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Il nostro Governo bocciato in economia mentre l’Unione balbetta per i troppi… “soci”

Secondo Roberto Ruozi, l’Esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha sbagliato aumentando il debito ma ignorando le reali necessità delle imprese. Per questo la ripresa è a rischio e le banche non basteranno a tappare i buchi se gli italiani, invece di spendere, preferiranno continuare a risparmiare. Per quanto riguarda invece le nazionalizzazioni e il “matrimonio” UniCredit-Monte dei Paschi…


07/12/2020

di Giambattista Pepi


Roberto Ruozi

Papa Francesco ha ragione: da questa pandemia si esce o migliori o peggiori. Nell’affrontare la crisi sanitaria il Governo ha fatto quel che poteva, ma dal punto di vista economico ha sbagliato: ha aumentato enormemente il debito mettendolo sulle spalle delle generazioni future, ma alle imprese ha dato ristori e contributi, ovvero “pezze” per tappare “buchi”. L’economia è messa male e senza consumi la crescita è a rischio e le banche non potranno bastare a risollevarla con il credito perché hanno problemi anche loro. 
Quanto all’Unione europea, 27 Stati membri sono troppi e diversi l’uno dall’altro e l’unanimismo nel prendere le decisioni è un anacronismo. Deve valere anche per Bruxelles ciò che vale negli Stati che ne fanno parte: le decisioni si prendono a maggioranza. 
Roberto Ruozi, professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari ed ex rettore dell’Università Bocconi di Milano, in questa intervista va giù duro nei confronti del Governo Conte, che viene bocciato sonoramente in economia e definito sufficiente nella gestione della pandemia. E poi c’è l’Europa che, così com’è oggi, non piace affatto. 
Nato a Biella il 17 maggio 1939, Ruozi si è laureato con 110 e lode all’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano nel 1961. Nella sua lunga carriera accademica ha insegnato nelle Università di Ancona, Siena, Parma, Parigi (Sorbona) e, come detto, al Politecnico di Milano. Nel 2004 è stato insignito della laurea Honoris Causa in “Beni Culturali per la progettazione e gestione dei sistemi turistici” all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. È inoltre presidente di Phf S.p.A. dal 1999.

“Da una crisi come questa non si esce uguali come prima. Si esce o migliori o peggiori”. Lo ha detto Papa Francesco nel suo ultimo libro Ritorniamo a sognare.  Cosa pensa di questa riflessione? Il Santo Padre ha ragione? 
Credo abbia ragione. Forse c’è una parte che esce migliore e un’altra che esce peggiore. Non credo che siano generalizzate le conseguenze di quanto sta avvenendo. Effettivamente questa crisi accentua le disuguaglianze, di tutti i tipi. Ci sono persone che si arricchiscono e altre che si impoveriscono. È certamente una rivoluzione mondiale, inaspettata e credo sia destinata a durare ancora.

L’Italia è stato uno dei Paesi martiri della pandemia. Investito dalla crisi sanitaria, è sprofondato in una recessione senza precedenti. I conti si fanno sempre alla fine, ma già adesso alcuni dati statistici sono terribili: oltre 600mila imprese hanno cessato l’attività, 473 mila sono i posti di lavoro perduti in un anno, il tasso di disoccupazione giovanile è risalito al 30%, lo Svimez nel suo Rapporto sul Mezzogiorno certifica che il divario Sud-Nord si è allargato ulteriormente, i consumi sono al palo e aumentano i depositi nelle banche delle famiglie: oltre mille miliardi di euro secondo la Banca d’Italia. Siamo messi proprio male! 
Siamo sicuramente messi molto male. Anche se, come dicevo prima, nel panorama economico generale ci sono aziende che hanno avuto opportunità da questa crisi, a livello mondiale: si pensi alle case farmaceutiche che con i vaccini hanno fatto business. Però, tornando nel nostro Paese, ci sono diversi settori che hanno avuto una crescita assolutamente insperata e non programmata. Per il resto la situazione è dura: i consumi non riprendono e quindi le prospettive non sono delle migliori. L’anno prossimo è prevista la ripresa, ma si parte da un Pil che secondo le stime più recenti dovrebbe attestarsi a fine anno tra il -9 e il -10%. Ci vorranno 3 o 4 anni per recuperare quanto abbiano perduto.

