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Il periodo nero dell'editoria continua, con copie in calo e minacce ai giornalisti

E se la situazione italiana risulta drammatica, non va certo meglio per tutte le altre testate estere


24/12/2018

di Artemisia


Il periodo nero dell'editoria italiana non è ancora finito. Tagli selvaggi agli organici, intimidazioni ai giornalisti e leggi insensate come quella Di Maio-Crimi. Il settore sta vivendo il periodo più buio della sua storia. Ogni giorno la cronaca è piena di vicende di minacce a cui è soggetta la stampa, e non solo quella internazionale. L’ultima è quella accaduta nella Capitale con il tentativo di intrusione nella sede del giornale online Sprynews che si sta distinguendo per una informazione fuori dal coro. 
Il 2018 ha segnato un aumento vertiginoso del numero di giornalisti morti in nome della professione, in tutte le parti del mondo. Stando al rapporto di Repoters sans frontières, l'ong parigina che si erge a tutela e presidio della libertà di stampa, solo quest'anno 80 giornalisti (63 professionisti, 13 non professionisti e 4 collaboratori televisivi) hanno perso la vita durante la loro missione al servizio dell'informazione. Il Paese che detiene questo infame record è l'Afghanistan, con 15 decessi, seguito a ruota da Siria (11), Messico (9) e Yemen (8). 
Mediobanca ha invece tracciato il quadro dello stato di salute dell’editoria italiana. Il Focus di R&S Mediobanca ha analizzato l'andamento dei primi otto gruppi italiani tra il 2013 e il 2017, con un'appendice dedicata ai primi 9 mesi del 2018. 
Il quinquennio 2013-2017 evidenzia un giro d'affari sceso a 3,5 miliardi di euro (-20,2% sul 2013 e -6% sul 2016), un crollo del 40,5% della diffusione cartacea dei quotidiani, il taglio di 3.301 dipendenti, pari a oltre un quinto della forza lavoro (-21,7%) e perdite complessive per 1,2 miliardi di euro, frutto anche di pesanti svalutazioni. Delude la performance in Borsa, solo +3% a fronte del +24,8% delle società industriali. 
Nel 2017, però, i risultati netti sono migliorati, con perdite più che dimezzate sul 2016, grazie anche alle azioni di taglio dei costi che hanno permesso ai margini industriali di migliorare dal -5,7% del 2013 al 4,1% del 2017, con un ulteriore progresso al 5,3% al 30 settembre 2018. 
E questo nonostante le vendite dei giornali in Italia continuino a diminuire, con le copie digitali che non riescono a compensare l'emorragia di quelle cartacee. Negli anni 2013-2017, evidenzia l'indagine di Mediobanca, le copie cartacee dei quotidiani sono scese da 3,7 a 2,2 milioni al giorno. Considerate le 335 mila copie digitali, pari al 13% del totale, nel 2017 la diffusione totale si è attestata poco sopra i 2,5 milioni di copie. 
Il calo delle vendite in Italia mostra comunque qualche segno di rallentamento, con il -6,3% dei primi nove mesi del 2018 che si confronta con il -15,4% del 2017, e si confronta con una stabilità della diffusione cartacea a livello mondiale (-0,1% nel 2017 e -0,4% dal 2013), grazie alla spinta dell'Asia che compensa i cali nei mercati più maturi. 
In Europa anche Germania, Gran Bretagna e Spagna vedono flettere la diffusione dei principali quotidiani, mentre fa eccezione la Francia, dove Le Figaro e Le Monde hanno aumentato le vendite. Quanto ai prezzi dei giornali italiani restano mediamente meno cari di quelli europei. 
Nei primi nove mesi del 2018 tutti i primi 10 quotidiani italiani segnano il passo. La testata più diffusa è il Corriere della Sera (221 mila copie al giorno nei primi nove mesi, -3,9% sullo stesso periodo del 2017), davanti a Repubblica (-12,8%, a quota 171 mila copie) e la Stampa (-8,8%, a 134 mila copie). 
Rcs supera Mondadori e diventa il primo gruppo editoriale italiano, con Gedi che si conferma al terzo posto e Il Sole 24 Ore al quarto. Nei primi nove mesi del 2018 il gruppo che edita il Corriere della Sera ha realizzato ricavi per 713 milioni di euro, a fronte dei 658 milioni del gruppo di Segrate, che sconta la progressiva uscita dal settore periodici, con la vendita della divisione francese che nel 2017 ha fatturato 300 milioni di euro. Gedi ha avuto un giro d'affari di 470 milioni mentre il Sole di 150 milioni.

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