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Il "presepe della discordia" ha davvero una ragione d'essere?

Proponiamo la dura presa di posizione di un uomo di chiesa per denunciare la demagogia di chi si impossessa dei simboli cristiani per interessi politici. Si tratta di una tematica, non da tutti condivisa, aperta al dibattito. Come insegna quella parola indipendente che fa parte della nostra testata


17/12/2018

di Antonio Sciortino*


Non poteva mancare, a fine anno, la solita polemica se allestire o no il presepe a scuola. Chi si oppone, dice di voler rispettare la differente fede degli alunni di altre religioni. Chi grida: “Giù le mani dal presepe”, s’appella invece alle radici cristiane. Tra questi ultimi spiccano i leghisti, con il loro “capitano”, Matteo Salvini. In entrambi i casi, per lo più, sono emerse motivazioni più ideologiche che religiose. Lo stesso ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, tirato in ballo nella polemica, ha dichiarato: “Crocifisso e presepe sono simboli dei nostri valori, della nostra cultura, delle nostre tradizioni e della nostra identità. Non vedo che fastidio diano a scuola. Chi pensa che l’inclusione si faccia nascondendoli, è fuori strada”. 
Posizione corretta. Se non fosse per la strumentalizzazione che se ne fa. In chiave politica e di consensi elettorali. I paladini dei simboli e delle tradizioni cristiane, spesso, non hanno neppure letto il Vangelo di Gesù. Come tantissimi italiani, cattolici inclusi. E ne ignorano gli insegnamenti. Così, il “fervente” ministro dell’Interno, Matteo Salvini, non pago d’aver sbandierato rosario e Vangelo dal palco in campagna elettorale, ha subito cavalcato la polemica sul presepe. Ormai, è onnipresente su tutto.  Da vero “bulimico” della politica, mette il “cappello” su terreni che non gli competono da ministro degli Interni. Come la contestatissima presenza all’assemblea nazionale del Forum delle associazioni familiari, a novembre scorso. E, più di recente, la visita in Israele, assolvendo compiti da ministro degli Esteri e della Difesa. 
“Non penso che Gesù Bambino o Tu scendi dalle stelle”, ha detto il leader leghista, “possano dar fastidio a qualcuno. Il Natale è una festa così bella che penso possa abbracciare tutte le fedi e tutte le religioni. Chi tiene Gesù Bambino fuori dalla porta della classe non è educatore”. Ma, allo stesso modo, con riferimento al Vangelo (“Ero straniero e non mi avete accolto”, Matteo capitolo 25), potremmo dire che chi mette alla porta un immigrato o getta sulla strada famiglie di stranieri, donne e bambini inclusi, senza più un tetto e una protezione, non è cristiano. Né si comporta da cristiano. 
L’autore del Decreto immigrazione e sicurezza, che la Caritas di Roma ha definito “una legge patogena, inutile e dannosa”, “una delle più cattive leggi della storia d’Italia”, si vanta d’avere l’appoggio di preti, vescovi e cardinali, che lo invitano ad andare avanti su questa linea. Sarebbe auspicabile, però, onde evitare ulteriori fake news propagandistiche, che il ministro ne facesse i nomi. Oppure, che venissero allo scoperto gli stessi vescovi e cardinali chiamati in causa. Qualora ve ne fossero. A mostrarci qual è l’ispirazione evangelica presente nei provvedimenti salviniani. Anni fa la Lega, dopo il dio Po e i riti celtici, in un comune del bresciano s’era pure inventato il White Christmas (il “Bianco Natale”). Un’operazione xenofoba per cacciare via gli immigrati di colore. “Il Natale”, diceva il locale assessore alla sicurezza, “non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità”. 
Ipocrisia religiosa che, allora come oggi, ha suscitato tante reazioni. E qualche salutare provocazione. Come quella della Caritas di Agrigento che, nel presepe in Duomo, non aveva messo i Re Magi. Al loro posto, un cartello recitava: “I Magi non arriveranno, perché respinti alla frontiera, assieme agli altri immigrati”. “Per noi la tradizione non può essere anteposta ai diritti delle persone”, aveva aggiunto il responsabile Caritas. “Se Gesù volesse venire da noi, oggi, sarebbe respinto alla frontiera. Così come accade a centinaia di nostri poveri fratelli”. 
Allo stesso modo, la settimana scorsa, don Luca Favarin, “prete di strada” padovano, impegnato nell’accoglienza di poveri, emarginati e immigrati, ha detto: “Quest’anno, non fare il presepe, credo sia il più evangelico dei segni.  Se il presepe deve essere pura esteriorità, allora tanto vale non farlo”. E anche monsignor Tessarollo, vescovo di Chioggia, cui è stato vietato l’ingresso in una scuola di Porto Tolle (Rovigo), ha avuto parole nette: “Questi politici dicono di voler preservare l’identità cattolica e cristiana, basata sull’amore per il prossimo, predicando l’odio e l’esclusione invece dell’inclusione”. Polemiche ha suscitato, a Crescenzago, il presepe della Casa della Carità di don Virginio Colmegna. Il presepe, quest’anno, è su un gommone, in mezzo al mare dove stanno annegando degli immigrati. E su un cartello, un versetto del vangelo di Luca: “Per loro non c’era posto”. Non un messaggio ideologico, “a rovinare le nostre tradizioni”, come ha detto una consigliera comunale. Ma una provocazione evangelica. 
