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Il Negro e la sua alterità: da merce di scambio a simbolo. Anche se le ferite sono rimaste nella nostra mente

Nel saggio Critica della ragione negra il filosofo camerunense Achille Mbembe disserta sulle politiche liberiste e securitarie che, diffuse nel passato in Occidente, portano oggi a far emergere forme di razzismo più sottili e subdole


03/12/2019

di Giambattista Pepi


Il Negro è l’unico essere umano che è stato considerato una merce. Un bene come tanti altri dello scambio economico coloniale: il suo corpo è diventato oggetto di commercio dei bianchi. Ma, in una rivincita spettacolare, il Negro è anche assurto – suo malgrado - a simbolo del desiderio cosciente di vita, di forza sgorgante, fluttuante e plastica, pienamente impegnata nell’atto di creazione, in grado di vivere in più tempi e più storie insieme. Le ferite e le cicatrici lasciate dalla ferocia dell’epoca del colonialismo, dell’imperialismo e dell’aparthaid, sono, però, rimaste nella nostra mente e condizionano il nostro rapporto con la gente di colore. 
È sicuro che ci sia possibile oggi intrattenere con il Negro
relazioni diverse da quelle che legano il padrone e il servo? Non vive il proprio mondo come un mondo della perdita e della scissione, non coltiva il sogno del ritorno a un’identità con se stesso, declinata secondo la pura essenzialità e, quindi, spesso, del dissimile? Da quale momento il progetto di sollevazione radicale e di autonomia in nome della differenza si converte in semplice rovesciamento mimetico di ciò che si è passato il tempo a coprire di maledizioni? 
Sono queste alcune delle domande alle quali prova a dare una risposta Achille Mbembe nel libro Critica della ragione negra (Ibis, pagg. 295, euro 19,00), dove con “ragione negra” - spiega - si intendono designare più cose insieme: alcune figure del sapere, un modello di estrazione e di saccheggio, un paradigma dell’asservimento e alcune modalità del suo superamento, e infine, un complesso psico-onirico. 
Utilizzando di proposito il termine “Negro” e facendo riferimento a una delle opere più importanti della filosofia occidentale, che segna il definitivo passaggio alla modernità, nel volume (pubblicato da La Decouverte con il titolo Critique de la raison negre, mentre la traduzione è di Guido Lagomarsino, Anna Spadolini e Giuseppina Valent) Mbembe (filosofo camerunense, professore di storia e scienze politiche all’Università di Johannesburg, ricercatore al WitsInstitute for Social and Economic Research, nonché autore, tra l’altro, di Post colonialismo, Necropolitica, Emergere dalla lunga notte e Nanorazzismo), si interroga sul razzismo e cerca di capire se, con la fine dell’etnocentrismo europeo, si romperà definitivamente anche quell’immagine del Negro che lo incatena all’identità dalla tratta atlantica (secoli XV-XIX) e al pregiudizio riaffermato dal colonialismo e dall’apartheid: la politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo di etnia bianca del Sudafrica esteso anche alla Namibia e rimasta in vigore fino al 1991. 
Un’immagine che ha condizionato la visione ottocentesca e novecentesca dell’africano (“Se l’Africa ha un corpo è il Negro che glielo dà. E se Negro è un soprannome, lo è a causa dell’Africa”). 
“In quanto schiavo - scrive Mbembe - il Negro rappresenta una delle figure sconcertanti della nostra modernità, e ne costituisce al momento la parte oscura, la parte misteriosa e scandalosa. Persona umana il cui nome è maledetto, il potere di discendenza e di generazione è cancellato, il volto sfigurato e il lavoro sottratto, è testimone di un’umanità mutilata, profondamente marchiata dal ferro dell’alienazione. Ma, in ragione della pena cui è condannata la sua esistenza e della possibilità di sollevazione radicale di cui è comunque portatore e che non è mai del tutto annullata dai dispositivi di asservimento, rappresenta anche quella specie di “fango della terra”, al punto di confluenza di molteplici universi fuori norma prodotti dalla duplice violenza della razza e del capitale”. 
La discriminazione del Negro e di altre razze, non è finito. Anzi assume nuove forme - spiega l’autore - man mano che si afferma il nuovo verbo del neo liberalismo secondo cui il tempo diventa misura e forza procreatrice della forma-denaro. “Esso si fonda sulla visione secondo la quale “a tutti i fatti e a tutte le situazioni del mondo vivente si può assegnare un valore di mercato”. Questo movimento si caratterizza anche per la produzione dell’indifferenza, la forsennata codifica della vita sociale in norme, categorie, e in cifre, oltre che per diverse operazioni di astrazione che pretendono di razionalizzare il mondo in base a logiche dell’impresa”. Amara la conclusione di Mbembe: il razzismo non solo non è finito, ma le politiche liberiste e securitarie diffuse in Occidente fanno emergere nuove forme di razzismo, più sottili e subdole, di quelle manifeste e spudoratamente violente che crebbero e si diffusero nel XIX e XX secolo.

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