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Kay Scarpetta e i preoccupanti segreti della nipote Lucy

Con Cuore depravato Patricia Cornwell festeggia i 25 anni del suo più riuscito personaggio. Gli altri consigli? Per Posteguillo, Patterson, Marc Raabe e Catozzi


14/12/2015

di Mauro Castelli


Di Patricia Cornwell, la scrittrice statunitense tradotta in 36 lingue e pubblicata in 120 Paesi (con un venduto superiore ai cento milioni di libri), si può dire di tutto e di più. Ma non che non abbia il dono del saper raccontare incantando il lettore (d’altra parte buon sangue non mente, in quanto discendente di Harriet Beecher Stowe, l'autrice de La capanna dello zio Tom) e anche di risultare quanto mai abile nell’imbastire storie che, pur imparentate fra loro, risultano sempre diverse e fresche d’innovazione. Lei che riesce a dare voce a personaggi di peso, come l’icona della narrativa di settore Kay Scarpetta (un personaggio, ispirato alla coroner di origini italiane Marcella Fierro, giunto al suo venticinquesimo anno di… vita), in abbinata a un ben riuscito corollario di comprimari (come il burbero capitano della polizia di Richmond, Pete Marino); lei che si propone estremamente abile nell’infilare le parole una dietro l’altra con la continuità delle perle in una collana, ma anche di giocare a rimpiattino fra segreti e misteri, peraltro lastricando le sue trame di credibili verità che spesso tali non sono. E così anche nel suo ventitreesimo appuntamento “scarpettiano”, Cuore depravato (Mondadori, pagg. 404, euro 22,00, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani), nel quale troviamo la dottoressa Kay impegnata in una indagine molto personale. Quella che la vede alle prese con gli oscuri misteri legati al passato dell’adorata nipote Lucy: un personaggio, quest’ultimo, fatto esordire dalla Cornwell in Postmortem all’età di dieci anni e quindi “allevata” nel tempo. Così strada facendo eccola farsi onore al MIT, per poi essere reclutata nell’FBI come analista tecnica e quindi come membro dell’Unità liberazione ostaggi. Tuttavia, a seguito di uno scandalo legato a una sua relazione con un’altra agente (che si rivelerà un’assassina), Lucy è costretta a rassegnare le dimissioni. Da qui l’arruolamento nell’ATF, un’agenzia governativa che si occupa di incendi e contraffazione. Che altro? Una donna dagli splendidi occhi verdi e dal cervello sopraffino, ma anche dal carattere difficile e ribelle. Detto della nipote, spazio alla zia. Kay è a sua volta una bella bionda dagli occhi azzurri, alta poco più di un metro e sessanta, fascinosa e ben dotata, volubile e seduttiva, che ama vestir bene e rilassarsi cucinando, che è sposata con Benton Wesley, capo dell'Unità di scienze comportamentali nonché esperto nel delineare i profili psicologici di pericolosi serial killer. Una protagonista razionale e accattivante - come ha avuto modo di raccontare la stessa autrice - frutto del caso: «Nei miei primi tre libri Kay aveva soltanto una presenza marginale. Risultato? Tutti e tre i romanzi furono respinti al mittente. Cercai quindi di capire cosa non andasse nel mio modo di scrivere. Così un editor mi confessò che a non funzionare era il protagonista maschile, mentre per contro risultava intrigante quella figura femminile che agiva nelle retrovie. Così rimisi mano alla penna e…». Debuttò pertanto l’intrigante figura di medico legale che conosciamo e che ha conquistato la simpatia di milioni di lettori, molti dei quali hanno contestato il tentativo della Cornwell di imporre altre protagoniste, seppure a loro volta ben caratterizzate, come Judy Hammer e Andy