada facendo si è accasata a Cambridge, dove vive con il marito, due figli e un cane; lei che si propone come una fra le più interessanti voci inglesi contemporanee, tradotta in una ventina di Paesi e vincitrice di numerosi premi, come il National Book Award Crime Thriller of the Year. 
Lei che, da noi, ha trovato in Garzanti la sua casa editrice di riferimento (con undici romanzi già pubblicati), beneficiando del sostegno dei lettori italiani per la sua capacità nello scandagliare gli angoli più inquietanti e oscuri della mente umana senza mai lasciare nulla al caso. Magari addentrandosi - superando con raffinata perizia il sottile crinale che separa l’apparenza dalla realtà - nel mondo dei libri, come appunto succede nel romanzo che stiano proponendo. Con solo una donna a preoccuparsi sul serio e ad agire di… conseguenza. 
Libri che a prima vista sembrano innocui. Ma che tra le pagine di questa scrittrice “possono nascondere oscuri segreti. E pertanto risultare pericolosi, addirittura mortali”. Il tutto a fronte di una capacità che è nel Dna di pochi nel tratteggiare personaggi credibili quanto imprevedibili, giocando a rimpiattino con il lato oscuro delle nostre vite. Miscelando peraltro alla perfezione tensione, intrighi e colpi di scena per dare voce a thriller che, pagina dopo pagina, non mancherà di catturare e intrigare.   
 E appunto in Non fare domande Sophie Hannah esplora un contesto fuori dalle righe rimettendo in scena (per l’undicesima volta, e questa per il momento è stata l’ultima) i suoi due collaudati detective Charlie Zailer e Simon Waterhouse, nuovamente alle prese con il male che si nasconde nella vita di tutti i giorni. E che troviamo operativi nella placida Culver Valley, impegnati in una inchiesta che si proporrà tra le più complicate che abbiano mai dovuto affrontare. 
Un’inchiesta segnata da quattro omicidi perpetrati in luoghi e momenti diversi, stesso modus operandi e un singolo elemento a collegarli: accanto ai cadaveri l’assassino ha depositato un taccuino bianco sulle cui pagine appare il verso di un celebre poeta. Ma che significato possono avere queste citazioni? La polizia brancola nel buio. Di fatto si è scoperto soltanto che le vittime sono coppie di amici di vecchia data, ma niente altro. Nessun testimone. Nessun movente apparente. 
Almeno sino a quando si fa avanti una donna: si chiama Kim Tribbeck, la quale segnala agli inquirenti di aver ricevuto un anno prima un taccuino simile a quello che l’omicida lascia sulla scena del crimine. Era successo dopo una sua visita in una libreria. Purtroppo non ricorda più né il nome né il volto della persona che glielo aveva consegnato, ma si dice estranea allo schema delle coppie di amici, che pertanto non è più da considerarsi una pista praticabile. 
Insomma, uno spiraglio all’apparenza inutile e la polizia si ritroverà quindi al punto di partenza. Ma con l’aiuto della citata Kim, Charlie Zailer e Simon Waterhouse cercheranno di rimescolare da cima a fondo i pezzi di un puzzle a prima vista incomprensibile per trarne deduzioni utili. 
Operazione che in effetti permetterà (forse) di sbloccare i meccanismi di una mente oscura quanto imprevedibile….

E già che ci siamo restiamo in Inghilterra proponendo il lavoro d’esordio di Susan Allott, ovvero Una vita migliore (HarperCollins, pagg. 380, euro 18,00, traduzione di Ilaria Katerinov), un noir letterario incentrato su un avvincente mistero, “capace di scavare in colpe inconfessabili e remote, sepolte nel cuore delle persone, delle famiglie e di intere nazioni”. Un lavoro capace di graffiare all’insegna della suspense e di atmosfere che richiamano - è stato detto - quelle utilizzate dal celebre regista cinematografico Alfred Hitchcock. A fronte di una storia che, all’insegna del giallo, ricostruisce gli “effetti devastanti della turpe vicenda dei bambini australiani rubati” e che casualmente strizza l’occhio a quella dei centinaia di nativi americani, di origine indiana, recentemente trovati morti in Canada. 
