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Israele all'Unione europea: non si volti dall'altra parte, la pace vale più degli affari

Secondo Yossi Bar, in caso di successo alle elezioni di maggio, i rappresentanti dei sovranisti e nazionalisti potrebbero coalizzarsi per indebolire gli organismi comunitari: dimostrandosi tiepidi o indifferenti verso la crisi del Medio oriente, ma disponibili ad assecondare i disegni egemonici cinesi


01/03/2019

di Giambattista Pepi


Yossi Bar

L’Europa corre davvero il rischio di tornare indietro. I movimenti nazionalistici e populistici stanno crescendo ovunque e se vincessero le elezioni europee di maggio potrebbero coalizzarsi e tentare di ridurre i poteri degli organismi comunitari a vantaggio degli Stati membri dove sono al potere (come in Italia) o potranno andarci in futuro. Senza unità e forza è utopistico - almeno in questa stagione così travagliata per l’Europa - pensare che Israele (al netto della questione mediorientale, rispetto alla quale ha avuto un atteggiamento ambiguo e contraddittorio) possa entrare a far parte come Stato membro dell’Unione europea. 
È questo il pensiero del giornalista Yossi Bar, già corrispondente di Yediot Aharonot (in ebraico a Ultime notizie), uno tra i quotidiani più venduti in Israele con sede a Tel Aviv, e oggi della Kan, la Radio e TV pubblica di Gerusalemme. Che in questa intervista a Economia Italiana.it esprime il proprio punto di vista sull’Europa e sulle relazioni economiche e politiche con Israele rispetto al processo di pace in Medio oriente.

Le relazioni diplomatiche e i legami economici e culturali tra Israele e l’Unione europea avviate fin dal lontano 1959 sono solide, mentre sul piano politico restano distanti le posizioni sulla crisi in Medio oriente. Perché? 
Non è una domanda facile. Ovviamente la politica israeliana si scontra con quella europea. Noi abbiamo una politica di difesa molto accentuata attraverso la quale cerchiamo di difenderci dai “nemici” che ci circondano. Da coloro che si adoperano con la propaganda e gli attentati per cacciarci via dalla Palestina. Purtroppo una buona parte della classe politica europea fa fatica a immedesimarsi nella nostra critica condizione di Paese la cui pace e il cui sviluppo sono costantemente minacciati dalle organizzazioni terroristiche palestinesi. A parola è solidale con noi, ma nei fatti è molto distante. Quando servirebbe - per i profondi legami culturali, religiosi, commerciali, che ci uniscono - la sua iniziativa per aiutarci a rilanciare il processo di pace nel Medio oriente, che le frange oltranziste non vogliono, l’Europa si volta dall’altra parte.

Interscambio economico, tecnologico, collaborazione in ambito scientifico: la cooperazione ha dato frutti a entrambi.  Ma resta sullo sfondo la questione palestinese e della sicurezza dello Stato di Israele. Lo si è visto di recente quando il presidente americano Trump ha deciso di trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme, riconoscendola come capitale di Israele: l’Ue e quasi tutti gli Stati europei hanno contestato questa scelta. 
C’è una grande ipocrisia tra gli Stati europei perché fino a quando si tratta di affari non ci sono problemi, sono sempre in prima linea per concluderli, ma non appena si affronta la questione del Medio oriente, del processo di pace che non va avanti, del diritto del nostro Paese a difendersi, cominciano i distinguo, gli atteggiamenti pilateschi, le ambiguità sottili di comodo. Mi domando allora se la politica della Cina va bene, se gli Stati europei liberaldemocratici ritengono giusto e opportuno fare affari con un regime dittatoriale che si ispira ancora al comunismo, dove i diritti umani sono violati impunemente, le minoranze sono represse, i dissidenti perseguitati, e così via. Nessuno protesta perché la Cina, si sa, è una potenza economica e militare, invece Israele è un Paese piccolo…

Certo che anche Israele ci mette del suo per non farsi apprezzare. Sul terreno militare tra voi e i palestinesi non c’è partita. Li avete confinati in ghetti, avete elevato muri e barriere artificiali per separare i territori di Gaza e della West Bank da quello israeliano. Negli anni scorsi sono stati autorizzati e, in parte, realizzati nuove colonie in Cisgiordania dove dovrebbe costituirsi il futuro Stato palestinese. 
È vero. La politica israeliana con il governo attuale e con altri del passato non è stata tenera nei confronti dei palestinesi. Una porzione dei territori è stata occupata, però la politica europea nei nostri confronti è ambigua. Israele ha il diritto di difendersi dagli attentati terroristici, dal lancio di razzi sulle colonie, dalle incursioni violente nel nostro territorio, dalle minacce di volerci distruggere a qualsiasi costo: è una vita difficile la nostra. È da decenni che dobbiamo difendere con le armi il diritto ad esistere da chi vuole la tua morte e pensa solo a cacciarti dalla tua terra.

Se voi e i palestinesi non fate la pace, perché allora incolpate i popoli e gli Stati europei? Dove avrebbe mancato l’Ue? 
Non ha colpe specifiche, ma è defilata rispetto al processo di pace. Gli Stati Uniti sono stati più coinvolti, l’Europa con le Istituzioni comunitarie e i singoli Stati molto di meno: sono rimasti ai margini, mentre avrebbero potuto svolgere un ruolo maggiore con una iniziativa più incisiva. A parole tutti dicono di volere la pace, ma quando bisogna fare un passo coraggioso, ebrei e palestinesi ci ripensano, oppure c’è un evento, ad esempio un attentato, che crea nuovamente uno stato di tensione, di paura, di pericolo. Ma è proprio in questi momenti che organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite o entità come l’Unione europea potrebbero aiutarci a trovare un’intesa. Invece non lo fanno, o non lo hanno fatto abbastanza. E così la pace si allontana.

