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Il "linguaggio della verità" da troppo tempo risulta assente nella politica italiana

È immorale suscitare false aspettative, come nel caso delle fake news in tema di immigrazione. Con un interrogativo al seguito: e se il contratto Salvini-Di Maio creasse più problemi di quelli che si vorrebbero risolvere?


11/06/2018

di Antonio Sciortino*


Papa Francesco, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018, ha messo in guardia dalle fake news. E ha invitato tutti a superare quella “logica del serpente” che, alterando la verità, ha indotto Adamo ed Eva a trasgredire un comando di Dio. È importante, allora, smascherare le tante informazioni infondate e tendenziose che circolano sui vari mass media. O quelle vere e proprie bugie - come spesso si dicono in politica - che ripetute mille volte diventano “vere”. Con un effetto dirompente: manipolano la mente delle persone, svuotandole di ogni senso critico e della capacità di valutazione. Così, il pifferaio magico di Hamelin può condurle ovunque vuole. Logica perversa, ma efficace. Porta consensi, voti e potere. Ma è frutto di un cinismo e di un bullismo politico senza precedenti. 
Questa è la situazione che vive oggi l’Italia, dopo le elezioni del 4 marzo. Una fase delicata e cruciale, che i “populisti” di casa nostra affrontano con ambiguità e reticenze. Oltre che con spregiudicatezza e dilettantismo. Mettendo a rischio i conti economici, il futuro dell’Italia e la sua collocazione nel mondo. Non si scherza col fuoco. I continui attacchi alle istituzioni erodono la fiducia dei cittadini nello Stato. E mettono a rischio la stessa democrazia. “Mai come oggi - ha detto il cardinale Bassetti, presidente della Cei - c’è un urgente bisogno di uomini e donne che sappiano usare un linguaggio di verità… Questo è il tempo grave della responsabilità e non certo dello scontro istituzionale, politico e sociale. Per il bene delle famiglie, dei giovani e dei figli del popolo italiano”. 
Ma “il linguaggio della verità”, da molto tempo, è assente nella politica italiana. Soprattutto in tempi di elezioni. Non si può promettere quel che si sa già che non si potrà mantenere. È immorale suscitare false aspettative. Così come, ad esempio, si perpetua una gigantesca fake news sul tema dell’immigrazione. Prendendo a pretesto sicurezza e legalità, non c’è mai un discorso serio e concreto sulla presenza degli stranieri in Italia. Problemi e vantaggi. Prevale l’ideologia. E si continua a soffiare sul fuoco dell’intolleranza, della discriminazione e della xenofobia. Oltre ad alimentare le paure e i pregiudizi dei cittadini. Non sempre fondate. 
E i mass media ne sono complici, quando ne dilatano la percezione. Enfatizzando o sminuendo i fatti di cronaca. Dopo lo stupro di una giovane turista polacca al Miramare di Rimini, la notte del 26 agosto 2017, c’è stata una violentissima reazione, soprattutto di alcuni politici che hanno invocato ogni sorta di punizione (dall’espulsione alla pena di morte), contro i tre africani autori dell’esecrabile delitto. A distanza di alcuni mesi, però, gli stessi non hanno detto una parola di condanna, quando cinque italiani hanno drogato e violentato una turista inglese in un albergo di Sorrento, di cui loro erano dipendenti. Due pesi e due misure. A seconda della nazionalità dei protagonisti. E del colore della loro pelle. 
Allo stesso modo, abbiamo assistito a un’altra fake news. Prima delle elezioni del 4 marzo, su giornali e Tv non s’è fatto altro che aizzare le piazze, reali e mediatiche, sulla pericolosità della presenza degli immigrati. E di quanto urgente fosse espellerli dall’Italia, nel più breve tempo possibile. È stato facile, speculando su un malessere generale e trovando negli stranieri un “capro espiatorio”, incassare consensi e voti sulla pelle di questi poveri “cristi”. La loro unica “colpa” è quella d’essere nati sull’altra sponda del Mediterraneo. O di fuggire da guerre, persecuzioni o carestia. Alla ricerca di una speranza di vita e di futuro per sé stessi e i propri cari. Allo stesso modo dei nostri genitori e nonni, che sono emigrati in ogni nazione del mondo. 