Brazil. Tornando al dunque, Cuore depravato è imbastito su una trama ricca di colpi di scena, di una tensione che si sviluppa pagina dopo pagina, di figure che coinvolgono; un canovaccio che inizialmente si nutre di un messaggio arrivato sul cellulare di Kay, inviato dal numero di emergenza della nipote, che contiene uno strano filmato dove appare Lucy vent’anni prima, ma matura come nel presente, ripresa da un apparecchio di sorveglianza. Da qui i primi interrogativi: com’è possibile un simile salto temporale? Quanto c’è ci vero nei terribili segreti che le vengono svelati? Ma allora l’adorata “figlioccia” da lei allevata non è poi così adorabile come aveva sempre creduto? E, in ogni caso, perché qualcuno vuole farglielo sapere? Di fatto i risvolti personali si moltiplicheranno e la nostra anatomopatologa si ritroverà al centro di un vero e proprio incubo, via via contaminato da oscuri e inaspettati segreti. Sì, perché al primo video ne seguiranno altri, portatori di pericolose implicazioni legali. Insomma, Kay, preoccupata e confusa, è finita in un bel guaio e non sa con chi confidarsi. Né con il marito, né con Pete e né tantomeno con Lucy (a sua volta alle prese con “grane” federali). Di fatto un piano diabolico - a fronte della spettrale apparizione dal passato di un acerrimo nemico - che sembra coinvolgere tutte le persone che stanno a cuore alla nostra Kay, proprio mentre è alle prese con la bizzarra morte della figlia di una ricca e famosa produttrice di Hollywood. Insomma, molta carne al fuoco che, come al solito, l’autrice saprà cucinare al meglio. Il tutto a fronte, more solito, della consueta leggibilità. Detto del romanzo e dei suoi protagonisti, spazio ora alle note sull’autrice. Patricia Cornwell, all’anagrafe Patricia Daniels, è nata a Miami il 9 giugno 1956 e si propone come una donna fuori dalle righe e dalle… rughe (botulino, verrebbe da pensare), peraltro segnata da un’infanzia difficile legata a problemi di anoressia nervosa e depressiva, oltre che da disturbi bipolari; una numero uno che, nonostante le sue note inclinazioni sessuali, è stata sposata per nove anni con il docente universitario Charles Cornwell, dal quale ha mutuato il cognome; che si è trovata a far di conto con una relazione clandestina finita in tribunale (la sua compagna, un’agente dell’FBI, aveva infatti rischiato la vita per mano del marito che aveva scoperto la tresca); che non ha mai rinnegato i dodici anni spesi al servizio saltuario della carta stampata, in abbinata al ruolo di analista informatico presso l'ufficio di Medicina Legale della Virginia; che, nonostante sia diventata ricchissima, non manca di gestire oculatamente i propri averi, la qual cosa l’ha portata nel febbraio 2013 a incassare un risarcimento di quasi 51 milioni di dollari per la scorretta gestione del suo patrimonio; che comunque sa dimostrarsi generosa, sostenendo la ricerca psichiatrica del McLean Hospital’s National Council. E ancora: un’autrice che ricorda con affetto le difficoltà incontrate per arrivare in libreria, con tre romanzi respinti al mittente prima che, nel 1990, Postmortem (vincitore, caso più unico che raro, di ben cinque premi prestigiosi) le regalasse fama internazionale; una protagonista dai molti interessi, che risulta tra i fondatori del Virginia Institute of Forensic Science and Medicine e della National Forensic Academy, oltre che membro di altre importanti istituzioni; che nel 2008, con Il libro dei morti, ha conseguito il Galaxy British Book Award per la sezione Crime Thriller e via dicendo. Lei che oggi vive a Boston, dopo il suo noto pendolarismo fra New York e la Florida.
