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Il Governo alla prova del nove E siccome la luna di miele non è per sempre servono i fatti

La necessità di rispettare i saldi di bilancio rende stretta la strada per finanziare integralmente tutte le misure contenute nel programma. Il primo banco di prova? L’aggiornamento e l’approvazione del Def che vincolerà l’Esecutivo nella redazione della prossima legge di bilancio 


11/06/2018

di Giambattista Pepi


Reperire le risorse occorrenti per finanziare la realizzazione delle misure annunciate durante la campagna elettorale contenute nel programma. E’ questa la madre di tutte le sfide che il Governo Conte deve affrontare nei prossimi mesi per non deludere i cittadini che credono davvero che nel Palazzo c’è aria nuova, che il vento è cambiato. Al momento, però, gli impegni assunti dai leader politici (Di Maio e Salvini) entrati nella stanza de bottoni appaiono per ciò che sono: un grande libro dei sogni e il nostro sembra il Paese di Bengodi.  
Il nocciolo è rappresentato dalla sostenibilità finanziaria di tutti quei provvedimenti che comportano maggiori costi, da un lato, e minori entrate, dall’altro, a carico del bilancio statale. Il problema è serio perché la “coperta” è corta. Pur avendo il miglior avanzo di bilancio nell’ambito dei Paesi dell’Ue, l’Italia - sfortunatamente - si porta dietro un debito pubblico enorme: il quarto al mondo e il secondo in Europa, che a marzo ha superato il tetto dei 2.300 miliardi (pari al 132% del Pil, che nel 2017 era stato dell’1,5% mentre nell’anno in corso dovrebbe attestarsi al +1,4%). E le risorse da destinare al finanziamento delle misure più popolari contemplate nel programma (dal reddito di cittadinanza all’aumento delle pensioni minime, dal superamento della legge Fornero alla riduzione della tassazione per le imprese) non sono certo di facile reperimento. 
Partiamo dal reddito minimo per i giovani disoccupati (780 euro mensili).  Non è più un sussidio come inizialmente era stato concepito dal Movimento 5 Stelle, ma è diventato un incentivo a darsi da fare a trovarsi un lavoro (se entro due anni chi ne usufruisce non accetta almeno una delle tre proposte giunte dai Centri per l’impiego perde il beneficio). Secondo i calcoli degli esperti messi in campo da M5S e Lega si stima occorrano almeno 17 miliardi per finanziare la misura per l’intera legislatura. 
Riduzione delle tasse. Al posto della tassa fissa (flat tax), l’introduzione di due aliquote fisse al 15 e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie che andrebbero a sostituire le cinque aliquote attuali, che vanno dal 23 al 43%. La riforma fiscale sarebbe inoltre caratterizzata da “un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali”. Sebbene la misura non sembri propriamente equa, in quanto chi ha redditi di impresa molto elevati rischia, paradossalmente, di pagare meno tasse di chi ha un reddito più basso. 
Riforma Fornero. Uno dei cavalli di battaglia del programma del Governo populista è il superamento della legge Fornero tramite l’introduzione della cosiddetta 'quota 100': vale a dire la possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Per attuare la riforma pensionistica, M5Stelle e Lega prevedono 5 miliardi per il primo anno, ma secondo una stima effettuata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, la misura avrebbe un costo di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all’anno per i successivi quattro. Sono “numeri” frutto di calcoli e stime, e, come tali, vanno presi con il beneficio dell’inventario. Non a caso il ministro dell’Economia e delle Finanze, Tria, avverte che “allo stato attuale una stima del costo mi sembra ancora velleitaria se non si chiarisce il meccanismo, anche perché l’abitudine di denunciarne l’impatto cumulandone il costo per un lungo periodo di tempo non contribuisce alla chiarezza in termini di impatto che è importante quanto il lungo periodo”. 