Susan Allott, si diceva. Che ha vissuto e lavorato in Australia alla fine degli anni Novanta, per poi tornare in Inghilterra “sopraffatta dalla nostalgia” (e quanto c’è di lei in questo romanzo…), ma solo per incontrare un australiano che avrebbe sposato. E con il quale oggi vive, assieme ai figli, a sud di Londra. Lei che per non sbagliare ammette di aver ambientato questo suo primo lavoro appunto in Australia per riconciliarsi con un continente “che non l’ha mai abbandonata nonostante un inizio difficile”. 
Per poi ribadire: “La mia esperienza di vita e lavoro in questo Paese quando avevo vent’anni è qualcosa su cui ho ragionato molto nel momento in cui ho deciso di voler scrivere un libro. Non riuscivo ad ambientarmi in Australia e quindi ero tornata a casa, peraltro afflitta da un vero senso di fallimento. Poi mi sono sposata proprio con un australiano (ma i suoi nonni paterni erano inglesi, emigrati lì dopo la Seconda guerra mondiale) e con lui ho parlato molto del mio periodo vissuto a Sidney, della mia nostalgia, della mia alienazione culturale. E questo lavoro è nato appunto da quella nostra comunanza di idee”. In abbinata - tiene a precisare - al “dolore e al danno che provoca estirpare a forza dei bambini dalle loro famiglie”. 
Questo canovaccio si sviluppa su due piani temporali: il 1997, l’anno in cui Isla (la protagonista) torna a casa dei genitori, e il 1967, quello della scomparsa di Mandy, moglie di Steve che di mestiere fa il poliziotto. Ma come si intrecciano nel libro passato e presente? “In realtà per molto tempo il libro l’avevo ambientato tutto nel 1967. Circa la metà della storia l’avevo scritta seguendo il punto di vista di Louisa, la mamma di Isla. E molti dei capitoli erano ambientati in Inghilterra, dove la donna era tornata per sottrarsi a un matrimonio difficile. Ma per molti dei miei primi lettori era l’Australia a intrigare e coinvolgere maggiormente, non il mio Paese. Ci pensai e mi resi conto che avevano ragione. Da qui una riscrittura a largo raggio. E in effetti questa scelta avrebbe conferito al romanzo la profondità e il senso del mistero che mancavano”. 
Detto questo spazio alla trama. Nel cuore di una notte del 1997, in quel di Londra, Isla Green viene svegliata da una telefonata. È suo padre, dall’Australia, che è stato appena accusato dell’omicidio di una donna, la loro ex vicina di casa, scomparsa molti anni prima. Ed era stato proprio lui a vederla viva per l’ultima volta. 
Un passo indietro di trent’anni, e ci troviamo in un tranquillo sobborgo di Sydney, fatto di villette a schiera, giardini curati e bianche staccionate. Qui vivono due coppie: Louisa e Joe, che sono recentemente arrivati dall’Inghilterra con la loro bambina di quattro anni, Isla; e Mandy, sposata con Joe che - come anticipato - fa il poliziotto. Sembrano davvero coppie felici, sono giovani e spensierati, ma in realtà non tutto è roseo come appare. Louisa è infatti disperatamente nostalgica e vorrebbe tornare a Londra. A sua volta Mandy ha il terrore di rimanere incinta e di diventare madre. Steve, che invece vorrebbe moltissimo un figlio, è invece distrutto dal nuovo compito affidatogli dalla polizia: quello di strappare bambini aborigeni dalle loro famiglie, per inserirli in un programma statale di reinserimento sociale. 
Sta di fatto che, ogni giorno, ognuno di loro racconta una piccola bugia, destinata a costruire un fragile castello, pronto a crollare al minimo soffio di vento... È passato molto tempo da allora, ma sotto le ceneri di quelle vite covano ancora le fiamme di molti segreti che solo Isla può scoprire. Segreti sul male di cui possono essere vittime gli innocenti, ma anche le persone più amate. Squarciare quel velo di silenzio è l’unica strada per salvare il padre, ma la verità potrebbe essere più dolorosa del previsto.

Dall’Inghilterra e dall’Australia all’Italia, narrativamente parlando, il passo è breve. Eccoci così nell’Oltrepò Pavese, che negli ultimi anni è stato al centro di diversi delitti raccontati in chiave thriller o noir. Evidentemente i luoghi invogliano a bere dei buoni bicchieri di vino, ma anche a raccontare storie. Come quella che ci propone il milanese Ezio Gavazzeni, classe 1959, dal titolo Garzaia della Roggia Torbida - Oltrepò Pavese. Un nuovo caso per Manlio Rune (Fratelli Frilli, pagg. 272, euro 14,90). 
