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Il "reddito di cittadinanza" sarà "debito di cittadinanza"?

Una scelta contestata anche dal mondo del volontariato. Con Di Maio a gongolarsi nella sceneggiata della card in una teca, a mo’ di reliquia laica. Intanto il Festival di Sanremo si è proposto come specchio reale del Paese. Un terreno di confronto e scontro, nel bene e nel male


11/02/2019

di Antonio Sciortino*


Se fossero “solo canzonette” non ci sarebbe di che riflettere. O di che preoccuparsi. Ma non “non sono solo canzonette”. Il festival di Sanremo è lo specchio reale del Paese. Nel bene e nel male. Sul palco dell’Ariston hanno sempre fatto irruzione i temi caldi della società. E non solo italiana. L’edizione 2018 fu vinta dalla canzone Non mi avete fatto niente di Ermal Meta e Fabrizio Moro. I due cantanti condannavano la strage al Bataclan di Parigi. E invitavano a non aver paura. E a reagire contro il terrorismo. Mai manca uno sguardo sul presente. Nonostante i tentativi a nasconderlo. 
Quest’anno il cardinale Gianfranco Ravasi ha rilanciato su Twitter la canzone Argento vivo di Daniele Silvestri, su un ragazzo di sedici anni che vive in carcere. Diversi, poi, i riferimenti all’attualità. Anche molto espliciti su situazioni e persone. Come quello della canzone I ragazzi stanno bene dei Negrita: “Dei fantasmi sulle barche / e di barche senza un porto, / come vuole un comandante / a cui conviene il gioco sporco”. O la canzone di Achille Lauro Roll Royce, per molti un inno all’ecstasy, anche se l’autore - cresciuto in una comune hippy, ai margini della criminalità nella periferia romana - smentisce. Certa è l’ira di don Antonio Mazzi, che non le manda a dire: “Il servizio pubblico sceglie di mettere in gara una canzone che, non solo inneggia alla droga, ma contiene una frase che mi sconvolge: Voglio una vita così / voglio una fine così. Mi rompe molto che questa cultura di morte che c’è in giro passi anche attraverso la musica. Mi rompe molto”. Intanto, ironia della sorte, il massimo per un’Italia sovranista poco tenera con gli immigrati: a Sanremo ha vinto Mahmood, un italo-egiziano. La nuova Italia che avanza. 
Sanremo, da sempre, teatro di proclami, polemiche e proteste. Terreno di confronto e scontro. Passerella temuta, ma anche ambita dai politici. Lo scorso anno, alla vigilia delle elezioni del 4 marzo, la scena fu tutta per Matteo Salvini, leader in ascesa. In compagnia di una splendida Elisa Isoardi. “Stiamo arrivando, solo un mese e ci siamo”, disse a chi gli chiedeva di dare una svolta al Paese. E la svolta è arrivata. Grazie al contratto Lega-5 Stelle e i dioscuri Salvini e Di Maio alla guida del Paese. Finalmente, il governo del cambiamento. Ma a fatica, ora, tenuto assieme dal premier Conte. Tra continue giravolte, incertezze, paralisi, rinvii e profonde divisioni. Su quasi tutto. Dalle infrastrutture alla vergognosa neutralità sul dramma del Venezuela. Nel frattempo, i dati sono al ribasso. Da vera recessione. Ciò nonostante, il leader pentastellato annuncia un boom economico, prossimo venturo. Lo stesso vicepremier che aveva abolito, per decreto, la povertà. 
L’Italia, questa settimana, è stata concentrata su Sanremo. Il primo festival gialloverde. La Rai “sovranista” l’ha voluto “leggero”. Temi politici e sociali in sordina. O soffocati al primo accenno. Per una narcosi generale. E un’opinione pubblica anestetizzata. Solo “canzonette”, senza politica. Guai a toccare tasti dolenti o mettere a nudo il re gialloverde. Così, in conferenza stampa, poche parole sugli immigrati hanno scatenato una veemente reazione. Accompagnata da una caterva di insulti sui social. 
