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Il nostro è un Paese normale?

Per sapere chi governerà dovremo chiedere alla Merkel


12/03/2018

di Sandro Vacchi


Matteo Salvini presidente del Consiglio, Paolo Romani del Senato, Luigi Di Maio della Camera. Se l’Italia fosse un Paese normale, logica vorrebbe che le più alte cariche dello Stato, Quirinale escluso, dovrebbero essere queste. Ma è forse il nostro un Paese normale? 
Governato negli ultimi sei anni abbondanti da personaggi alieni ai governati quanto io lo sono a Melania Trump, e per questo sonoramente puniti alle urne il 4 marzo, il nostro è il regno degli inciuci e degli accordi sottobanco, oltre che delle trame per non mandare al potere i vincitori delle elezioni, se sono sgraditi all’establishment, ai poteri forti, all’alta finanza, all’Unione Europea, ai Templari o a Nonna Papera. 
Ecco perché le cose non andranno come se vivessimo in un posto normale, ma assisteremo invece alla specialità dei nostri funamboli della politica: il triplo salto mortale carpiato all’indietro con avvitamento e capovolta, numero inarrivabile per qualsiasi ginnasta alle Olimpiadi, mai tentato nemmeno da Nadia Comaneci. D’altronde, se Donald Trump sta per sedersi a un tavolo con Kim Jong - detto Cicciobomba Cannoniere -, dopo mesi di insulti ferocissimi e di atomiche minacce, volete che qualche nostrano esponente del Partito Democratico a rischio estinzione non veda l’ora che Grillo e Di Maio suonino al campanello del Nazareno? O che lo faccia Silvio Berlusconi, invidioso di Salvini che l’ha sorpassato? Oppure che lo stesso leghista trionfante non cerchi gli eredi di Matteo Renzi, i quali pure fanno tanto i ritrosi? I politici nostrani, vincitori e vinti, sono gente che stringerebbe accordi perfino con Casa Pound, Forza Nuova, Alba Dorata, Hitler, Stalin e Belzebù, altroché manfrine! 
Dice il giovane Di Maio per i Cinque Stelle che un governo non guidato da loro (o meglio da lui medesimo) sarebbe un insulto alla democrazia. Sono il partito che ha ottenuto più voti, chi se la sente di dargli torto? Salvo che i Grillini con in mano le leve del comando spaventano tutti. Non solo per il precedente di Virginia Raggi sindaca di Roma, ma per il dilettantismo del quale menano quasi vanto. Per non dire del reddito di cittadinanza che già sta richiamando un esercito di sfaccendati, soprattutto al Sud, bacino elettorale dei Cinque Stelle, che non vedono l’ora di farsi mantenere e di non far nulla: non ci bastavano gli immigrati, più o meno clandestini. 
Eppure il Partito Democratico post-renziano qualche chiacchiera la farebbe con Di Maio: tanti suoi parlamentari sono in cerca di lavoro, appiedati dalla politica suicida del rottamatore Matteo Renzi. 
Il ministro Carlo Calenda si è iscritto il giorno dopo la disfatta non certo per pietas umana, e qualcuno non esclude addirittura una confluenza nei Grillini. Gramsci, Togliatti e Berlinguer si rivolteranno nelle tombe, ma i compagni di mummie hanno le scatole piene, compresa quella di Lenin al Cremlino. 
Anche Salvini e la sua Lega che lo adora berrebbero un bianchino con i nuovi piddini, per una serie di ragioni. La prima è che Silvio Berlusconi, pur a 81 anni, non demorde e difficilmente passerà a Salvini il testimone di guida del centro-destra, coalizione più forte uscita dalle urne. Se la lotta interna dovesse incancrenirsi, chi potrebbe escludere un rientro in gara del partito sgretolato, più facilmente a sostegno di Berlusconi che non di Salvini? Ettore Rosato, padre del famigerato sistema elettorale Rosatellum con il quale si è votato, ma a causa del quale è quasi impossibile formare un governo, ha posto l’altolà ai leghisti: «Chi ha vinto le elezioni deve governare. Noi staremo all’opposizione. La Lega non si nasconda dietro pretesti e governi con chi ha i suoi stessi programmi e i suoi toni». 
Programmi e toni da estrema destra, evidentemente, per chi ha il cuore rosso scarlatto. Massimo D’Alema, un altro che non intende mollare l’osso, anti-renziano d’acciaio e transfuga in Liberi e Uguali, dove è stato preso a sberle dagli elettori quasi quanto l’odiato nemico, ha dichiarato al “Corriere della Sera”: «Su Salvini non ho un pregiudizio, ma un giudizio: non possiamo avere nulla a che fare con un lepenista… Gran parte dell’elettorato dei Cinque Stelle viene dalla sinistra… Se Togliatti dialogò con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, il centrosinistra può dialogare con Luigi Di Maio». Più chiaro di così, a chi vanno le preferenze di compagni, ex compagni e compagnissimi… D’altronde, il giornale del partito sbriciolato, “La Repubblica”, per bocca del fondatore Eugenio Scalfari ha rivelato di preferire Di Maio a Salvini. 
Il milanese contro il napoletano, quello che invoca più lavoro contro il difensore dell’assistenzialismo, chi propone il modello lombardo-veneto e chi gli oppone il malgoverno di Roma. I piddini sembrano aver dimenticato l’umiliazione fatta subire cinque anni orsono dalla grillina Roberta Lombardi al loro segretario Pierluigi Bersani alla ricerca di appoggi per formare un governo che non poté costituire. Era lì, seduto davanti alla signora Nessuno come uno scolaretto interrogato dalla maestra, uno dei padri nobili del partito, in politica da sempre, e fu costretto ad andarsene con la coda fra le gambe. 