A questo punto un malloppone di 986 pagine che si legge però che è un piacere, intrigando e non stancando mai: ovvero Invicta Legio (Piemme, euro 25,00, traduzione di Claudia Acher Marinelli e Adele Ricciotti), un romanzo storico di indubbia qualità firmato dallo spagnolo Santiago Posteguillo (è nato a Valencia nel 1967 e ha già venduto oltre un milione di copie solo nel suo Paese), filologo e linguista, nonché docente di Letteratura inglese presso l’università Jaume I di Castellón de la Plana, centro all’avanguardia nelle tecnologie dell’informazione. Per la cronaca, il “nostro” ha studiato scrittura creativa presso l’ateneo di Denison, a Granville nell’Ohio, nonché linguistica e traduzione in Gran Bretagna. Lui che durante l’adolescenza aveva coltivato un certo interesse per la narrativa thriller, salvo rimanere poi folgorato dalla storia dell’antica Roma dopo aver visitato, quand’era ancora un soldo di cacio, la capitale italiana. Invicta Legio (che tradotto dal latino significa Legione imbattuta, un corpo militare generalmente composto da 4-6.000 uomini), si propone come il secondo romanzo della trilogia su Publio Cornelio Scipione, cominciata con L’Africano, il generale romano che sconfisse Annibale nella battaglia di Zama. La seconda parte di questa trilogia si rapporta appunto con la citata Invicta Legio («Annibale è alle porte, la capitale dell’Impero è in ginocchio, un solo uomo può salvarla»), mentre il terzo appuntamento, già dato alle stampa in Spagna, si intitola La traición de Roma (Il tradimento di Roma). Nel 2011 Posteguillo ha inoltre iniziato a dare alle stampe un nuovo “trittico” dedicato a Traiano, il cui primo episodio - L’Ispanico - è già stato edito da Piemme due anni fa. Un filone (il secondo volume è già sugli scaffali spagnoli, mentre il terzo è previsto in uscita per la prossima primavera) che a sua volta si nutre di battaglie, congiure, corruzione, false accuse e problemi di cuore, ma anche della storica conquista romana della Dacia nonché della costruzione del ponte più lungo del mondo antico. Ma torniamo a Publio Cornelio Scipione. «A lui - in un momento terribile per la Repubblica - spetterà il compito di rimettere la Storia sulla retta via e proteggere Roma dalla minaccia più grande: quella di Cartagine. Ma i nemici si annidano anche nella capitale, dove il senatore Quinto Fabio Massimo, agendo d’astuzia, convince Scipione ad accettare una missione apparentemente senza speranza»: quella cioè di guidare in Sicilia la V e la VI legione, definite “maledette”, contro Asdrubale Barca, fratello di Annibale. In realtà, in questo modo, Quinto Fabio Massimo pensa di potersi disfare del rivale. Ma il giovane Scipione ha più di una freccia nel suo arco, trasformando «una disfatta apparentemente certa - grazie al suo entusiasmo e alla sua abilità - nell’inizio di un trionfo senza pari». Che altro dire di questo romanzone? Che ci troviamo di fronte a un secondo appuntamento con la storia da non perdere, figlio peraltro di una saga straordinaria, che fa rivivere con raffinata maestria le gesta dei grandi condottieri del passato. Alla stregua di Valerio Massimo Manfredi, tanto per ricordare un’accattivante penna nostrana.