Un lavoro incentrato su due omicidi commessi in una delle sei paludi che tengono banco in Lombardia, dove il sottobosco è rappresentato da grossi alberi con il tronco coperto per un paio di metri dall’acqua ferma e dove gli odori di marcio, in abbinata all’umidità, tolgono il respiro. Insomma, una location ideale per un cimitero legato a fatti di sangue; una location  peraltro popolata da grosse nutrie e contraddistinta dai rauchi richiami degli uccelli. 
A tenere la scena - come da sinossi - è ancora una volta Manlio Rune, investigatore per le assicurazioni, che incontriamo mentre si sta recando con la sua Mg, una spider gialla del 1968, a Bressana Bottarone, incaricato di effettuare una perizia per il tribunale. 
All’altezza di un vasto acquitrino boscoso, appunto la Garzaia della Roggia Torbida, viene attirato da un nugolo di uccelli eccitati che si agita tra le fronde degli alberi. Incuriosito decide di fermarsi per poi addentrarsi lungo l’argine dello stagno e capire che cosa ha provocato quel comportamento insolito. La scoperta non è piacevole, ovvero il cadavere di una ragazza (in realtà la seconda, come poi si scoprirà, ritrovata morta un anno e mezzo prima) immerso nell’acqua e già divorato dai corvi in più punti: cosa certamente anomala e inspiegabile - secondo le autorità di polizia intervenute sul posto - per le nostre latitudini. 
Dopo i rilievi del caso, l’autopsia rivelerà, curiosamente, segni di un uso prolungato di sex toys sul corpo della giovane: tale Miriam Cangemi, sparita da una casa di accoglienza, o comunità che dir si voglia, distante dal luogo del ritrovamento una quindicina di chilometri. Di fatto una brutta storia che finirà per tenere banco nel quotidiano della gente dei paesi della zona, quelli che si snodano tra Bressana Bottarone, Bastida Pancarana e Sannazzaro de Burgondi. Dove a essere stato notato è un tipo con una Harley Davidson e un vecchio casco infilato sullo schienale; e dove la domenica in molti la passano alle corse dei Kart, al circuito 7 Laghi. Sulle cui tribune Rune incontrerà una bella donna che lo condurrà… lontano. Ovvero a scoprire il Merejise, una nave che batte bandiera del Belize e che è stata implicata in diversi casi di trasporto di materiale radioattivo in Romania e triangolazioni verso l’Africa. 
Il mondo della provincia di dischiude così, pagina dopo pagina, come un origami complesso capace di mostrare sempre più strati di vite perse, insieme a uomini che sostengono di aver acquistato la moglie in Russia su Internet, altri in cerca di redenzioni nel nord Europa e qualcuno che nasconde nell’alcol lo squallore del proprio quotidiano passato a sbirciare, dallo schermo del proprio computer, giovani corpi in mostra. 
A questo punto Rune dovrà scavare a fondo per cercare di svelare il torbido sottobosco che si accompagna ai due citati omicidi, che sembrano ruotare - come satelliti - intorno al grande attrattore delle vite di tutti: la Garzaia della Roggia Torbida appunto. Risultato? Una storia che si regge su un contesto credibile, ma con un peccato veniale al seguito: una mancata quanto robusta caratterizzazione dei personaggi. 
Per la cronaca Ezio Gavazzeni ha alle spalle una lunga esperienza professionale in editoria (è stato fra l’altro redattore alla Mondadori per le guide di viaggio, con diverse pubblicazioni al seguito negli anni Novanta e Duemila); si propone come prima guida di diversi corsi di scrittura; strada facendo ha pubblicato, dopo aver esordito con Big Muff  (seguito da Corpi di confine) per i tipi della Wlm, Motel 309, Il tempo non dimentica e Rosso notte per la Eclissi. A seguire si sarebbe accasatoi alla Omicron di Latina, alla Amazon e infine alla Fratelli Frilli di Genova con Garzaia della Roggia Torbida, finalista al premio Alberto Tedeschi.

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