“Se non fosse drammatica la situazione, ci sarebbe da ridere”, ha detto con amara ironia Claudio Baglioni, direttore del festival. “Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone. Siamo un po’ alla farsa. Credo che le misure prese dall’attuale governo, come da quelli precedenti, non siano assolutamente all’altezza della situazione”. 
Da anni Baglioni si occupa di migranti. Ne parla con competenza, buon senso e umanità. Lampedusa è stato il suo “laboratorio a cielo aperto” sul dramma di profughi e clandestini. Per anni, O’ scià, tre giorni di musica sull’isola, ha dato voce a chi non ha voce. E “fiato” agli invisibili: O’ scià, “mio respiro”, è il saluto dei lampedusani. Per affermare che “la diversità è un valore”. E Lampedusa luogo dell’incontro, non delle differenze. 
“Siamo un Paese incattivito e rancoroso”, ha aggiunto Baglioni. “Guardiamo con sospetto anche la nostra ombra”. Delitto di “lesa maestà”, le sue parole. Subito, su Twitter, il ministro dell’Interno l’ha ammonito: “Canta che ti passa, lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo. È il festival della canzone italiana, non dell’Unità o dei migranti”. E ancora: “Lui è pagato molto bene dai cittadini italiani, da una rete pubblica per un’iniziativa pubblica, se evita di usare il microfono e il palco di Sanremo per fare comizi, gli italiani gliene saranno grati”. Altrettanto - si potrebbe aggiungere - sarebbero grati gli italiani se il ministro si occupasse anche di altri soldi pubblici. Di quei 49 milioni di euro, ad esempio, che la Lega ha sottratto alle casse dello Stato. Soldi da restituire ai cittadini. Quanto prima, possibilmente. Non dilazionati in ottant’anni. 
“Non c’è due senza tre”, dice il proverbio. Ma, forse, il detto non varrà per Baglioni. E per un suo terzo festival di Sanremo. Dietro i fiori e i sorrisi di circostanza, tanta è l’insofferenza. E pure i veleni. Il sovranismo mediatico non ammette libertà di pensiero. Tanto meno pluralismo di informazione. Ne sa qualcosa anche Fabio Fazio, sottoposto a un continuo stillicidio di critiche. Col pretesto del suo alto compenso. La vera ragione? Non allinearsi alla narrazione governativa. Troppa autonomia nella scelta dei temi e degli ospiti. Eppure, il governo del cambiamento aveva promesso di affrancare l’informazione pubblica dalla sudditanza ai politici. In realtà, lottizzazione era prima, lottizzazione è ancora oggi. Anzi, più di prima. Con maggiore determinazione e cinismo. In assenza di una vera opposizione politica. 
I pompieri di ieri sono gli incendiari di oggi. Chi voleva la Rai libera dai partiti, una volta al governo s’è appropriato di ogni spazio possibile. Il “manuale Cencelli” della Tv al massimo livello. Non c’è programma senza i due vicepremier. Presenza assillante su ogni canale, a tutte le ore del giorno. Una propaganda mediatica continua. Insopportabile. Come la squallida esibizione della card del reddito di cittadinanza. Una “reliquia laica”, in una teca di vetro, avvolta da fasci di luce. Un imbarazzante show pentastellato. E il presidente del Consiglio da testimonial. Anzi, da “foglia di fico” di un provvedimento molto discusso. 
Una card buona nelle intenzioni, pessima nell’attuazione. Con eccessivi vincoli e restrizioni. Tali da offendere dignità e intelligenza dei poveri. D’altronde, bisognava fare in fretta. Non per le necessità degli indigenti, ma per l’incasso di consensi alle Europee, ormai alle porte. Poi, vada come vada. Poco importa se il “reddito di cittadinanza” sarà un “debito di cittadinanza”. Ad aggravare il già insostenibile onere pubblico. Tutto sulle spalle delle nuove generazioni. “Quando si comprenderà che non si è scelta la via migliore per combattere l’esclusione sociale”, ha detto il mondo del volontariato e del non profit, “tornare indietro sarà complicato. E a farne le spese saranno i poveri”. 