Ma allo spoglio delle urne, dopo che i populisti hanno incassato il risultato, su giornali e Tv non c’è stata più traccia di immigrati. O degli sbarchi, che nel frattempo continuavano. Spariti quasi di incanto. Eppure, qualche giorno prima, erano una gravissima emergenza. Uno di quei problemi da risolvere subito, non appena giunti al governo. Com’è scritto nel contratto tra Movimento 5 stelle e Lega (i cosiddetti “non vincitori” o i “migliori perdenti” delle elezioni), alla voce Immigrazione: rimpatri e stop al business. Uno dei punti forza dell’accordo, per il quale il leader della Lega, Matteo Salvini, ha chiesto per sé il ministero dell’Interno. Quello da cui dipendono i servizi di pubblica sicurezza, che gli permetterà di attuare, in tempi brevi, una “seria ed efficace” politica di espulsioni e rimpatri dei circa 500mila migranti irregolari presenti in Italia. Come anche da promessa in campagna elettorale. 
Questo piano si era fermato. In lista d’attesa. Dopo 85 giorni di navigazione a vista, dove si è detto tutto e il contrario di tutto, cercando di conciliare programmi tra loro opposti, il governo tra la Lega e il Movimento 5 Stelle era quasi fatto. La lista dei ministri al completo. Ma tutto era naufragato sulla dirittura d’arrivo. Per una impuntatura. Al momento, poco comprensibile se si voleva davvero andare al governo. Il presidente Sergio Mattarella, con pazienza e disponibilità, pur di avviare un governo politico che rispecchiasse l’esito delle elezioni, aveva “ceduto” sulla nomina del presidente del Consiglio. Ma non poteva accettare intimidazioni e ricatti sul nome del ministro dell’Economia, Paolo Savona, sul quale ha fatto valere le sue prerogative. Secondo quanto prevede la Costituzione. Ma era stato messo alle strette: “Prendere o lasciare”. Così era saltato tutto. Poi, si sa: il repentino ritiro della richiesta di impeachment - evidentemente improponibile - e la conclusione del lunghissimo tormentone con la nascita del nuovo governo. 
Ma torniamo all’attacco violentissimo al Presidente della Repubblica. Nei giorni scorsi per questa sua fermezza, Mattarella è passato dagli “osanna” ai “crucifige”. Sui social è stato sottoposto a violenti attacchi, insulti e anche minacce di morte. C’è pure chi gli ha ricordato il fratello Piersanti ucciso dalla mafia. Uno spettacolo indegno di un Paese civile. Ma chi ha tirato il sasso, chiedendo l’impeachment e la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica, con relativa marcia su Roma, non può tirare la mano indietro. Facendo finta di niente. Oppure, nell’arco di due giorni, passare dalla richiesta di impeachment a una disponibilità di nuova collaborazione col Presidente della Repubblica. Troppa leggerezza e superficialità per chi aspira a governare il Paese. Sul presidente Mattarella s’è voluto scaricare la responsabilità della rottura. E lo si è accusato d’aver impedito l’avvio del governo del cambiamento, andando contro la volontà del popolo. Ma resta il dubbio che l’“incidente di percorso” sia stato quasi voluto. Da una parte, per lucrare maggiori consensi ad eventuali prossime elezioni oramai scongiurate. Dall’altra, per nascondere il fallimento del leader 5Stelle, per non aver saputo condurre in porto la trattativa di governo. Restando intrappolato nella trama di Salvini, pur avendo il doppio dei consensi elettorali. 
Tornando all’accordo programmatico tra Movimento 5 stelle e Lega, sul tema dell’immigrazione è in vista un approccio “muscolare”, che determinerà molti più problemi di quelli che si vorranno risolvere. Sia all’interno del Paese che nei rapporti con l’Unione europea. A maggior ragione, se il modello di riferimento è il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, che intende colpire non solo i flussi migratori, ma anche coloro che assistono i migranti, a cominciare dalle Ong. Un fenomeno massiccio e complesso qual è l’immigrazione non può essere affrontato come fosse solo un problema di sicurezza e di ordine pubblico. E con provvedimenti che tendono più all’esclusione piuttosto che a includere. E a integrare. Nel pieno rispetto della sicurezza e della legalità. E per favorire - come diceva don Tonino Bello - quella “convivialità delle differenze” che porta a una pacifica convivenza. In vista del bene comune. Cioè di tutti. 
La legalità va coniugata con l’accoglienza. La vera sicurezza nasce dall’integrazione. E favorendo anche i ricongiungimenti familiari. Nasce dal rispetto della dignità della persona, al di là della provenienza e del credo religioso. Per questo, qualsiasi decisione politica ha un limite nel rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. Diritti che sono inalienabili, propri della persona, prima ancora di appartenere a uno Stato o all’altro. Più che del ministero degli Interni, per questo problema ci vorrebbe semmai un ministero dell’immigrazione e dell’integrazione. Con un “pacchetto accoglienza”, prima ancora di un “pacchetto sicurezza”. 
