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In giro per l’Italia (con la fantasia) alla scoperta dei tanti riti popolari legati alla Quaresima


17/02/2021

di Valentina Zirpoli


La Quaresima è una delle ricorrenze che la Chiesa cattolica e altre chiese cristiane celebrano lungo l'anno liturgico. È un periodo di circa quaranta giorni che precede la celebrazione della Pasqua. Secondo il rito romano inizia il Mercoledì delle Ceneri e si conclude il Giovedì santo. 
Sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. È un cammino che prepara alla celebrazione della Pasqua, che è il culmine delle festività cristiane. Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. 
In Italia la Quaresima viene genericamente raffigurata con il fantoccio di una megera, detto “la Vecchia”, vestito di nero, ornato di collane di frutta secca (in taluni casi nelle mani stringe lana e fuso come simbolo dello scorrere della vita fino alla morte) ed esposto in piazza, sulle finestre delle case oppure trasportato da un carro nelle vie della città e che ha ispirato sin dal medioevo versi poetici. In molti casi a questi fantocci viene appiccato il fuoco, come eliminazione metaforica della povertà o come atto purificatorio e propiziatorio per i buoni raccolti della nuova stagione. Vediamo dunque di scoprire quali sono i principali riti popolari della Quaresima in Italia.

La Segavecchia di Forlimpopoli


La Segavecchia è la festa più antica della città di Forlimpopoli, cittadina romagnola in provincia di Forlì Cesena. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, tra mito e leggenda. 
Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Anche se alcuni documenti ne attestano l’esistenza già nel XIV secolo, le sue radici sembrano ancora più antiche e sarebbero da ricercare negli antichi riti celtici della vita-morte-vita e nelle feste del mondo rurale. 
La leggenda narra che una giovane sposa, trovandosi gravida in tempo di Quaresima, presa da gran voglia di un "salsicciotto bolognese", e tanta era questa voglia, se lo trangugiò ancora crudo tutto intero. Un peccato grave per il quale sarebbe stata condannata a morte, segata a metà. Si dice che la giovane, per non farsi riconoscere durante il suo passaggio per le vie del paese, si sia camuffata da anziana, "vecchia" per l'appunto, sporcandosi il viso di fango, stracciandosi i vestiti e ricoprendosi di stracci, e coprendosi il capo con un fazzoletto. 
Giunta al patibolo i "boia" l'aspettavano brandendo un enorme sega da boscaioli, strumento con il quale le fu inflitta la terribile punizione. 
Secondo una visione antropologica, la festa della Segavecchia si lega ai riti legati alla fertilità della terra secondo il ciclo di vita - morte - vita. La Vecchia segata rappresenterebbe, infatti, la fine dell'inverno e il ritorno della primavera, carica di frutti e doni per gli uomini. 
Nessuno sa dire quale sia stata la prima edizione di una delle feste più antiche della Romagna. 
Oggi la Vecchia è rappresentata da un enorme fantoccio alto fino a cinque metri che, sotto i tratti tradizionali di una anziana donna curva e grinzosa, personifica la Quaresima e le privazioni che originariamente la caratterizzavano. 
La Segavecchia percorre le strade della città su di un carro, seguita da un corteo di altri carri allegorici e di maschere che l’accompagnano al patibolo. Prima di essere giustiziata, le viene letto un atto di accusa da una voce fuoricampo in prosa aulica e goliardica. La sentenza di morte ricorda anno dopo anno il grave peccato da lei commesso in periodo quaresimale. L’enorme fantoccio di cartapesta viene poi segato da due boia incappucciati che impugnano un’enorme sega a quattro mani, simulando gran fatica. Al termine del rito, la testa e il busto della Vecchia si rovesciano all'indietro e dal corpo squarciato a metà esce una cascata di dolciumi e giocattoli per la felicità di tutti i bambini accorsi ad assistere all'antico rituale.