Altro scrittore che intriga come pochi (bastano, a sottolinearlo, 305 milioni di copie vendute in chissà quanti Paesi?) è James Patterson, che torna in pista in Italia - a fronte di un lavoro del 2012 - con il suo editore di riferimento (Longanesi) e il suo personaggio più riuscito, il cui nome tiene banco nel titolo all’insegna dell’ironia: Buone feste, Alex Cross (pagg. 260, euro 16,40, traduzione di Valentina Guani). Si tratta di un profiler di origine afro-americana, nonché psicologo ed ex agente dell’FBI, che ora lavora a Washington e che in carriera ha catturato i criminali più spietati. Un protagonista che si nutre di razionalità e buon senso, ma anche cinico quanto basta («Nel mio mestiere non è facile mantenere una visione positiva e idealistica del mondo»), il quale ha sinora retto le indagini in ventidue inchieste, con un debutto che risale al 1992 in Ricorda Maggie Rose. In quello cioè che fu anche il primo romanzo in assoluto firmato da Patterson, nato a Newburgh, negli Stati Uniti, il 22 marzo 1947. Il quale Patterson, da allora in poi, si sarebbe proposto come un fiume in piena all’insegna di canovacci che catturano per il loro ritmo narrativo, supportati da continui colpi di scena. Sta di fatto che dalla sua sbrigliata fantasia sarebbero sbocciati, fra l’altro, anche i quattordici lavori che si ricollegano al filone delle Donne del Club Omicidi, gli otto che fanno parte della serie Maximum Ride, i sette di quella di Michael Bennet e i cinque relativi a Daniel X. Senza dimenticare quaranta e passa romanzi di diversa estrazione, per non parlare di chissà quanti saggi, adattamenti e graphic novels. Insomma, una produzione infinita, fatta in diversi casi (come i dieci libri che fanno parte della serie Private) di lavori scritti a quattro mani con altri colleghi, a partire da quello che considera il suo “partner” ideale, ovvero Maxine Paetro. Il tutto supportato da una buona dose di vanità, che lo porta a curare molto l’aspetto, oltre che ad apparire - nella parte di se stesso - in un cameo della serie televisiva Castle, dove gioca a poker con il protagonista di questa fiction (interpretato da Nathan Fillion) e il produttore Stephen J. Cannell. Un vezzo peraltro molto americano. Ma torniamo al dunque. Come da titolo, è il 24 dicembre in quel di Washington, una città alle prese con i festeggiamenti e con la neve. «Dicono che porti bene se nevica la vigilia di Natale, ma io non ci credo…», tiene a precisare Alex Cross, che si racconta in prima persona. E guarda caso ha ragione. Succede infatti - dopo aver catturato, insieme all’amico detective John Sampson, un mariuolo incallito che, sotto l’effetto della droga, cercava di rubare le elemosine in chiesa - che rientri a casa intenzionato a passare una tranquilla serata in famiglia. Una famiglia gestita da Nana, l’energica nonna amatissima sia dal nipote che dai bisnipoti. «Il Male però, purtroppo, non santifica le feste e Cross riceve una chiamata urgente mentre sta ultimando di decorare l’albero. Un noto avvocato ha infatti sequestrato, minacciando un massacro, l’ex moglie, i loro tre figli e il nuovo marito della donna. L’uomo, chiaramente sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, è sconvolto e vaneggia. Solo l’abilità di mediatore di Cross potrà risolvere, forse, una situazione potenzialmente disperata, cercando di capire, prima di tutto, che cosa ha spinto l’uomo a un gesto così estremo. Profondamente combattuto tra l’insopprimibile - e sacrosanto - desiderio di dedicarsi ai suoi cari e un fortissimo senso del dovere, Cross si reca pertanto sul luogo del sequestro». Purtroppo questa strage sventata sarà la prima di una serie di fattacci che segneranno brutalmente la sua lunga notte di Natale…