Che lo si voglia o no, nei prossimi anni, il futuro dell’Italia sarà caratterizzato dall’immigrazione. Un tempo Paese di emigrati, oggi siamo diventati terra di immigrazione. Gli stranieri presenti sul nostro territorio sono ormai più di cinque milioni. E le previsioni Istat ci dicono che nel 2050 sarà straniero un italiano su dieci. Siamo già una società multiculturale, multietnica e multi religiosa. E dobbiamo fare i conti con questa realtà, mettendo in campo una politica seria. E non affidarci all’improvvisazione al potere. O legiferare sull’onda dell’emozione, per soddisfare il popolo. O sull’onda dei sondaggi, seguendo il vento che tira, per lucrare consensi e voti. La politica è un’alta forma di servizio. Guida i fenomeni, nel rispetto delle leggi, dei diritti umani e della dignità della persona. Chiunque essa sia. Siamo tutti un’unica famiglia umana. 
Gli stranieri - va detto con realismo - sono una scomodità. Ma una scomodità che, se ben gestita, fa crescere il Paese. E diventa una risorsa di cui non potremo più fare a meno. La presenza degli immigrati è funzionale allo sviluppo. I benefici prevalgono, di gran lunga, sugli inconvenienti. Essi sono una risorsa indispensabile per l’economia. Il loro contributo alla ricchezza nazionale, il cosiddetto Prodotto interno lordo (Pil), è pari al dieci per cento. Senza la loro “forza lavoro”, saremmo in ginocchio in ogni settore: dall’assistenza agli anziani alla raccolta della frutta in campagna. Gli immigrati non rubano il lavoro ai nostri connazionali. Fanno, piuttosto, quei lavori che i nostri giovani non vogliono più fare: nelle stalle, negli allevamenti, nelle concerie, nei ristoranti… Discriminare lo straniero, oltre che un fattore di inciviltà, è anche antieconomico. Se non masochistico. L’immigrazione non è un lusso, ma una vera necessità. Senza il lavoro degli stranieri il Paese si ferma. Si paralizza. Saremo tutti più poveri. Avremo meno soldi per le pensioni. 
Ma gli stranieri sono, soprattutto, un puntello alla nostra malandata demografia. L’Italia, ormai, è al livello più basso al mondo per tasso di natalità. Con una popolazione sempre più vecchia. E senza figli non c’è crescita e futuro per il Paese. Ci stiamo avviando a un “suicidio demografico”. Nella totale indifferenza della politica, che non sa invertire il calo di nascite con robuste e concrete politiche familiari. A cominciare da un fisco più “amichevole”, soprattutto per le famiglie con figli. E riconoscendo anche la cittadinanza a quei figli di immigrati regolari, nati in Italia, che sono i “nuovi italiani” di fatto. Solo una politica miope, come la nostra, non ha ancora compreso l’importanza dello ius soli. 
Così, facciamo crescere con un sentimento ostile al Paese che amano, migliaia di ragazzi che siedono sugli stessi banchi dei nostri figli, ma non hanno gli stessi diritti. 
Certo, di fronte al massiccio sbarco di immigrati sulle nostre coste, l’Italia non può essere lasciata sola dall’Unione europea. Non può farsi carico dell’ondata crescente di immigrati. Senza la concreta solidarietà dell’Europa, rischia di soccombere. O di mettere in atto politiche improvvisate, con respingimenti o lunghe permanenze nei Centri di identificazione, che non sempre rispettano leggi e trattati internazionali. Tra l’altro, sottoscritti anche dall’Italia. E se vogliamo risolvere il problema immigrazione agendo sui Paesi da cui partono, non dimentichiamo che migliaia di profughi fuggono da guerre che anche noi alimentiamo, sia pure indirettamente, con la vendita di armi. 
L’Italia, oggi, è a uno snodo cruciale. E non solo per il tema dell’immigrazione. Preoccupa tantissimo la situazione politica. Come anche quella economica. Per questo è quanto mai attuale l’appello di don Luigi Sturzo a “tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria”. Appello che, con parole diverse, rilancia anche il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Bassetti: “In questo momento difficile servono parole di concordia e di dialogo per abbattere i muri di inimicizia e per superare lo spirito di divisione che sembra diffondersi nel Paese”. Prima che sia troppo tardi.

*Articolo scritto da Antonio Sciortino, già direttore di Famiglia cristiana e attuale prima guida di Vita pastorale per Patria indipendente, periodico dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

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