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Il Male? Un assassino che uccide, per interposta persona, plagiando e manipolando

Torna vincente Donato Carrisi con il suo diabolico suggeritore. Che dire poi dei segreti d’ufficio di Renée Knight e dei ragazzi scomparsi di Friedrich Ani?


14/01/2019

di Mauro Castelli


Donato Carrisi, basta la parola. Un numero uno della narrativa i cui interessi spaziano a largo raggio. Non a caso, oltre che scrittore, si propone come sceneggiatore, drammaturgo, giornalista (è una firma di punta del Corriere della Sera) e regista, nonché vincitore di diversi premi, fra i quali il Bancarella nel 2009, in abbinata al Prix Polar e al Prix Livre de Poche. “Complice” Il suggeritore, romanzo che quattro anni dopo avrebbe beneficiato di un sequel-prequel intitolato L’ipotesi del male, dove l’autore avrebbe riproposto l’intrigante personaggio di Mila Vasquez. 
Nato il 25 marzo 1973 a Martina Franca, in provincia di Taranto, Carrisi -dopo aver frequentato il liceo classico Tito Livio della sua cittadina - si sarebbe laureato in Giurisprudenza con una tesi su Luigi Chiatti, il “mostro di Foligno”, per poi specializzarsi in Criminologia e Scienze del comportamento. Professione che avrebbe bellamente trascurato. 
Romano d’adozione, città dove abita da tempo, questo autore - narrativamente parlando - ama giocare su piani diversificati, partendo da un assunto: “Le storie sono di tutti e se raccontate come si conviene diventano ben presto del lettore, che finisce per proiettare la sua fantasia su un filo conduttore imbastito da altri”. 
Lui che aveva esordito precocemente scrivendo per il teatro: “Avevo 19 anni quando diedi voce al la mia prima commedia, Molly, Morthy e Morgan, per il Gruppo teatrale Vivarte fondato insieme al musicista Vito Lo Re”. E a seguire sarebbero arrivate altre opere, ovvero Cadaveri si nasce!, Non tutte le ciambelle vengono per nuocere, Arturo nella notte... e Il Fumo di Guzman, oltre ai musical The Siren Bride e Dracula
In seguito, e più precisamente nel 1999, sarebbe stato scoperto e lanciato nel mondo delle fiction da Achille Manzotti, sino ad arrivare alle luci della ribalta nella narrativa di settore con Il suggeritore, un romanzo che, a detta di molti, ha cambiato le regole dei thriller, che ha venduto oltre un milione di copie (ma complessivamente il suo commercializzato ha superato quota tre milioni) ed è stato benedetto da due numeri uno della narrativa di settore quali Ken Follett e Michael Connelly. Un lavoro, come ha avuto modo di raccontarci lui stesso qualche tempo fa, imparentato con una sceneggiatura che nessuno voleva. 
“Successe che inciampassi in un mezzo passo falso che, per contro, si sarebbe rivelato fortunato. Un mio lavoro, che ritenevo ben fatto, venne infatti ignorato. Così decisi di trasformarlo in thriller, perché il mio sesto senso mi spingeva in questa direzione. Andò bene in quanto ebbi la fortuna di incrociare l’agente giusto, Luigi Bernabò, che credette nelle mie potenzialità e nel mio lavoro, ben presto supportato da Stefano Mauri, un numero uno nel campo dell’editoria che mi fece da padrino e di cui mi onoro di essere amico”. 
Risultato? Un botto editoriale per certi versi unico, seguito a ruota da altri lavori vincenti come Il tribunale delle anime, Le donne dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio, Il maestro delle ombre e L’uomo del labirinto, preceduto da La ragazza nella nebbia (definito dal Sunday Times “una geniale indagine sugli abissi dell’animo umano”): un thriller, quest’ultimo, che nel 2017 sarebbe stato travasato sul grande schermo per l’interpretazione di Toni Servillo, Alessio Boni e Jean Reno e la regia dello stesso Carrisi. Regia che lo scorso anno gli avrebbe regalato un David di Donatello come “prima guida” esordiente. 