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Immunità di gregge: una guerra complessa, visto che scarseggiano i soldati, le armi e le munizioni…


08/02/2021

di FRANCO MOLINARI


I numeri citati dal ministero della Sanità al 6 febbraio 2021 sono impietosi, in quanto certificano il fallimento dell’approccio organizzativo alla lotta all’epidemia generata dal virus SARS-CoV-2/COVID-19: sono stati infatti vaccinati con due dosi, in 38 giorni, 1.100.867 abitanti. Ricordiamo che per raggiungere una immunità di gregge dovrebbero essere vaccinati, entro settembre, il 70% della popolazione al di sopra dei 16 anni, ovvero 35,891 milioni di persone. Sottraendo i già immunizzati, dovrebbero essere sottoposti a vaccino 147.414 persone al giorno fino al 30.09.2021 negli attuali 293 punti di somministrazione. Obiettivo, a guardar bene, irraggiungibile. 
Detto questo, spazio ad altri dati significativi: sinora, mediamente, sono stati somministrate al giorno 66.239 dosi di vaccino con un tasso di copertura della popolazione del 4,18 per cento. Se invece viene considerata solo la popolazione per una “immunità di gregge” il tasso di copertura sale al 7,01 per cento. 
Con gli attuali tempi e modi di somministrazione la prima vaccinazione al 70% della popolazione terminerà mediamente in Italia il 29 settembre 2022, a fronte di un traguardo anticipato dalla Pa di Bolzano al 17 febbraio del prossimo anno e un fanalino di coda legato alla Calabria previsto per il 5 giugno 2023.


Di fatto, per vincere la “guerra” al virus, bisogna far di conto con un piano strategico ben articolato, un numero di soldati sufficiente da inviare al fronte (medici, farmacisti, infermieri), equipaggiati di armi adeguate (come le siringhe), munizioni (vaccini) e una buona logistica per il rifornimento. 
Il piano strategico elaborato dal ministro della Salute e dal commissario Straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’epidemia epidemiologica COVID-19 è pieno di belle intenzioni ma, a oggi, non c’è nulla di concreto: mancano infatti sia i soldati che le munizioni (scarsità di vaccini: di quelli previsti ne sono stati consegnati solo il 24,9%) e una organizzazione logistica sufficientemente adeguata alle necessità. 
Un vecchio detto emiliano (ingentilito nell’espressione perché la versione originale è molto più colorita), ovvero “i se e i ma sono il companatico del desco degli incompetenti”, si attaglia perfettamente a coloro che hanno gestito sino ad ora la pandemia. 
In un qualsiasi Paese normale, un commissario Straordinario con pieni poteri sarebbe stato cacciato dopo i primi madornali errori (mascherine, ventilatori, banchi a rotelle, siringhe per le vaccinazioni etc.) fino a non aver provveduto a garantire una fornitura di vaccini in grado di immunizzare almeno il 70% della popolazione in un tempo ragionevolmente breve. 
Nelle regioni Italiane gli attuali punti di somministrazione, come detto, sono 293 e fanno capo essenzialmente agli ospedali con un numero medio di abitanti per centro di 206.790, contro 19.331 farmacie capillarmente distribuite in 7.903 comuni con un numero medio di abitanti per farmacia di 3.129. Solo questi numeri ci fanno capire come sarebbe più opportuno utilizzare i presìdi farmaceutici già esistenti piuttosto che crearne di nuovi con uno spreco enorme di risorse.

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