Voltiamo libro. Nuovo colpo vincente per il tedesco Marc Raabe, e siamo a quota tre, da non confondere con la connazionale Melanie Raabe, una giornalista e blogger con l’hobby della narrativa (testi teatrali, racconti e un romanzo). Marc è infatti un dirigente-imprenditore nato a Colonia nel 1968, città dove tuttora vive e lavora - dopo aver trascorso l’infanzia nel vicino paese di Erftstadt - come amministratore delegato (nonché socio, editor, graphic designer e altro ancora) in una ditta di produzioni televisive e cinematografiche. Una passione, quella per lo schermo, di vecchia data. «Avevo quindici anni - tiene infatti a ricordare - quando con un amico ci mettemmo nel seminterrato di casa a girare delle scene di improbabili film con una Super-8. Ci sentivamo come Steven Spielberg e George Lucas. Insomma, ci provavamo. Poi a vent’anni decidemmo, dopo aver chiesto un prestito, di lasciare il seminterrato e affittare un ufficio a Colonia per aprire una casa cinematografica…». E il Raabe scrittore come è nato? «La passione per la lettura, seguita a ruota da quella per la scrittura, è a sua volta di vecchia data. Ricordo che da piccolo leggevo sotto le coperte, lasciando un fagiolo in gelatina come segnalibro. In seguito decisi di scrivere un romanzo, affascinato dalle angolature in chiaroscuro che mi colpirono durante una visita a Praga. Puntai quindi su una storia lunga 500 pagine, ma arrivato a quota 70 mollai la presa, in quanto mi resi conto che chiedevo troppo a me stesso. Soltanto molto tempo dopo, ovvero sui quarant’anni, quando mi ero già sposato, avevo avuto due figli e possedevo un cane, mi dissi: Guarda che c’è ancora la questione aperta del libro… Fu a quel punto che mi rimisi a scrivere». Risultato? Un autore che sa trascinare il lettore nel gorgo del terrore alimentando una continua tensione; una penna quanto mai abile nel proiettare nel presente gli inferni dell’infanzia giocando a rimpiattino con il lettore, costretto a rimanere incollato alle pagine per vedere come la storia andrà a finire. Così era stato ne Il selezionatore (romanzo d’esordio dove a tenere banco è una ragazza scomparsa a fronte di un inquietante filmato sul suo smartphone ritrovato da un amico), colpo vincente bissato da Prima di uccidere (incentrato sul segreto di un bambino che diventa uomo e si trova costretto a rivangare il drammatico passato in seguito al rapimento della fidanzata da parte di uno psicopatico). Due lavori impregnati di una graffiante inquietudine, quella stessa che ora pervade Sono qui (Newton Compton, pagg. 374, euro 12,00, traduzione di Angela Ricci). In altre parole un thriller da non perdere, che sta ricalcando, ma innovandoli, i due precedenti lavori grazie alla capacità dell’autore di addentrarsi, in maniera quasi subdola, nella vita e nella psiche dei personaggi, regalando folate di terrore. In altre parole gli ingredienti giusti per fare centro nella narrativa di settore. Detto questo, briciole di storia, a fronte di una trama imbastita su un noto pediatra, Jesse Berg, che vive da separato a Berlino con l’adorata figlia Isa. Un quarantacinquenne alle prese con ricorrenti incubi notturni, che lo fanno tornare a quel tormentato passato del quale non ha mai voluto parlare con anima viva. Non bastasse, di punto in bianco, la sua ex moglie viene uccisa e la figlia rapita con uno strano messaggio al seguito: Tu non la meriti. Una palese minaccia che lascia intendere come il bersaglio di questa doppia ignominia sia proprio lui, la qual cosa lo porta a interrogarsi sul suo presente e soprattutto sul suo passato: «Perché non merita Isa? Forse per qualcosa che ha fatto prima di un terribile incidente la cui memoria emerge a sprazzi solo nei sogni, ma che sembra averlo cambiato? Tutto questo ha forse a che fare con il collegio in cui ha trascorso l’adolescenza, dove avvenivano cose che è forse meglio aver dimenticato? Un senso di colpa indefinito messo a lungo a tacere riemerge. Per trovare Isa, Jesse dovrà fare quello che non ha mai voluto: recuperare il suo passato e tornare all’istituto di Adlershof. Lì dove aveva imparato a combattere e dove aveva rischiato di morire. Perché per Isa farebbe qualsiasi cosa. Anche attraversare l’inferno per la seconda volta…». Che altro? Sono qui è un lavoro psicologicamente violento, che non manca di lasciare il segno, peraltro forte di un inquietante incipit che termina con queste parole, dure come la pietra di una tomba: Un primo cumulo di terra lo colpì sul viso, seppellendo sotto di sé il cielo e l’ultimo barlume di speranza. E se tanto mi dà tanto, decidete voi…