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali, dopo aver beneficiato di traduzioni in 26 Paesi, con Il gioco del suggeritore (Longanesi, pagg. 398, euro 22,00) che, a dieci di distanza dal suo esordio, torna a lanciare la sua sfida con una vicenda nerissima dal taglio cinematografico (che è insieme una storia del tutto nuova, ma anche il seguito non dichiarato della serie de Il Suggeritore). Un lavoro che ancora una volta angoscia e cattura il lettore lasciandolo senza fiato; che si sviluppa, all’insegna di una cattiveria ben orchestrata, sul filone di una nuova impensabile sfida. A fronte di un gioco mortale che è soltanto all’inizio. Perché lui (e quel lui sappiamo benissimo chi è) è sempre un passo avanti… 
A questo punto briciole di trama. La chiamata al numero della polizia arriva il 23 febbraio da una fattoria isolata, a una quindicina di chilometri dalla città. “A chiedere aiuto è la voce di una donna, spaventata. Ma sulla zona imperversa un violento temporale, e la prima pattuglia disponibile riesce a giungere sul posto soltanto ore dopo”. Troppo tardi. C’è sangue ovunque, ma mancano i corpi dei quattro componenti della famiglia. Di certo “qualcosa di sconvolgente è successo, qualcosa che lascia gli investigatori senza alcuna logica risposta”. Di fatto “c’è un’unica persona in grado di svelare il messaggio celato dentro al Male, ma quella persona non è più una poliziotta. Ha infatti lasciato il suo lavoro di cacciatrice di persone scomparse e si è ritirata a vivere un’esistenza isolata nella sua bella casa in riva a un lago, con la sola compagnia della figlia Alice”. Un modo per lasciarsi alle spalle, sebbene sia stata dura, le tante cicatrici legate al suo lavoro. 
Tuttavia, quando viene chiamata direttamente in causa, Mila Vasquez non se la sente di dire di no, visto il richiamo della sua vecchia professione. E non è tutto. In quanto risulta fisicamente disturbata dal fatto che il brutale assassino di un’intera famiglia si sia fatto tatuare sul corpo anche il suo nome. Oltre tutto lei aveva già avuto a che fare con il suggeritore. Anche per questo non può far finta di niente. Ma c’è dell’altro: l’indagine sembra riguardarla da vicino, in quanto in gioco potrebbe esserci la stessa vita della sua adorata figlia. 
“Ed è così che - pagina dopo pagina - comincia a prendere forma un disegno oscuro, fatto di incubi abilmente celati e di sfide continue. Il male cambia nome, cambia aspetto, si nasconde nelle pieghe fra il mondo reale e quello virtuale in cui ormai tutti trascorriamo gran parte della nostra vita, lasciando tracce digitali impossibili da cancellare…”. E su tutto aleggia l’ombra sanguinaria del suggeritore, che uccide per interposta persona, plagiando e manipolando. 
Detto del libro, nemmeno a dirlo di piacevole lettura, altre meritate note per questo numero uno, un personaggio fuori dalle righe disposto a ironizzare su se stesso (“Sono misantropo, cinico e mi vanto del mio caratteraccio. Anche se in realtà ho un ottimo rapporto con la gente”). Lui accanito viaggiatore, pronto a sbandierare la sua avversione per il collezionismo (“Le raccolte mi spaventano”); lui geniale intrattenitore - repetita iuvant - che si porta al seguito un doppio dono: quello della modestia e del saper raccontare (“Sin dai tempi dell’oratorio inventavo storie macabre, peraltro punzecchiato da una suora, la quale continuava a ripetermi che, mariuolo com’ero, a proteggermi dovevo avere un angelo custode”); lui penna controcorrente pronta a sostenere che “il male è una regola, mentre il bene è solo un’eccezione”. 
Lui che, per non farsi mancare nulla, si propone dallo scorso anno anche come docente presso lo Iulm di Roma, dove tiene un corso di “Scrittura di genere: thriller, noir, giallo, mystery” nell’ambito di un master dedicato alle “Arti del racconto”. 
Di fatto un uomo da copertina che non si è mai montato la testa, tanto da aver fatto incorniciare una delle sue prime stroncature ricevute: “Per ricordarmi che pedalare è un obbligo, in quanto la scivolata ti può attendere dietro l’angolo”.