Clausole di salvaguardia. Per mantenere invariati i saldi nel bilancio dello Stato è previsto che, a partire dal primo gennaio 2019, l’aliquota ordinaria passi dal 22 al 24,2%, mentre quella ridotta salga dal 10 all’11,5%. Negli anni successivi la situazione potrebbe peggiorare, fino a portare l’Iva ordinaria al 25% nel 2021 e quella agevolata al 13% nel 2020. Per evitare l’aumento dell’Iva, Tria dovrà trovare 12,5 miliardi di euro per il 2019 e 19,1 miliardi di euro per il 2020. Solo così gli aumenti potranno essere scongiurati. 
Ma qual è la situazione attuale del bilancio e del finanziamento del cosiddetto stato sociale? In un recente intervento pubblicato sul Corriere della Sera Alberto Brambilla (uno tra i massimi esperti italiani di welfare state, Presidente del centro studi di Itinerari previdenziali) nell’ analizzare le dichiarazioni individuali dei redditi Irpef e quelle aziendali relative all’Irap anche ai fini delle verifiche di sostenibilità del sistema di protezione sociale italiano e della tenuta dei conti pubblici, mette le mani avanti e ricorda  che  “già per il 2018, chiunque sia al Governo dovrà mettere mano a una Legge di Bilancio non inferiore ai 20 miliardi (12,3 miliardi solo per disinnescare l’aumento dell’Iva previsto dal 1° gennaio 2019)”. 
Secondo Brambilla, nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza, è stata di 451,903 miliardi di euro contro i 447,36 miliardi del 2015 (+4,5 miliardi pari al +1% circa). Una parte di questa spesa pari a 181,225 miliardi di euro (176,303 nel 2015), con una crescita del 2,75%, è finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, mentre per coprire i costi per la sanità e l’assistenza sociale, non essendoci “tasse di scopo”, occorre attingere alla fiscalità generale. Per finanziare la spesa per la protezione sociale occorrono, oltre ai contributi sociali, tutta l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, Isos e Irap; in pratica, tutte le imposte diretteCiò nonostante, mancano ancora circa 38,1 miliardi (erano 34,2 nel 2015 e 38,8 nel 2014) che dovranno essere reperiti utilizzando parte delle imposte indirette (Iva e accise). Quindi, per finanziare il funzionamento dell’Italia e il suo sviluppo, restano solo le residue imposte dirette. 
E la conclusione di questo ragionamento qual è? Risponde Brambilla: “Da questa prima fotografia appare immediatamente la grande difficoltà del nostro Paese a sostenere l’attuale welfare state”. E poi l’affondo. “Paiono quindi stridenti le tante proposte formulate dai partiti in campagna elettorale di aumento delle prestazioni sociali, aumento delle platee beneficiarie di assistenza (Rei e quattordicesima mensilità) o di introduzione di improbabili redditi di cittadinanza o di dignità e aumenti indiscriminati delle pensioni minime. Tanto più che negli ultimi 5 anni (la precedente legislatura) le cose non sono affatto migliorate. La spesa per assistenza finanziata dalla fiscalità generale è passata da 92,7 miliardi del 2013, agli stimati 112 di fine 2017 con un incremento annuo del 5,3%, poco sostenibile per un’economia fragile come la nostra”. 
Il primo guado per il Governo - una cartina di tornasole che farà giustizia della compatibilità delle spese occorrenti per finanziare le misure e lo stato dei conti pubblici - sarà rappresentato dal documento di economia e finanza (Def) che dovrà prima essere formulato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, d’intesa con il Governo e poi portato alla Camera e al Senato per essere approvato nella settimana dall’11 al 15 giugno. 
Nel Def - è appena il caso di ricordarlo ai nostri lettori - si delineano gli scopi che il bilancio dello Stato pluriennale intende perseguire e si delimita l’ambito entro cui costruire il bilancio annuale. L’obiettivo è permettere al Parlamento di conoscere con anticipo le linee di politica economica e finanziaria del Governo. In base ad esso l’esecutivo sarà politicamente impegnato a redigere il successivo bilancio annuale secondo i criteri che scaturiscono dal dibattito parlamentare. Ma esso assume anche una valenza verso l’esterno, cioè verso la Commissione europea, che vigila sul rispetto da parte degli Stati membri degli obiettivi di convergenza dei bilanci pubblici.