Non basta appellarsi al “buon Dio”, come ha fatto Salvini al recente raduno di Piazza del Popolo a Roma. O citare san Giovanni Paolo II, che “voleva un’Europa fondata sul lavoro e le identità”. Tutto per rifarsi una “verginità” religiosa. E blandire i credenti. Papa Wojtyla, nella sua vita, ha sempre incarnato una concezione positiva delle migrazioni. “L’esperienza mostra”, ricordava, “che quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani”. 
Ma non è solo il presepe a suscitare polemiche. Una proposta della Lega intende rendere obbligatorio il crocifisso in tutti i luoghi pubblici: dalle scuole alle aule di giustizia, dalle stazioni agli aeroporti. Con una pena, per i trasgressori, fine a mille euro. “Cancellare i simboli della nostra identità”, ricordano i leghisti, “collante indiscusso di una comunità, significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società”. E ancora: “Rispettare le minoranze non vuole dire rinunciare, delegittimare o cambiare i simboli e i valori che sono parte integrante della nostra storia, della cultura e delle tradizioni del nostro Paese”. 
Sui social la proposta non poteva che scatenare contrapposizioni. Con qualche amara ironia. Come quella di chi si chiedeva se il crocifisso doveva essere esposto anche nei porti italiani. Soprattutto in quelli chiusi alle navi cariche di migranti. Abbandonati per giorni in mare, esposti ai disagi e alle intemperie del tempo. Argomento troppo serio, quello del crocifisso, perché si torni a strumentalizzarlo. E a dividersi tra una deriva laicista e una rivendicazione identitaria. Il crocifisso è un simbolo universale di speranza. E’ una lezione di umanità per tutti, credenti e non credenti. Non un semplice arredo per luoghi pubblici. 
L’aveva ben compreso Natalia Ginzburg, scrittrice ebrea, che in un bellissimo articolo, Non togliete quel crocifisso, scriveva: “È là muto e silenzioso. C’è sempre stato. È il segno del dolore umano, della solitudine della morte, dell’ingiustizia. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo”. Né lo si può trasformare in un’arma ostile per respingere l’altro, il diverso. Quelle braccia stese sulla croce non escludono nessuno. Abbracciano tutti gli esseri umani. Con una predilezione per gli oppressi e gli emarginati. Il crocifisso è a difesa dei diritti di fraternità, accoglienza, uguaglianza, libertà. Senza questi valori non c’è identità cristiana. Occorre dirlo a voce alta. E denunciare la demagogia di chi s’impossessa dei simboli cristiani per interessi politici. 
È quanto hanno chiesto, nello scorso luglio, alcuni preti e laici. Con una lettera ai vescovi italiani. Sollecitandoli a pronunciarsi contro il dilagare nel Paese di una cultura intollerante e razzista. E a dire, con chiarezza, da che parte sta il Vangelo. Di certo, non si concilia con chi avvelena il clima politico e sociale, chi discrimina i figli degli stranieri alle mense scolastiche o chi respinge e maltratta gli stranieri. Una cultura xenofoba, avallata e diffusa persino da rappresentanti di istituzioni. Razzismo e cristianesimo non vanno di pari passo. La persona degli immigrati è sacrosanta. C’è una sola famiglia umana. E tutti con gli stessi diritti e uguale dignità. 
Ermanno Olmi, scomparso nel maggio scorso, al tema dell’accoglienza ha dedicato un film: Il villaggio di cartone. Una chiesa ormai dismessa, torna a rivivere quando il parroco decide di aprire le porte a un gruppo di immigrati. “Cosa c’è di più importante dell’accoglienza?”, diceva Olmi. “La sacralità dell’accoglienza è tutto”. E, in tono provocatorio, aggiungeva: “Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari”. Poveri cristi in carne e ossa, come quei quindici migranti che si sono lasciati morire in mare, su un gommone, senza chiedere soccorso per paura d’essere riportati nei lager libici. Olmi, con amarezza, concludeva: “La Chiesa si deve ricordare, più spesso di quanto faccia, di essere cristiana”. 
Pare esserselo ricordato, di recente, la Chiesa italiana, dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare. “Rispetto a quanto accade”, hanno scritto i vescovi in una Nota, “non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini, donne e bambini che - mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere - ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace”. Con un appello finale: “La via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”. 
Un appello da non far cadere nel vuoto. I cristiani non possono permetterlo. Il Natale non è una finzione. L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nel discorso alla città per sant’Ambrogio, ha detto: “Siamo persino autorizzati a pensare”. In vista del bene comune. E, soprattutto, autorizzati ad agire. Da subito, secondo il Vangelo.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

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