Share |

Pronti, via: la fuga libica degli 800 mila con obiettivo Italia

Matteo Salvini però assicura: «Finché faccio il ministro i porti del nostro Paese rimarranno chiusi»


16/04/2019

di Sandro Vacchi


Pronti, via! Molte migliaia di concorrenti scaldano i motori sulle coste della Libia, pronti a precipitarsi verso l'Italia, prima tappa Lampedusa. Prevista la tradizionale serie di incidenti in mare, con contorno di annegati, donne gravide, ragazzi con cellulare e tute firmate, bimbi non accompagnati, fiumi di lacrime della premiata ditta Boldrini & C., anatemi papali, iraconde interrogazioni parlamentari, manifestazioni dei centri sociali, cortei di chi capisce tutto e non fa niente, full immersion in trasmissioni televisive super buoniste, europeiste e fancazziste. Il tutto in vista della finalissima: le elezioni europee del 26 maggio. Elezioni che gli sconfitti più probabili non possono sperare di salvare (non è l'infinito di Salvini) se non barando. 
In Libia se le danno di santa ragione, come dire che in agosto fa caldo. Un tale di nome Haftar ha mosso le truppe da Bengasi per fare le scarpe a un altro tale che si chiama Sarraj, il quale sta in Tripolitania. Il primo è sostenuto da egiziani, sauditi e soprattutto francesi: ecco, qui ci sarebbe già da arricciare il naso come fanno i parigini quando sentono parlare di noi “macaronì”. Sarraj è invece appoggiato da Turchia, Qatar e Italia. 
Ma vah! L'Italietta che prende posizione? Il ragazzo pedofilizzato che occupa l'Eliseo, così carinamente intervistato da Fabio Fazio(so), lo zerbino più strapagato nella storia della televisione mondiale, deve essersi posto qualche domandina, e non riguardo all'ultimo lifting della moglie-madre. Chi periodicamente si dà da fare per la scatola di sabbia, come la definiva ciecamente Mascellone Mussolini, lo fa per il petrolio. I barili di greggio sono però destinati a essere poche goccette rispetto alle cascate del Niagara di lacrime dei compagnucci della parrocchietta, lacrime quasi sempre di coccodrillo. 
L'intento dei furbastri sarebbe infatti quello di dirottare l'attenzione dei minus habentes, cioè il popolo bue che loro tanto amano e apprezzano, da questioncelle di bieco interesse economico a problemi di primissimo piano anch'essi, come quello dei profughi. Alt un passo: di primissimo piano ma non per i cuginastri d'Oltralpe, parbleu!, che i profughi hanno l'elegante usanza di rifilarli tutti a noi, discarica umana d'Europa, al punto che ce li rimandavano di qua a mazzate, a Ventimiglia, ma addirittura ce li portavano sui cellulari in certi paesini di frontiera del Piemonte. 
Da quando gli sbarchi sono diminuiti del 94 per cento in un anno e al Viminale c'è Adolf Hitler (definizione di Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco che ha fatto carta igienica dei soldi di Atene), i barconi sono però diventati un diversivo di ben scarso appeal e non ci cascano più nemmeno i bambini, che continuano a credere alla Befana, ma non alla favola dell'accoglienza universale, gratuita e a senso unico. Ci crede ancora qualche mosca bianca, o meglio rossa, ma la gran parte sa che il partito, o quel che ne resta, deve pur sopravvivere in qualche maniera. 
L'accoglienza è buona, il migrante è una risorsa e Salvini è cattivo? 
Se lo dice il partito, con tutto il suo contorno burbanzoso di cooperative, maestrini di pensiero, star canterine, barbuti e barbosi editorialisti-guru, nani, ballerine e conduttori televisivi, gli ordini non si discutono: lo impone l'ipocrisia, cardine ideologico di 150 anni di vulgata comunistarda. 
Che fare? si domandava Lenin in un libello prerivoluzionario? 
Delegittimare il nemico, scaricargli addosso vagonate di fango e di cacca, sterminare gli oppositori e dare il potere al popolo, che però non l'ha mai visto nemmeno col binocolo soprattutto nel paradiso in terra, ma questa è un'altra storia. 