Voltiamo libro. Di buona caratura è anche la scrittura dell’inglese Renée Knight, che in molti hanno accostato a    quella di Paula Hawkins (l’acclamata autrice de La ragazza del treno), il cui esordio con La vita perfetta, pubblicato in Italia da Piemme, è stato benedetto da traduzioni in una trentina di Paesi a fronte di una trama psicologica ben costruita quanto ricca di connotazioni mozzafiato. E ora eccola di nuovo sui nostri scaffali, in anteprima mondiale e sempre per i tipi della Piemme, con La segretaria (pagg. 302, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno). 
Un lavoro, come da titolo, praticato tanti anni fa dalla stessa Knight (in seguito apprezzata documentarista per la Bbc, nonché portatrice di un diploma di Writing a Novel conseguito nel 2013 presso la Faber Academy), anche se i ricordi al riguardo devono essersi persi nella sua memoria, visto che ha ritenuto opportuno chiedere la consulenza di due professioniste del settore. 
La nostra autrice, che vive a Londra (città dove è nata nel 1959) con i due figli George e Betty e l’amato quanto tollerante Greg Brenman, non manca di rivolgere al marito un esplicito complimento: “Adesso puoi uscire, via libera, in quanto Christina Butcher se ne è andata per sempre”. 
Già, perché Christina Butcher è la protagonista del suo secondo libro. Ma chi è in realtà Christina? E chi l’avrebbe mai detto che il suo nome sarebbe finito sui giornali? O che qualcuno sarebbe stato interessato a scattare una fotografia alla voce narrante di questa storia? Invece eccola qui, in quanto “lo scorso anno, il 2012”, si è consumato il suo breve momento sotto i riflettori. 
Ma andiamo con ordine: Christine, come detto, è una segretaria che dedica tutta la sua vita al lavoro, a dimostrarsi perfetta e impeccabile con la bella, famosa e anche temibile Mina Appleton, la spregiudicata proprietaria di un impero industriale che la ritiene ormai come una di famiglia. 
Una segretaria insignificante (in lei non c’è nulla di sexy) che però non sbaglia mai: puntuale con il caffè al mattino, il tè al pomeriggio e dopo le sei nient’altro che whisky. Ma quanto sarà sincero il rapporto con la sua datrice di lavoro?  Quanto davvero l’una potrà contare sull’altra? E, infine, quanti segreti una segretaria attenta come lei può notare, e immagazzinare, anche attraverso i più piccoli dettagli? In effetti a lei non sfugge nulla. Ogni segreto sussurrato, ogni informazione scambiata, ogni sguardo carico di significati. Da qui una buona dose di gratitudine nei suoi confronti in abbinata a un comprensibile dubbio: sin dove può arrivare la sua lealtà? Quale prezzo può avere la sua dedizione? Sino a che punto ognuno dei tuoi loschi segreti sarà al sicuro con lei? E se, durante tutti questi anni, l’avessi sottovalutata, senza renderti conto di quanto potesse essere pericolosa? Inoltre, ti ritieni pronta ad affrontare il suo tradimento?   
In effetti è sulle montagne russe di questo strano rapporto che Renée Knight imbastisce un thriller psicologico di qualità che, partendo dal presente, si dipana a ritroso nel tempo per ripercorrere i diciotto anni della carriera e della vita privata della protagonista, debole e insicura, maniacale e silenziosa. Ponendo al lettore inevitabili domande: ha un senso, ed eventualmente quale, dedicare buona parte della vita a un estraneo? Quali meccanismi possono indurci a scelte a volte discutibili? 
E ancora: qual è il sottile confine che separa il giusto dall’ingiusto, la sopportazione dal dolore, la lealtà dalla delusione, il rispetto dalla vendetta? Di certo un percorso a ostacoli tutto al femminile che non mancherà di indurre il lettore alla riflessione. Ed è appunto in tale ottica che la Knight regala a fiumi le più intime sensazioni della protagonista, facendocela in parte amare e in altri momenti detestare. Oltre a cambiare con sapiente maestrìa le carte in tavola. Disorientando in tal modo anche il lettore più attento. 
In sintesi: una storia ad alta tensione, certamente coinvolgente, giocata su atmosfere e protagonisti credibili, ma anche dosando i colpi di scena per “non condizionare - a detta dell’autrice - la parte narrativa”. Il tutto a fronte di storie attinte dalla cronaca e dai giornali, nelle quali la Knight “trova un grande piacere nel ficcare il naso. Scavando nell’ombra per vedere cosa si nasconde dietro la facciata”.

