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L'occhio indagatore della detective Renée Ballard sui crimini della Città degli Angeli

Dalla penna di Michael Connelly una nuova irriverente protagonista. In libreria anche Susana Fortes con la sua Rebecca Ardán e il debuttante Alberto Cassani


29/10/2018

di Mauro Castelli


Un pedigree di tutto rispetto: trentadue romanzi tradotti in quaranta Paesi, con un venduto da oltre settanta milioni di copie. Il biglietto da visita di Michael Connelly non è di quelli che passano inosservati. Forte di una personalità che ama nascondere dietro un paio di occhialini da intellettuale, segnata da una mal mascherata dose di timidezza, ma anche dalla intrigante capacità di sapersi prendere in giro: come quando appare in alcuni camei della serie Tv Castle - Detective tra le righe, il cui protagonista è appunto un affermato autore di gialli e dove si ritrova a giocare a poker con altri famosi scrittori (forse perché negli States queste incursioni piacciono da matti). 
Lui che è nato il 21 luglio 1956 a Filadelfia, figlio di un artista incompreso e di una accanita lettrice di gialli; lui che, cresciuto in Florida da quando aveva 17 anni, sin da ragazzino sognava di seguire le orme di Raymond Chandler, la voce più significativa della corrente hardboiled e, in quanto tale, grande innovatore del poliziesco tradizionale. Peraltro contraddistinto dal personaggio di Philip Marlowe, una specie di suo alter-ego (“Non sarei mai diventato quello che sono se non avessi letto il tredicesimo capitolo de La sorellina). 
Non a caso, quando l’ancor giovane Michael si trasferì nella Città degli Angeli fece il diavolo a quattro per poter prendere in affitto l’appartamento in cui era stata ambientata la trasposizione cinematografica di un suo lavoro, Il lungo addio, per la regia di Robert Altman. E forse sarebbe stata questa sua passione - repetita iuvant - a farlo puntare, con alterne fortune, sulla cronaca nera della carta stampata. Sin quando una sua inchiesta, scritta con due colleghi, venne candidata al Premio Pulitzer, la qual cosa gli valse l’assunzione come giornalista criminologo al Los Angeles Times
Lui che strada facendo sarebbe diventato collezionista di premi, che vanno dall’Edgar Allan Poe al Nero Wolfe, dal Dilys alla doppietta nel Barry, dal Macavity ai nostri Bancarella e Raymond Chandler Award. Ferma restando una biennale presidenza del Mistery Writers of America. 
Lui che ha dato voce a un pilastro della narrativa di settore, ovvero Hieronymus “Harry” Bosch, l’inarrivabile detective dell’Unità Casi Irrisolti della Polizia di Los Angeles, il personaggio che aveva fatto debuttare nel 1992 ne La memoria del topo e che da allora in poi avrebbe tenuto banco in altri venti romanzi. Bosch, si diceva, un poliziotto fuori dalle righe che non disdegna la violenza, che se ne frega delle regole e che dimostra una particolare allergia all’apparato burocratico. Ma anche un uomo che deve fare i conti con le sue defaillance familiari. 
Un numero uno che questa volta, ne L’ultimo giro della notte (Piemme, pagg. 364, euro 18,90, traduzione di Alfredo Colitto, diventato strada facendo l’anima italiana della narrativa di Connelly), è stato messo a riposo a favore di una nuova stella, Renée Ballard, una detective tosta e decisa quanto basta. Una donna solitaria, dalla corazza durissima, peraltro destinata “a incontrarsi presto proprio con Harry Bosch”. 
Insomma, una nuova irriverente protagonista che si dà da fare fra le vie di Los Angeles, dove il crimine non dorme mai. Una cronista di nera stanca di scrivere di crimini, che decide di passare dalla parte di chi invece i crimini cerca di risolverli. E con tale idea in testa riesce a diventare in poco tempo detective della Omicidi. Ma qualcosa va storto, anche per via del suo bel caratterino, e lei viene relegata al turno di notte insieme al collega Jenkins, a godersi dagli scomodissimi posti in prima fila di quello che i colleghi chiamano “l'ultimo spettacolo”. In altre parole ciò che di peggio può offrire la notte della città. 
Qualunque cosa accada, però, alle sette del mattino il turno finisce. Fermo restando che qualsiasi poliziotto non riuscirà mai a concludere un’indagine, a vedere un crimine risolto, a seguire un caso sino alla fine. E così anche questa volta, che pure di brutte storie ne ha da raccontare. Con un travestito picchiato selvaggiamente e rinvenuto agonizzante sul lungomare, mentre una cameriera, aspirante attrice, viene trovata - morta ammazzata, e non è la sola, nel corso di una sparatoria - sul pavimento del Dancers, un locale notturno. Secondo logica narrativa, Ballard e Jenkins arrivano, per una serie di coincidenze, sulla scena di entrambi i crimini. Ma stavolta Renée, che non è famosa per il rispetto delle regole, decide di fregarsene delle procedure: perché dietro a questi delitti si è resa conto che c’è di più rispetto a dei casuali scoppi di violenza. 
Risultato? Una storia di nera per alcuni aspetti non nuova, raccontata però da primo della classe, all’insegna di una intrigante scrittura che cattura il lettore sin dalle prime battute per poi accompagnarlo sino alle pagine finali. Regalando nuove angolature di una Los Angeles nera come la pece, a fronte di una storia che si dipana a largo raggio, “illuminata” da un personaggio con le carte in regola per lasciare il segno. Personaggio che ha peraltro trovato ispirazione nella detective del Lapd, Nitzi Roberts, che Conelly ha tenuto a ringraziare nelle notte finali con queste parole: “Spero proprio che sia orgogliosa della mia Renée”. 

