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Il 2017? Un "annus horribilis" con il quale se n'è andata persino l'età della Ragione

Le caratteristiche del conflitto in corso? Niente più alleanze, tutti contro tutti, opzione nucleare e cyber-guerre comprese. Viene il dubbio che il potere, in questa fase storica, sia finito in mano a persone troppo piccole per problemi troppo grandi


27/12/2017

di Paolo Mastromo


Se ne va - finalmente, senza alcun rimpianto - l’annus horribilis delle nostre vite. Stiamo assistendo sgomenti a quella che papa Francesco per primo ha chiamato per nome, e cioè alla Terza Guerra Mondiale. Una guerra di cui sappiamo tutto, ormai: incominciata il 18 marzo 2011 nella città di Daraa, nella Siria meridionale, quando l’esercito del neo-eletto presidente Bashar al-Assad ha represso nel sangue una manifestazione pacifica (che faceva seguito alle tante che, in quei mesi, costituivano la cosiddetta “primavera araba”). Da allora è stato tutto un susseguirsi di pessimi accadimenti, per il mondo, le cui caratteristiche peculiari sono le seguenti:

  1. a) Si tratta di una guerra di tutti contro tutti. Non esistono più, come nelle due precedenti guerre mondiali, le alleanze tradizionali. Al contrario, rende assai complesso e pericoloso lo scenario proprio la liquidità degli schieramenti. Basti pensare alla Turchia, che fa parte della Nato mentre il presidente Erdogan contesta duramente la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di aprire un’ambasciata a Gerusalemme Est, e mentre Istanbul e Mosca ritrovano, se non alleanze, almeno unità di intenti sui temi più scottanti del Medio Oriente. Ma è altrettanto problematica l’opzione terrorismo. Anche se lo Stato Islamico non esiste più, sconfitto militarmente da un’ampia coalizione internazionale, la sicurezza di milioni di persone in tutto il mondo è quotidianamente a rischio attraverso azioni violente e disperate compiute dall’interno, così che l’allarme è continuo ed elevato ed è difficile intervenire: i nemici possono essere i nostri vicini di pianerottolo. Per combattere questa guerra non occorrono divise, eserciti; anche le più micidiali bombe possono essere realizzate con prodotti acquistabili al supermercato.
  2. b) Tutto il mondo si trova ostaggio della terrificante opzione nucleare; per la prima volta dall’agosto 1945 nelle contese internazionali compare questa ipotesi, se ne parla ormai senza reticenza. Se nei Paesi “marginali” (Iraq, Afghanistan, forse anche Siria) è ancora ipotizzabile un conflitto con armi convenzionali è difficile che questo accada per ciò che riguarda la crisi con la Corea del Nord. Non c’è motivo per non credere al dittatore Kim Jong-un: se fosse aggredito risponderebbe con armi nucleari. E d’altro canto le minacce che quotidianamente lancia non rassicurano per niente sul fatto che non sarà lui il primo a sparare. L’equilibrio odierno si basa quindi su un delicatissimo gioco di nervi: quando il primo razzo con “la bomba” decollerà, immediatamente lo seguiranno i vettori nemici in risposta, così che le principali città del mondo saranno attaccate - e distrutte - più o meno contemporaneamente. E le vere alleanze si paleseranno in quel preciso istante; chi siano i nostri nemici, allora, non ce lo diranno né i governanti né i telegiornali bensì la direzione di marcia dei missili che trasportano le testate nucleari. E noi avremo appena il tempo – pochi secondi – di osservare, smarriti, il fungo che si innalza nel cielo.
  3. c) Siamo in presenza, anche, della opzione cyber: dalla vittoria elettorale di Trump (ma ancor prima, da Assange con il suo Wikileaks) fino alla recentissima accusa Usa ai Coreani per l’attacco WannaCry che lo scorso maggio ha paralizzato i sistemi informatici di banche, istituzioni, ospedali di mezzo mondo, tutte le economie sono ormai “a rischio blackout”. E non basta: abbiamo organizzazioni criminali (forse anche collegate a “paesi ostili”) che diffondono trojan capaci di bloccare computer cui chiedere un “riscatto”; e abbiamo - lo sappiamo benissimo in Italia, è roba di questi giorni - la pratica delle Fake news, cioè la diffusione di notizie false, create ad arte per destabilizzare schieramenti politici, alleanze, orientamenti.
  4. d) I governi della maggior parte dei Paesi del mondo sono disabituati alla guerra, e certamente incapaci di fronteggiarla qualora una scelta – drastica, drammatica – dovesse essere compiuta da un’ora all’altra. Anche se nei settant’anni di pace seguiti alla seconda guerra mondiale i conflitti sono lievitati esponenzialmente, si può dire che la guerra sia stata esportata, affidata per procura alle carneficine dell’Africa, al terrorismo mediorientale, alle guerriglie socio-politiche del Sudamerica. Non esiste alcun dubbio, per esempio, che l’Europa sarebbe colta di sorpresa dallo scoppio di un conflitto di tali dimensioni. Come ci comporteremmo nei confronti della Turchia? E della Russia? E come ci comporteremmo fra di noi, ora che una faglia verticale sembra allargarsi fra i paesi dell’Europa storica e quelli di provenienza orientale? Il timore è che l’Europa possa essere il bersaglio di tutti senza essere il nemico di nessuno. Potremmo sparire alla geografia, e dalla storia, nel giro di pochissimi minuti.
  5. e) I brontolii di guerra sono ingigantiti da uno stallo senza precedenti dell’economia mondiale, stallo non congiunturale (“il peggio” della crisi sembra passato) bensì strutturale. Il lievissimo incremento del Pil (a livello globale il 2017 è dato a +2,6%) maschera il fatto che giganti come Cina e India (insieme rappresentano oltre un terzo, il 35%, dell’umanità) sia pur rallentando crescono ancora fra il 6 e il 7%. Insieme con il sottosviluppo, da oltre un decennio il mondo cumula tensioni crescenti, prima fra tutte la povertà. In 92 dei 185 Stati sovrani del pianeta (il 50%) il Pil procapite è inferiore ai mille dollari/mese. Questo spiega le grandi migrazioni che stanno interessando il pianeta, cui il Governo del mondo non appare in grado di fornire risposta.