Torniamo in Libia. Nel 2011 Silvio Berlusconi si lasciò trascinare da quelle parti come un fesso e non si è più ripreso. D'altronde guidava le operazioni Napoleoncino in persona, Nikolas Sarkozy, furfantello che ci costrinse a una campagna che a noi costò fior di commesse e ai francesi ne fruttò altrettante. Dopo il primo gancio, Berlusca incassò un uno-due con lo spread, Fata Morgana mai sentita nominare fino ad allora, che però gli buttò all'aria il governo, mentre la trimurti Merkel-Sarkozy-Monti si teneva la pancia dal ridere. 
Volete che Emmanuel Macron non ritenga di valere almeno quanto il furfantello Sarkozy, il quale aveva spazzato via Gheddafi? Dovrà pur liberarsi di almeno uno dei suoi complessi infantili e mettere anche lui in trappola gli italianuzzi? 
Intanto ha le sue quinte colonne. Uno, Fazio, fa poco testo quanto a figura prona, ma è un “influencer” (si chiama così, non lo sapete, chi ci prende per i fondelli in modo professionale) di primissimo piano in Italia. E questo la dice lunghissima su come siamo conciati, ma tant'è: uno che arriva a baciare la pantofola addirittura a Jean-Claude Juncker, l'alcolista che manderebbe l'Italia a far compagnia alla Grecia, e per di più lo paghiamo come Re Mida con il canone estorto nella bolletta elettrica, è fra gli uomini più potenti del Paese. Rifiuto di definirli intellettuali, come fanno molti, in quanto non posso immaginarli al fianco di Vittorio Sgarbi, Ernesto Galli della Loggia, Marcello Veneziani, Renato Cristin e gente di questo calibro. 
Altra quinta colonna è Luigi Di Maio, detto Chinotto da quando vendeva bibite allo stadio San Paolo. Mesi fa lanciava fiamme su Fazio peggio di Renato Brunetta e Matteo Salvini in accoppiata, lo accusava di ogni nefandezza e di arricchimento indebito. Poi... Ciribiribin che Bel Lecchin, intervista in studio con domande alla viola mammola, altra intervista in programma la domenica prima delle elezioni, e Fabiuccio Chierichetto ha smesso d'improvviso di essere un problema, non lo è mai stato, non lo sarà mai. 
L'importante è che a “Che tempo che fa” si spari ad alzo zero contro tutto ciò che odora di sovranismo, populismo, nazionalismo, contestazione dell'Unione Europea. Chi è oggi in Italia il massimo esponente di queste idee terrificanti? Esatto! Le ultime quattro lettere del cognome sono ...vini, ma non c'entra proprio niente con Juncker. 
Di Maio è ormai costretto a dire non solo il contrario di quanto ha predicato per mesi (Fazio, ma anche Tav, legittima difesa, limite ai mandati parlamentari), ma soprattutto l'opposto di quanto sostiene Salvini. L'intento è smaccato, fanciullesco tanto è semplice: raccattare qualche voto fra i contestatori del Cattivo per antonomasia, di colui che gli sta mangiando consensi, sondaggi, presto anche la carriera. 
La sinistra (si fa per dire) ha perso fiumane di voti a causa della propria politica di accoglienza incondizionata, avversata in primo luogo dai ceti popolari, un tempo tradizionale serbatoio di voti di Pci e affini. Ci sono seicentomila clandestini in Italia, giunti allettati da soldi facili, lavoro poco, droga molta, ragazze bianche, giudici ciechi e poliziotti con le mani legate: basta leggere le cronache quotidiane per vedere se non è vero. 
Mafia Capitale, lo scandalo delle ONG e delle cooperative di accoglienza, la boiata sesquipedale dello Ius Soli tanto caro a chi tanto non lo paga, unitamente al reddito di cittadinanza grillino, alla legge Fornero, alla rovina della classe media, allo sterminio del proletariato, ai pensionati trattati come un bancomat, all'Inps che li minaccia a giorni alterni, alla diminuzione del PIL, alla fuga delle aziende, ai campi nomadi, alle case popolari occupate da chissà chi, alle Asl senza soldi per siringhe e cerotti, ma prontissime a interventi a cuore aperto purché su chi proviene da duemila chilometri a sud, suscitano da anni diverse domande in chi non legge Roberto Saviano o Paolo Flores d'Arcais, ma – purtroppo per loro – ha ancora il diritto di voto. 
La caccia all'immigrato, gli episodi di apartheid cui si assiste abbastanza di frequente, non sono dovuti al razzismo degli italiani, ma all'invasione dell'Italia. E chi l'ha accettata, promossa, foraggiata? La risposta è nei fatti e nei tanti “Sì, ma...” dei professorini dei miei stivali e di gente che nemmeno sa che cosa sia il lavoro, eppure lo governa da un ministero. 