Il secondo consiglio per gli acquisti lo dedichiamo alla spagnola Susana Fortes che, dopo il successo ottenuto a livello internazionale con Quattrocento (che soltanto in Italia ha venduto duecentomila copie), torna sui nostri scaffali, sempre per i tipi dell’editrice Nord, con Settembre può aspettare (pagg. 316, euro 16,90, traduzione di Patrizia Spinato), un romanzo segnato da “ombre ed enigmi letterari” che non mancherà di catturare anche i lettori più smaliziati. Complice una scrittura raffinata, peraltro sottolineata nel tempo da importanti riscontri, come il Premio de Novela Fernando Lara e l’Halcon Maltés. Fermo restando che “un riconoscimento, in una professione così complicata, rende - a suo dire - migliore uno scrittore”. 
Nata a Pontevedra nel 1959, laureata in Storia e geografia presso l’università di Santiago de Compostela oltre che in Storia americana all’ateneo di Barcellona, Susana Fortes unisce la sua passione per i romanzi al lavoro di insegnante in quel di Valencia. Inoltre tiene conferenze sia in Spagna che negli Stati Uniti, così come si dà da fare collaborando a riviste e quotidiani, fra i quali La Voz de Galicia ed El Pais
Che altro? “Uno “stretto legame con l’Italia, dove ho amici e dove mia figlia sta studiando. Un Paese che si propone come fulcro della cultura mediterranea e dove, sia pure a fronte di un modo di pensare ottimista ed edonista, non tengono banco soltanto le luci”. Già, l’Italia. Non a caso Quattrocento, un lavoro a metà strada fra il romanzo rosa e il romanzo storico, risulta ambientato a Firenze, dove l’autrice si addentra in modo per così dire creativo nella vicenda della Congiura dei Pazzi (segnata cioè da uno scenario irreale rispetto alle testimonianze dell'epoca). 
Per contro Settembre può aspettare risulta impastato di tutt’altra farina: ovvero è basato su una vicenda imperniata su un’autrice scomparsa, un mistero irrisolto e una studentessa decisa a svelare i segreti del passato.  
Cosa succede è presto detto: “Nel decimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, le strade di Londra sono gremite di gente e di bandiere. Eppure, per alcune persone, quel giorno non verrà ricordato come la celebrazione della fine di un incubo e l’inizio di una nuova era, bensì come il giorno in cui Emily Parker era scomparsa senza lasciare traccia”. 
Ed è appunto su questa tematica che Rebeca Ardán, una studentessa spagnola che si racconta in prima persona, decide di incentrare la sua tesi di dottorato proprio su questa enigmatica scrittrice inglese, svanita nel nulla l’8 maggio 1955, ad appena 32 anni, in mezzo a una… cascata di coriandoli celebrativi. Parte così da Santiago de Compostela per Londra intenzionata a scoprire cosa le sia realmente successo. 
In realtà il suo trasferimento in Inghilterra si propone anche alla stregua di una fuga dalla propria quotidianità, sia fisica che mentale. In quanto questo viaggio le consente di allontanarsi “da un fidanzato che non è sicura di amare, da una Madrid che non sente più sua, da un futuro che le sembra scritto da altri. Così, quasi volesse prendere le distanze dal suo presente, Rebeca si getta a capofitto nel passato, ricostruendo i frammenti dell’esistenza di una donna troppo indipendente per la sua epoca; di un amore sbocciato tra le bombe e sfiorito nella routine; di una generazione cui la guerra aveva portato via tutto, tranne il coraggio”. 
E rimettendo insieme i pezzi di quella storia, “tanto intensa quanto sorprendente, Rebeca riuscirà non solo a svelare il segreto di Emily Parker, ma anche a fare ordine nella sua vita e a diventare padrona del proprio destino”.