Ma tutto serve alla causa gialloverde. Anche se nessuno si indigna per i quotidiani comizi in Tv, spacciati per dibattiti. Quasi sempre senza interlocutori. E con giornalisti compiacenti, a evitare domande scomode. A dispetto del pluralismo, quello vero. E di una corretta informazione, quella non di parte. Eppure, la Rai è servizio pubblico. Appartiene ai cittadini che pagano il canone. E hanno diritto a un racconto del Paese che sia reale e veritiero. Fatto da professionisti indipendenti, non incasellati nel gioco delle appartenenze politiche. Non servono “cantori del potere”, ma “servitori” della verità. Onesti e trasparenti. Il presidente della Camera, Roberto Fico, quand’era all’opposizione tuonava: “Vogliamo giornalisti senza odore di lottizzazione. La Rai è stata gestita dai partiti che hanno occupato le istituzioni democratiche del Paese. Il Movimento 5Stelle deve essere l’esempio che la lottizzazione si può anche non attivare”. 
Parole al vento, clamorosamente smentite. La realtà, anzi, supera l’immaginazione. In questi giorni, la Rai è in fibrillazione contro se stessa. Dopo aver prodotto due nuove puntate del commissario Montalbano, s’è accorta che L’altro capo del filo non è “politicamente corretta”. Nello sceneggiato Montalbano impegna tutti i suoi uomini, Catarella incluso, per soccorrere dei migranti a sbarcare. Un gesto di umanità cui partecipano gli abitanti di Vigàta. Ma quella puntata non può andare in onda senza un dibattito a seguire. A contrastare il “buonismo” del commissario. Una Rai così asservita, davvero serve a poco. È un’offesa all’intelligenza del pubblico televisivo, che la sovvenziona. 
Simile sorte è toccata a don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Gli organizzatori di un suo incontro a Oderzo, in provincia di Treviso, non hanno avuto dal comune né il patrocinio né l’uso gratuito del teatro pubblico Cristallo. Il sindaco Maria Scardellato, a capo di una giunta Lega Nord-Lista civica, pretendeva l’assicurazione che il relatore non avrebbe trattato il tema dei migranti. Altrimenti, sarebbe stato necessario un contraddittorio. Una censura preventiva, senza pudori. Per puro calcolo elettorale. L’incontro, poi, s’è tenuto lo stesso. Ma in un’altra sala, a spese del mondo del volontariato. Chi ha paura di don Ciotti? E perché è tabù parlare di immigrazione? 
I pentastellati, purtroppo, hanno memoria corta. Molto corta. E il loro garante non è certo modello di coerenza. Oggi, li incita a una linea dura sugli immigrati.  Qualche anno fa, era per l’accoglienza. “Il futuro non sarà migliore”, scriveva Beppe Grillo, “se ci difenderemo alzando steccati o prendendo impronte, ma se saremo capaci di integrazione e di condivisione. E’ questo il vero progresso, non quello che ci fa diventare sempre più meschini, chiusi e impauriti”. 
E aggiungeva: “Dopo 500 anni il pendolo delle migrazioni inverte il suo corso e l’Europa diventa stazione di arrivo invece che stazione di partenza. Dobbiamo solo ringraziare il cielo che anche i migranti sembrano aver perso, come noi, la memoria della storia. Invece di venire a regolare i conti di secoli di crimini e rapine, vengono in Europa per cercare lavoro e pagare le nostre pensioni al posto dei figli che non facciamo… Eppure, c’è chi riesce lo stesso a odiarli”. 
Quanta acqua è passata sotto il ponte!

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attuale direttore di Vita Pastorale

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