La Coraesema di Pignattaro Maggiore


Nel periodo quaresimale, ai balconi e alle finestre delle abitazioni e lungo le strade del piccolo centro storico di Pignattaro Maggiore, cittadina in provincia di Caserta, è possibile ammirare le “pupate”, bambole con le sembianze di una vecchia pacchianamente vestita di nero (in segno di lutto per la morte di Carnevale). 
Da sotto l’ampia gonna le fuoriescono sette lunghe penne di gallina, conficcate in una patata, fissata tra le gambe. Le Penne sono da sfilare una per settimana, fino a Pasqua: l’ultima, il sabato santo quando si svolge in chiesa il rito della "Gloria" e, sull’altare, viene scoperta la statua del Cristo trionfante, nascosta da un sipario, e si sciolgono le campane, rimaste mute e legate nei giorni della Passione, facendole suonare a festa. A quel punto si distrugge anche il fantoccio, con lo scoppio di un piccolo petardo nascosto nell'imbottitura. 
Ai piedi della Coraesema vengono sospese anche alcune pietanze che si possono consumare durante quel periodo: il baccalà, l’aringa, il peperoncino, la cipolla, l’aglio, una bottiglietta d’olio e una di aceto, e frutta secca (frutto di carrubo, noccioline castagne e fichi secchi). 
Il mercoledì delle ceneri, la Coraesema viene appesa ad una corda, sospesa al centro della strada, e resta lì fino a mezzogiorno del Sabato Santo. 
La Coraesema, ovvero il tradizionale rituale del periodo quaresimale, si celebra ancora oggi in molti comuni del casertano, come Caiazzo, Calvi Risorta, Marcianise e Sessa Aurunca. 
La Coraesema affonda le sue radici in un passato antichissimo che deriva con tutta probabilità dal mito pagano greco delle tre Parche.


Le tre Parche, di Bernardo Strozzi

La Quaresima tra Basilicata, Puglia e Calabria

Sulla scia delle “pupattole” della Coraesema casertana, a Irsina (Matera) si espongono sette bambole vestite di nero come sette sorelle orfane e ogni domenica ne sparisce una. 
La Caremma è un fantoccio tipico del costume popolare salentino. Secondo alcuni ricercatori questa tradizione troverebbe origine nei romani «oscilla», ricordati da Virgilio nelle Georgiche, secondo il quale, in ricorrenza delle feste in onore di Libero (le Liberalia) o di Bacco, i pagani appendevano agli alberi figurine di cera, le quali, dondolando al vento, propiziavano il dio a concedere prosperità alle vigne. Altri collegano la figura, che nella mano destra regge un filo di lana con un fuso, con la Moira, una delle tre Parche predisposta a filare il destino degli uomini, mentre nella mano sinistra sorregge un’arancia amara (marangia), costellata da sette penne di gallina, tante quante sono le domeniche mancanti dalla Quaresima alla Pasqua. Alla fine di ogni settimana viene tolta una penna, come liberazione collettiva dalle mortificazioni fisiche e spirituali. A Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, la Caremma assume il nome di Quarantana ed il giorno di Pasqua, dopo il passaggio della processione di Cristo risorto, il fantoccio viene inghiottito dalle fiamme.


In Calabria protagoniste della Quaresima sono le Corajisime, bambole di pezza vestite di nero e di bianco, che portano nella parte bassa un limone (in alcune aree anche una patata, un limoncello o un'arancia selvatica) intorno al quale si inseriscono circolarmente sette penne di gallina, sei bianche ed una nera o colorata. Il tubero o il frutto hanno un chiaro riferimento all’anatomia femminile e le sette penne rappresentano l’indicazione del periodo di interdizione temporanea ai contatti fisici, la quarantena.


Esiste inoltre un periodo di mezza quaresima, chiamato "sega la vecchia". Anche questo affonda le sue radici in un passato di miti e leggende e rappresenta l’enfatizzazione del male e la punizione per raggiungere la redenzione. 
Sino agli anni ‘50 questo rito era particolarmente diffuso in Toscana, Emilia-Romagna e Umbria, dove veniva rappresentato utilizzando un antico canovaccio farsesco. 
Uccidere la vecchia vuol dire abbattere la quercia, ovvero interrompere il processo di invecchiamento della natura. 
Alla fine della commedia la vecchia risorge grazie alle lacrime di un pezzente che rappresenta il suo sposo. Sotto le sue sembianze sopravvive un antico culto della vegetazione, e infatti la sua resurrezione apre la strada alla nuova primavera.

Fonti: 
https://www.reteitalianaculturapopolare.org/

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