Disoccupazione, sottosviluppo, povertà e paura, insieme a una recrudescenza delle condizioni climatiche avverse (dalla siccità ai terremoti, all’inquinamento dell’aria e dell’acqua) rendono il quadro oggettivamente drammatico, anche se le differenti sensibilità producono risposte – individuali e politiche – assolutamente in disaccordo fra loro. 
Non intendo intervenire, in questo articolo di fine anno, sui tormentoni che sono sulla bocca di tutti, sulle polemiche di casa nostra su chi debba governare il Paese o sulle più opportune politiche da intraprendere con immediatezza per provare, se non a risolvere, per lo meno ad attenuare le grandi remore storiche dell’economia italiana, a partire dall’enormità del debito pubblico. Mi limiterò a constatare la tragicità di una situazione nella quale, oggi, tutto è in bilico. 
La precarietà dell’occupazione e dell’economia ha fatto sì che sempre meno persone, oggi in Italia, abbiano la ragionevole certezza di non perdere il lavoro nel prossimo anno; la precarietà dell’economia ha fatto sì che siano pochissimi i pensionati che possono essere certi che le loro pensioni non saranno ritoccate al ribasso; la precarietà della situazione economia internazionale ci induce a riflettere sul fatto che in tempi brevi l’Italia potrebbe uscire dall’Euro, che Schengen potrebbe essere rivisto in senso restrittivo con la conseguenza di una limitazione dei movimenti, che antiche “stabilità” possano essere rimesse in discussione da un giorno all’altro, con brontolii sinistri persino alle nostre frontiere, che ritenevamo ormai definitivamente pacificate (ma cosa è passato per la testa, ai nazionalisti austriaci del Fpoe, nel lanciare quella provocatoria proposta della doppia cittadinanza per gli Italiani che abitano l’Alto Adige?). 
Complica assai il quadro la constatazione che parecchie delle azioni provocatorie e scoordinate cui abbiamo assistito quest’anno, per esempio la improvvida dichiarazione del presidente Trump sull’ambasciata Usa a Gerusalemme est (cui ha fatto seguito una sorta di rassicurazione: “I lavori per la costruzione dell’ambasciata devono ancora incominciare - ha detto -; occorreranno molti anni per realizzarla”) sembrano dissennate e gratuite, non funzionali a nessun piano, progetto, mira. Forse dovremmo ridimensionare il credito che con eccessiva leggerezza abbiamo dato al “potere”: forse dovremmo incominciare a prendere atto che “il potere” è in mano a persone incapaci di avere e di gestire un quadro d’assieme ragionevole. Forse dovremmo incominciare a pensare che, insieme con questo annus horribilis, anche l’età della Ragione se n’è andata.

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