Il reticolato strategico nel quale Bruxelles si trova ad agire da tre anni a questa parte - crisi migratoria, crisi ucraina e sfaldamento dell’unità interna - potrebbe servire ad avvicinare i due attori sul piano politico? 
No. A mio avviso no. Solo un’Europa unita e forte potrebbe avvicinarli; un’Europa debole affronta anzitutto i problemi al suo interno, trascurando ciò che avviene in altre regioni o Paesi del mondo. Succede anche all’Italia o in nazioni anche più grandi come la Germania che si dedicano essenzialmente ai problemi interni, si preoccupano meno degli affari esteri.

Secondo alcuni osservatori, l’Europa sarebbe cresciuta troppo e molto in fretta. E ci sarebbero al suo interno diverse visioni della direzione verso cui deve muoversi il progetto europeo. I Paesi mediterranei hanno interessi confliggenti con quelli del Nord Europa, così come quelli dell’Europa orientale. Cosa pensa del progetto europeo? 
Il progetto europeo ha corso troppo. Più che ad allargarsi, ad esempio a Sud e a Est, avrebbe dovuto accettare di restare ridimensionato concentrandosi sul rafforzamento delle Istituzioni comunitarie, accrescendone la coesione sociale ed economica al suo interno, dotarsi di una politica economica, di difesa ed estera comuni. L’allargamento ha comportato inevitabilmente tensioni e frizioni. Si pensi agli Stati dell’Europa orientale: dopo che per alcuni decenni hanno avuto regimi dittatoriali e godevano di una sovranità limitata essendo sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, sono tornati nell’alveo delle democrazie e si trovano nuovamente ingabbiati. In passato erano soggiogati dal totalitarismo dell’Urss, oggi sono limitati nell’esercizio della loro sovranità dalle regole dei Trattati Ue. I governi di questi paesi hanno manifestato insofferenza e irritazione nel dover sottostare a regole troppo vincolanti: si pensi al monitoraggio dei conti pubblici, al rispetto dei rapporti deficit-pil, debito-pil, e così via. 
Lo stesso, per altri versi, è avvenuto con gli Stati periferici del Sud Europa: Cipro, Grecia, Italia. Ci sono spaccature e divisioni in questo momento che non è facile superare. Ogni Stato sembra andare per la sua strada. Lo si è visto con la politica sull’immigrazione, nella condivisione di una politica estera comune e delle sanzioni contro la Russia sulla questione dell’Ucraina e l’abbiamo visto di recente nel viaggio compiuto in Europa dal presidente della Repubblica Popolare Cinese, XiJinping. Prima lo ha accolto l’Italia da sola, senza coordinarsi con gli altri Stati membri dell’Ue, poi lo ha accolto la Francia, con i rappresentanti delle istituzioni comunitarie (Parlamento e Commissione europea) defilati ed emarginati. Questo fa vedere e capire chiaramente che l’Ue viene dopo gli Stati membri e questo rende evidente la sua debolezza.

Tra due mesi si svolgeranno le elezioni europee. L’eventuale vittoria dei Partiti nazionalistici e populistici potrebbe portare l’Europa a rinchiudersi in se stessa, svuotando le prerogative delle istituzioni comunitarie a vantaggio della sovranità degli Stati membri e quindi bloccare il processo di allargamento? 
Penso di sì. È una possibilità concreta.  I movimenti e i partiti sovranistici e populistici stanno crescendo ovunque perché si nutrono delle divisioni, delle incongruenze, delle contraddizioni e dei paradossi di un’Europa che privilegia le visioni degli Stati membri, specie di quelli più forti, a discapito degli organismi comunitari e del processo di avanzamento del progetto europeo.  Non vede un’apertura verso i paesi più deboli che hanno più bisogno di aiuto. L’Europa, dopo le elezioni, potrebbe rinchiudersi in sé stessa e non è un passo in avanti. Al contrario: forse sta tornando al passato remoto.

L'idea di portare Israele nell’Ue ha 40 anni. I primi ad avanzare la proposta furono i Radicali alla fine degli anni ’80 attraverso una campagna lanciata sui media israeliani e incontri con le principali personalità del Paese. Quali i vantaggi e i rischi di questa prospettiva? 
La prospettiva più grande è quella economica. Però permanendo divergenza di vedute in politica estera tra Israele e gli Stati europei su come affrontare la questione del Medio oriente non costituisce certamente un fattore a favore dell’integrazione dello Stato ebraico nell’Ue. È vero che se n’è parlato molto in passato, ma non vedo oggi come Israele possa diventare uno Stato membro dell’Unione europea. Tutto questo nonostante i rapporti diplomatici, commerciali e culturali con gli Stati europei siano abbastanza buoni. È un peccato, secondo me, che l’Europa non riesca ad esprimere una posizione comune sulla necessità di riprendere e portare a compimento il processo di pace in Medio oriente. Questa crisi è aperta da troppo tempo e un’area in subbuglio costituisce una causa di instabilità che non fa bene a nessuno: né a noi e ai palestinesi, né all’Europa e nemmeno al mondo intero.

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