E la tabella che pubblichiamo fa chiaramente vedere come uno degli obiettivi dell’Italia, cioè il pareggio di bilancio, è stato bellamente sempre spostato in avanti da un governo all’altro: da quello Berlusconi (2011) a quello Gentiloni (2018). E non è da escludere che anche il Governo Conte non possa ottenere un’ulteriore proroga da parte della Commissione Juncker, oltre allo spostamento in avanti della riduzione del debito pubblico e del suo rapporto con il Pil, che restano molto elevati. 
L’approvazione del Def aggiornato dovrebbe, dunque, avvenire alla vigilia del Consiglio europeo che si svolgerà il 28 giugno a Bruxelles. Un Consiglio che avrà all’ordine del giorno un carnet di argomenti di assoluta rilevanza: la riforma del regolamento di Dublino sul diritto d’asilo e la gestione dei flussi degli immigrati, un potenziamento della dote finanziaria per gli Stati periferici dell’Europa, Italia in testa, come prima frontiera dove approdano gli immigrati, il progetto di riforma dell’eurozona e le raccomandazioni messe a punto dalla Commissione Ue per mantenere in ordine i conti pubblici degli Stati membri. Quello sarà certamente un primo esame di verifica della tenuta del bilancio dello Stato italiano e ci permetterà di capire esattamente la direzione che prenderà la politica del welfare state nel nostro Paese: dalla revisione della Fornero all’attuazione del reddito di cittadinanza, all’innalzamento delle pensioni minime, alla riduzione delle tasse. 
I cittadini, soprattutto coloro che hanno votato con convinzione Lega e M5S avranno sicuramente più pazienza dei mercati, che saranno disposti a dare meno credito al Governo gialloverde. Ma, come ci insegnano i sondaggisti, anche le lune di miele prima o poi svaniscono.  
A questo punto riportiamo un passo cruciale della Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, presentate in occasione dell’Assemblea generale che si era svolta a Roma il 31 maggio. “Veniamo da un quarto di secolo di arretramento economico rispetto agli altri paesi avanzati, culminato in una doppia recessione che ha fatto danni paragonabili a quelli di una guerra. Ma ne stiamo laboriosamente venendo fuori. Stiamo riuscendo a scalfire quel blocco strutturale che impedisce al dinamismo delle imprese di esprimersi e diffondersi. I primi risultati dello sforzo collettivo compiuto sono oggi visibili. La struttura produttiva sta lentamente cambiando, l’occupazione è in crescita, gli investimenti sono tornati ad aumentare, segnalando una maggiore fiducia nel futuro. I conti con l’estero vanno bene e sono drasticamente calate le nostre passività nette. Le banche stanno superando le gravi difficoltà originate dall’economia reale. Una finanza pubblica più equilibrata ha consentito di indirizzare risorse a sostegno dell’economia, nei limiti ancora imposti dalla necessità di tenere sotto controllo il debito, da noi particolarmente elevato. L’orientamento eccezionalmente espansivo della politica monetaria, tesa a garantire la stabilità dei prezzi nell’area dell’euro, sostiene gli sforzi del settore privato e di quello pubblico”. 
Un quadro, quello delineato dal “numero uno” di palazzo Koch, rassicurante, che premia gli sforzi ed i sacrifici del nostro Paese. Spetterà a tutti noi, non solo al nuovo Governo, fare in modo che il periodo positivo prosegua anche nei prossimi anni e possa fornire a chi è rimasto indietro a causa della crisi una migliore qualità della vita.

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