In chiusura di rubrica un esordiente in salsa tricolore dalle buone qualità narrative, ovvero Michele Catozzi, in libreria con Acqua morta. Un’indagine del commissario Aldani (Tea, pagg. 362, euro 14,00). «Un giallo solido e intrigante sulla scia - a detta dell’editore, che secondo logica ama tirare l’acqua al proprio mulino - dei romanzi di Andrea Camilleri, Marco Vichi e Maurizio De Giovanni». In effetti si tratta di un romanzo maturo, ben costruito (vincitore dell’edizione 2014 di Io Scrittore, il torneo che ha portato alla ribalta i nomi di Valentina D’Urbano e Ignazio Tarantino), ricco di colpi di scena, di ben congegnati incastri e di personaggi tratteggiati a dovere a fronte di una trama che si sviluppa in una stessa città, Venezia, sia pure su due diversi piani temporali. Nel primo correva l’anno 1981, quando il canovaccio ci porta a incontrare una coppietta intenta ad amoreggiare, complice la nebbia novembrina, su una panchina dei giardini dei padiglioni abbandonati della vicina Biennale, nell’isola di Sant’Elena. Ma qualcuno non sembra gradire e aggredisce i due. Risultato? Il ragazzo di appena diciassette anni - brutalmente picchiato a pugni e calci - morirà il mattino successivo in ospedale mentre la giovane ce la farà a salvarsi. Ovviamente la polizia brancola nel buio, tanto più che la ragazza è finita sotto shock e non riesce a ricordare nulla. Non essendoci testimoni, e nemmeno uno straccio di movente, il caso verrà ben presto archiviato. Molti anni dopo, e qui arriviamo ai giorni nostri, in laguna viene trovato il corpo di un uomo (Il cadavere affiorò dall’acqua morta di un canale secondario con la bassa marea. Prima la schiena, infagottata in una giacca di lino che un manto di alghe traslucide spennellavano di verde, poi la testa, liscia e splendente di capelli che aderivano ai lati, lasciando intravedere un buco nella scatola cranica). E non si tratta di un signor nessuno, ma di Mirco Albrizzi, immobiliarista molto conosciuto in città. Insomma, una vittima troppo illustre per passare inosservata. Quindi sarebbe meglio, secondo le autorità, che la faccenda finisse in fretta archiviata come suicidio. Ma il commissario Nicola Aldani, incaricato delle indagini, non ci sta, in quanto alcuni inequivocabili indizi rinvenuti sul corpo lo inducono invece a pensare a un omicidio. Un fattaccio scomodo, quindi, tanto più che a complicarlo ci si mette di mezzo il commissario Giacomo Zennari, ormai in pensione, il quale ritiene che ci possa essere un collegamento con quella storia ormai dimenticata che lui aveva seguito senza successo, vale a dire l’aggressione mortale nei giardini della Biennale. Lui che in vita sua ha sempre odiato la violenza, soprattutto quella contro gli inermi, e non si è mai dato per vinto. Il tutto sullo sfondo di una città «vivida e inconfondibile, con l’altana sul tetto dove Aldani ama rifugiarsi; la laguna davanti alle Fondamente Nove, dove il pilota del commissario fa sfrecciare il vecchio Toni, la lancia in dotazione alla Polizia; il dialetto, che risuona nelle calli e lungo i rii; le acque e le nebbie, complici di misteri e custodi di verità». Quelle stesse acque che possono nascondere segreti che non dovrebbero mai venire a galla… Insomma, un promettente lavoro quello firmato da Catozzi, che è nato a Mestre nel 1960 (quindi non più giovanissimo, narrativamente parlando, anche se in e-book si era già proposto con Il mistero dell’isola di Candia, tributo agli antichi fasti di Venezia), che curiosamente scrive al bar («La creatività è incompatibile con i bimbi piccoli, se non a notte fonda. Molto fonda») e che non manca di rammaricarsi di non essere veneziano doc. «Sono da sempre combattuto tra l’orgoglio del nativo continentale e l’invidia per gli indigeni lagunari. Forse proprio per questo il commissario Aldani (che arriva da lontano avendo debuttato in un racconto segnalato nell’ambito dell’edizione 2000 del premio Gran Giallo Città di Cattolica) è diventato il mio personale strumento di rivincita nei confronti della sorte che mi ha fatto nascere mestrino».

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