Qual è nel suo complesso il giudizio sulla gestione della crisi sanitaria e sulle risposte alla caduta in recessione da parte del Governo? È stato fatto tutto il possibile? Andava fatto altro? 
Sulla crisi sanitaria c’è stata una grande improvvisazione e una grande confusione, ma obiettivamente questo virus non era conosciuto. Era fatale che accadesse, del resto anche gli altri Paesi non è che fossero stati preparati a partire dagli Stati Uniti per non parlare di Francia, Spagna, Inghilterra e molti altri. Certo è che se avessimo avuto una sanità diversa e non avessimo fatto una politica sbagliata depotenziando le strutture sanitarie pubbliche saremmo stati un po’ meglio, ma non illudiamoci. Credo che in fondo si sia fatto meglio che si poteva. 
Dal punto di vista economico sono estremamente preoccupato perché c’è stata un’espansione clamorosa del debito pubblico che peserà in modo forse insopportabile sulle generazioni future. Non mi è piaciuta la politica dei ristori e dei contributi. A cosa servirà riconoscere un contributo a fondo perduto di mille euro a un bar che sta chiuso un mese. E soprattutto non serve alla ripresa. Non c’è stato un intervento che favorisse la ristrutturazione delle aziende. È stata una politica fatta per “tappare buchi” senza una prospettiva di ristrutturazione e rilancio effettivi delle imprese, ma aiuti mirati alla loro sopravvivenza.

Quali sono i vincoli e le opportunità per l’Italia? 
Sono quelli generali. Noi abbiamo bisogno di investire perché non lo facciamo da anni per ristrutturarci, innovare, trovare nuovi prodotti. L’investimento necessita di fonti di finanziamento, ma nonostante il calo dei consumi, la diminuzione dei redditi, l’aumento della povertà, il risparmio è aumentato in maniera clamorosa in rapporto al Pil, in particolare i depositi bancari. Quindi o si trova il modo di convogliare il risparmio privato verso gli investimenti oppure credo che uscire dalla recessione in cui siamo caduti sarà molto difficile.

L’allentamento delle regole sul rapporto adeguatezza patrimoniale e finanziamenti e le garanzie pubbliche dello Stato sul credito alle imprese, oltre alle moratorie, sono serviti a scongiurare la ristrettezza creditizia degli anni scorsi. Le banche così possono continuare a fornire crediti all’economia reale… 
L’attività bancaria sta cambiando radicalmente, in particolare in Italia, e la propensione alla concessione del credito è nettamente calata negli ultimi anni per motivi anche seri: con i bassi tassi di interesse, la crisi industriale e le insolvenze in portafoglio. L’attività più rischiosa che assorbe maggiore patrimonio è vista come un’attività da tenere sotto controllo. E la selezione del credito resa necessarie dalle regole vigenti a livello europeo per garantire l’adeguatezza patrimoniale in rapporto ai finanziamenti concessi e al rischio connesso con essi, non favoriscono certamente l’aumento dei finanziamenti alle imprese. Per quanto riguarda i finanziamenti assistiti da garanzie statali non fanno testo, perché in questo caso il rischio passa dalle imprese allo Stato. Secondo me non avranno nessuna conseguenza sullo sviluppo e avranno delle conseguenze negative comunque sul credito delle banche.

Cosa significa? 
Mi spiego. Se io concedo credito a un’impresa che va male, che ha perdite, non fa fatturato e così via, riesco a tamponare l’attività per un certo numero di mesi. Alla fine dei quali l’azienda si ritroverà allo stesso livello di prima ma con un maggiore indebitamento. Conseguentemente il rischio delle banche, cioè i crediti deteriorati aumenteranno perché i nuovi debiti - sia pure garantiti dallo Stato - si sommeranno a quelli debiti pregressi. Quindi non sono così sicuro che il credito bancario sarà erogato con volumi tali da cambiare la situazione. Una cosa è certa: ci sarà un’ulteriore maggiore selezione da parte delle banche sui soggetti da finanziare.