Quale sarà la prossima tappa per far pagare a quegli italiani che pagano tutto e sempre (una minoranza) il mantenimento della maggioranza che paga pochissimo o non paga affatto, ma reclama comunque? Un aumento dell'Iva, come si vocifera? Una patrimoniale su chi ha commesso il “reato” di comprarsi una casa? Altre ipotesi in corso di studio. Gli stipendi sono già ai minimi, le pensioni calano, le banche prestano soldi solo a chi già li ha. 
E dire che le persone di buon senso non mancano. C'è Giorgia Meloni che suggerisce a Macron di stipendiare lui il suo lacché Fazio; c'è chi, in Libia, sa benissimo che la giostra dei barconi in partenza per l'Italia va fermata prima che si scateni un'altra piaga biblica; ci sono immigrati integrati da anni, e che lavorano, i quali sono i più accaniti nel pretendere uno stop agli sbarchi. Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori? Guerra tra poveri? E' molto probabile, ma chi ha portato a questa deriva? Chi ha accettato tutti per farli italiani e prendersene i voti in sostituzione di quelli perduti? 
C'è un giovane marocchino già deputato del PD (Partito Demente), il quale deve avere fatto una cura di fosforo per uscire dalla morta gora del conformismo intellettuale. Tradotto: ragiona con la propria testa. 
Ha 35 anni, tre figli e si chiama Khalid Chaouki. Tempo addietro, da parlamentare, bazzicava spesso in tivù e un Matteo Salvini non ancora ministro si divertiva un mondo a trattarlo da zimbello. Un errore, comunque un gesto maleducato, fomentato dagli sproloqui ideologici di allora del giovane avversario. 
Oggi Chaouki presiede la grande moschea di Roma e sapete che cosa ha fatto? Ha invitato Salvini a discutere di estremismo islamico e ha detto che i musulmani a modo chiedono ordine, sicurezza e fine degli sbarchi. 
Avete letto bene: sembrano le aspirazioni di un esercito di italiani e di elettori migrati dalla sinistra finta a quella vera, dai piacevoli conversari nei salotti delle madamine al tirare la carretta nelle fabbriche, nelle officine, negli uffici, nelle case di chi non ne può più di pagare, resistere, e aspettare sempre il peggio. 
Ha aggiunto il giovane musulmano che su temi come la famiglia i suoi correligionari sono più tradizionalisti di molti italiani e che se la tradizione sconfina spesso nella sopraffazione le donne islamiche dovrebbero ribellarsi e chiamare un numero verde che vorrebbe istituire. «Gli immigrati sono i primi che non vogliono una immigrazione di massa irregolare e in Italia non esiste nessun allarme razzismo», ha concluso. 
Fossi in Salvini andrei a fare una chiacchierata con Chaouki e me lo farei amico, non costa niente. Allora la deriva degli incapaci (Cinque Stelle) andrebbe di pari passo con quelle dei defunti: i berlusconiani ancora aggrappati a un progetto, e soprattutto a un uomo, che quando scese in politica aveva ormai sessant'anni, e i piddini di Zingaretti che per rilanciarsi puntano tutto su un europeismo sfrenato. Hanno proprio capito come gira il mondo. 
La Meloni, che non è stragnocca (non è richiesto), ma nemmeno vi si atteggia come la Carfagna, la Bernini, la Morani, la Picierno e altre soubrette azzurre o rosse, ha lanciato l'idea di una raccolta di firme contro il reddito di cittadinanza. Ho già la biro in mano, come una trentina di milioni di italiani, come i Chaouki che non sono dei ciuchi, come chi lavora da sempre quindi non è Di Maio, come chi ha versato contributi previdenziali per decenni e se li vede succhiare da un Inps che fa l'assistente sociale, come chi ha un gruzzolo messo onestamente da parte e non ci sta a farselo taglieggiare. Perché? 
Perché è cattivo, mettiamola così, le altre risposte Lor Signori non le capirebbero. E la beneficenza si fa in silenzio, al contrario delle patrimoniali, dei ridicoli proclami sulla sconfitta della povertà, dei prelievi forzosi, dei redditi di cittadinanza, degli Ius Soli: delle cialtronate, insomma, che hanno consegnato l'Italia ai “Cattivi”.

(riproduzione riservata)