Il terzo suggerimento per gli acquisti? L’ultimo romanzo firmato dal bavarese Friedrich Ani, che torna sui nostri scaffali per i tipi della Emons. Si tratta dell’autore sul quale questa casa romana di matrice italo-tedesca aveva puntato, 25 libri fa, per lanciare una nuova collana intitolata Gialli tedeschi, volta a proporre il meglio della narrativa teutonica. Un inizio peraltro incoraggiante, tanto da convincere i responsabili editoriali a proseguire su questa strada, proponendo a tamburo battente altri tre libri dello stesso autore interpretati da Tabor Süden, un ex commissario, ora detective privato, specializzato nel ritrovamento di persone scomparse (un uomo umano e brutale al tempo stesso, che sa guardarsi intorno con aria disincantata) e, successivamente, un quarto nel quale la prima guida narrativa risultava affidata a Jacok Franck, a sua volta un ex commissario di polizia. Un personaggio - anche in questo caso - ben costruito e di notevole spessore, ora riproposto in un lavoro che si porta dietro un enigmatico titolo: L’omicidio della felicità (pagg. 269, euro 14,00, traduzione di Fabio Lucaferri). 
Si tratta di una storia drammatica incentrata su una serie di giovani scomparsi negli ultimi quarant’anni, e più precisamente cinque ragazzi e tre ragazze, i cui corpi non sono mai stati ritrovati. In altre parole “il loro destino era stato risucchiato per sempre in un buco nero, un maelstrom (un fenomeno simile a un gorgo causato dalla marea, che entra con prepotenza in passaggi molto stretti e fa fatica a defluire) che aveva conseguentemente distrutto la felicità di matrimoni e famiglie”. 
A lasciar intendere a un nuovo caso, questa volta, è la sparizione - in una fredda e piovosa sera di dicembre - dell’undicenne Leonard Grabbe, un ragazzino sveglio e che non aveva paura di nessuno, il cui corpo senza vita viene ritrovato un mese dopo la sua scomparsa. Presumibilmente vittima, non di un incidente, ma di un omicidio. 
Incaricato di informare la famiglia del ragazzo (la madre Tanja e il padre Stephan) è il citato Jakob Frank, un uomo tormentato (il maelstrom aveva forse inghiottito anche il suo matrimonio) il quale, anche dopo aver lasciato la polizia, ha continuato a occuparsi di casi difficili, a prima vista senza soluzione. Casi come quello di Leonard, la cui morte ha portato allo sfacelo della sua famiglia. Franck, visto che i colleghi non riescono a cavare un ragno dal buco, “deve capire cosa è successo, e perché, anche a costo di intraprendere una nuova estenuante battaglia contro quel vuoto cui l’insensatezza condanna la vita”. 
Di fatto una trama che si complica a ogni piè sospinto, che si addentra in meandri di illegalità che non danneggiano (forse) nessuno, che si rifà a interpretazioni divergenti nel giro della polizia criminale, nonché a interrogatori spesso arenati in una palude di contraddizioni, tentennamenti, bugie e spizzichi di verità che affiorano qua e là, a regola d’arte, ma che non sono quasi mai quello che sembrano. Sin quando… 
A conti fatti un’altra buona prova per Friedrich Ani, nato a Kochel am See, in Baviera, nel 1959 e che attualmente risiede a Monaco. Un pluripremiato giallista, vincitore per ben sette volte dell’autorevole Deutsche Krimi Preis, nonché autore di libri per ragazzi, poesie, radiodrammi e sceneggiature per la televisione. Uno scrittore di peso al quale ha strizzato l’occhio anche il grande schermo: non a caso Il giorno senza nome ha ispirato l’omonimo film diretto da Volker Schlöndorff.

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