Lo Stato può intervenire nel mondo bancario? 
C’è il ritorno delle nazionalizzazioni. Non sono mai stato favorevole all’intervento dello Stato di per sé, certamente l’intervento statale quando il settore privato traballa è una cosa benvenuta purché sia fatto temporaneamente. Come fecero gli Stati Uniti che quando esplose la crisi finanziaria nel 2007-08 intervennero nazionalizzando alcune banche. Però sono state rispettate le regole vigenti: lo Stato è intervenuto, le ha risanate e ciò ha incrementato il loro valore come si è visto dalla crescita delle quotazioni in Borsa. Qui in Italia è diverso. Non so, ad esempio, se la nazionalizzazione di Alitalia o dell’Ilva daranno risultati particolarmente positivi. Certo è che, se fossero fatte bene, rispettando le regole della ristrutturazione vera e se riguardano settori economici che hanno una domanda e uno sviluppo dei consumi possono essere molto utili.

In questi giorni abbiamo visto il tracollo a Piazza Affari del titolo UniCredit, bersagliato dalle vendite a seguito dei rumors che continuano a esserci in merito a un eventuale acquisto di Banca Monte dei Paschi di Siena. L’Ad Jean Pierre Mustier, contrario a questa operazione, ha annunciato che ad aprile, quando scadrà il mandato, lascerà la carica. 
L’annuncio di Mustier secondo me non c’entra niente con l’ipotesi di un’aggregazione di Monte dei Paschi in UniCredit. Di questa ipotesi si parla da un anno e oggettivamente se andiamo a vedere la situazione contingente e consideriamo la banca senese, bene se non vogliamo che fallisca, mi sembra che UniCredit sia l’istituto migliore per realizzare questa operazione. Il problema semmai è valutare a quali condizioni questo può essere effettuato. Adesso nella legge di Bilancio 2021 dovrebbero essere inserite le norme sulle agevolazioni delle fusioni, comprese quelle bancarie. Per cui credo che non sarebbe scandalosa se la cosa avvenisse, ma bisognerà gestirla bene e qui lo Stato può metterci una dote che può rendere il “matrimonio” più interessante.

La mutualizzazione del debito è un passo avanti, la riforma del Mes probabilmente pure, ora si sta cercando di completare l’Unione bancaria con il meccanismo del back stop in materia di risoluzione e lo schema unico di garanzia dei depositi. L’Ue sembra un cantiere aperto, ma il processo di integrazione politica è a rischio.  
Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo. Si parla da anni dello schema unico di garanzia dei depositi: il problema è lo facciamo o no? Tutti sanno come dovrebbero essere fatti, tutti conoscono le conseguenze che potrebbero produrre nel caso in cui fossero fatti, ma ancora stiamo aspettando. Se vogliamo dare maggiore responsabilità al sistema bancario per intervenire sul tessuto economico, questi sono provvedimenti e misure che lo aiuterebbero. Bisognerà vedere se gli Stati e le Istituzioni europee hanno il coraggio e la volontà di farli. Però in questi giorni vediamo che per certi aspetti la politica c’è, per altri non c’è.

Il programma Next Generation Ue e il Bilancio sono “ostaggi” del potere di veto di Polonia e Ungheria sulla questione del rispetto dello Stato di diritto. Chi ha ragione in questo braccio di ferro? 
Premesso che lo Stato di diritto è scritto nella Costituzione europea e quindi è dovere di tutti gli Stati membri rispettarlo, perché mai Paesi liberi e democratici come il nostro, la Francia, la Germania accettano di sovvenzionare e finanziare Stati che non lo sono? È una contraddizione in termini. Forse abbiamo commesso un errore anni fa quando abbiamo accolto gli Stati dell’Europa dell’Est, gli ex Paesi socialisti legati all’Unione Sovietica da un patto di ferro e che mantengono in alcuni tratti ciò che furono: Stati illiberali e totalitari. 
Nel 1961 quando feci la mia tesi di laurea sulla politica monetaria della Comunità Economica Europea, erano ancora sei gli Stati che facevano parte della Cee. Poi si volle procedere all’allargamento prima verso Nord, quindi verso Sud e infine verso Est, e oggi siamo in ventisette. E si fa fatica a stare insieme, ma soprattutto a prendere decisioni. Sarebbe stato meglio restare in pochi.

Ma chi garantisce che anche se si è pochi alla fine le cose vadano meglio? 
Non è un fatto di numeri, ma di diversità. Mettere d’accordo tutti quanti è un’impresa. E poi che senso ha l’unanimità che occorre per prendere una decisione? È un anacronismo. Le decisioni si prendono a maggioranza.

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