Adesso che probabilmente saranno i pentastellati a cercare i piddini, credete che questi si vendicheranno? Macché! Oltre tutto Bersani ha mollato il Partitone per rifugiarsi in quell’accolita di falliti nostalgici che si è rivelato Liberi e Uguali. E poi, in politica tutto si dimentica e tutto cambia: guardate Pierferdinando Casini. 
Si dimentica perfino la realtà e vi si passa sopra. Salvini lepenista quindi in-contattabile, come sproloquia D’Alema? Non imparano mai niente, il paraocchi ideologico è troppo spesso. Hanno fatto tutta la campagna elettorale contro un fascismo che non esiste, lo dimostrano i infine pochissimi voti andati a Casa Pound, e tuttavia insistono. Allora, la Lega ha fatto eleggere il deputato più giovane della legislatura (Largo ai giovani non era uno slogan delle sinistre?), ma – e in questo Salvini è stato un maestro – ha mandato in Parlamento un senatore “negher”, nero! Il primo in assoluto nella storia italiana. Di grazia, quale parlamentare nero hanno mai avuto il PD e tutti i partiti della sinistra all’aragosta di casa nostra? Quale persona di colore ha mai fatto il responsabile dell’immigrazione in quei movimenti? Il senatore nero ha lavorato in una stalla, poi come spazzino, infine ha aperto una sua azienda, ed è laureato, a differenza della ministra bugiarda, e di sinistra, Valeria Fedeli. 
Toni Iwobi, nigeriano di Bergamo, è l’esempio vivente di quanto la nuova Lega va predicando e che le ha consentito di mietere voti: gli immigrati regolari che lavorano siano i benvenuti. I primi a inorridire sono stati i paladini dell’accoglienza, guarda caso. Lo showman Fiorello ha fatto la parodia del padano nero incazzato. Il colmo è stato però Mario Balotelli, calciatore fallito in possesso del quoziente intellettuale di una gallina faraona, come ha dimostrato in 27 anni di esistenza, il quale si è domandato come mai Iwobi non si sia accorto di essere nero (o negro). Ecco dove sta di casa i razzismo reale, che insegna come i neri debbano stare con i neri, i musulmani con i musulmani e i bianchi – di conseguenza - con i bianchi. Ecco chi fomenta i conflitti e disdegna l’integrazione. Ecco chi è destinato a perdere altre elezioni impostate sul razzismo e il fascismo inesistenti degli avversari, tesi a nascondere i propri: autentici e radicati. 
Ci sarebbe un’altra cosa da dire a chi predica bene e razzola male, a cominciare dai Grillini con i loro rimborsi spese e contributi taroccati. I parlamentari leghisti sono tenuti a versare al partito tremila euro ogni mese. Tremila euro, chiaro? Poi, semmai, spunterà lo scandalo, ma intanto gente così spaventa i politici di professione e i voltagabbana professionali (vero, Casini?): Salvini ha imposto agli eletti di scrivere il proprio nome su una lavagna, avvertendoli che vuole trovare le stesse firme alla fine della legislatura. Come a dire che i traditori la pagherebbero cara. E ha imposto un codice etico e comportamentale, fatto di lavoro e ancora lavoro, altroché party e generone romano. 
Ma se Salvini ha capito lo stato d’animo della gente, la fame di sicurezza, di lavoro e non di sovvenzioni, di indipendenza e non di diktat europei, di Italia e non di immigrazione selvaggia, tutto questo spaventa i professionisti della politica e i cacicchi di Bruxelles. Il mondo va in una certa direzione, come Donald Trump, capo della maggiore potenza, sta dimostrando, fregandosene delle regole polverose della burocrazia, ma in Italia Salvini incontrerà ostacoli perfino ad abolire quell’oscenità della legge Fornero e a ridurre tasse oggi a un livello tale da strangolare l’economia e le famiglie. Il PD vuole però tenerlo a distanza di sicurezza, Di Maio sa bene che loro due non sono compatibili ma alternativi, Berlusconi ne teme l’ombra e si pente di aver annunciato che la leadership nella coalizione di centrodestra sarebbe spettata a chi avesse ottenuto più voti. 
Li ha presi il leghista perché è il nuovo dopo un quarto di secolo di berlusconismo, e i voti della Lega si sono moltiplicati per quattro in pochi anni, mentre quelli di Forza Italia si sono dimezzati: la stessa parabola del PD devastato da Matteo Renzi e dalle sue manie di grandezza. 
I due grandi sconfitti che non demordono potrebbero rifare il patto del Nazareno di qualche anno fa, presto mandato in soffitta, per non sparire nel dimenticatoio. Lo sostiene Vittorio Feltri, ma mi permetto di far notare due cose. La prima: sono passati degli anni e si è largamente ridotto il potere dei due contraenti; la seconda: messi insieme, PD e Forza Italia arrivano al 32 per cento, cioè meno dei Cinque Stelle. E stiamo parlando di un Partito Democratico unito e compatto, cosa da escludere, invece, in quanto abbondano coloro che vogliono far fuori al più presto l’uomo accusato di averlo distrutto in pochi anni. 
Dunque? Aspettiamo lumi, e indicazioni, ma soprattutto ordini – come sempre – da chi un governo ha saputo formarlo: Angela Merkel. E allora, caro Salvini, pur essendo il vero vincitore delle elezioni, pur rappresentando idee sempre più diffuse fra gli italiani, sarai costretto all’opposizione. Cose che succedono solamente in Italia.

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