In chiusura quello che non ti aspetti: ovvero il debutto sugli scaffali di Alberto Cassani, nato a Ravenna il 10 novembre 1965, città dove tuttora vive occupandosi, da sempre si potrebbe dire, di politica e di cultura. Come da curriculum, dal 1990 al 1997 ha infatti diretto le attività del Circolo Gramsci; dal 1993 al 1997 è stato Consigliere comunale nonché presidente della Commissione consiliare Cultura e istruzione. Poi, sempre nel 1997, il sindaco Vidmer Mercatali lo avrebbe nominato assessore con delega alle Istituzioni culturali e allo spettacolo. Carica riconfermata nel 2001 con delega alla Cultura e all’Istruzione superiore e alla Formazione professionale. 
A seguire, dal 2006 a maggio 2011, Cassani avrebbe ricoperto il ruolo di assessore alla Cultura con deleghe al Bilancio, Patrimonio, Relazioni con enti e organismi partecipati nella giunta del nuovo sindaco Fabrizio Matteucci. Infine nel giugno 2011 sarebbe stato nominato coordinatore dello staff di Ravenna 2019 sia come Capitale europea che come Capitale italiana della cultura. 
E ora eccolo sbarcare, Alberto Cassani, sugli scaffali delle librerie con una originale spy story - L’uomo di Mosca (Baldini+Castoldi, pagg. 334, euro 18,00) - che si rapporta a un intrigante incipit (Il bello del passato è che non torna. Il brutto è che non passa. O viceversa. Nel mio passato, quello che qui mi interessa, c’erano alcuni segni ricorrenti, piccoli arcani divenuti familiari) e che, nelle intenzioni dell’autore, si propone alla stregua di “un viaggio intimo alla ricerca delle radici ideali perdute e della vera immagine di un passato che sta via via scomparendo”. A fronte di un mistero che affonda le radici nell’Unione Sovietica della Guerra fredda sino a sbarcare nella Russia di Putin e degli oligarchi. 
La storia - che sembra strizzare all’occhio a due specialisti dei romanzi di spionaggio quali i britannici John le Carré e Frederick Forsyth - ruota attorno ad alcuni interrogativi: chi è Nikolaj Gogor? Che fine hanno fatto quei soldi che dovevano arrivare da Mosca? Qualcuno se ne è forse impossessato? E poi, perché cercarli dopo così tanto tempo? Ed è appunto su queste domande che a un certo punto comincerà a ruotare la vita di Andrea Cecconi, un avvocato di mezza età, figlio e nipote di storici militanti comunisti, convertito senza entusiasmi ai riti della borghesia di provincia. 
A risvegliare la sua curiosità (in un contesto di fatti realmente accaduti, sia pure a fronte di storie frutto della fantasia dell’autore) è un racconto che gli aveva fatto suo nonno prima di morire. “Nel quale si parlava di finanziamenti al vecchio Pci e del ruolo di un misterioso uomo di Mosca. Una vicenda a prima vista morta e sepolta, sin quando non si capisce che i conti non sono ancora tornati e che c’è una pista che porta dritta alla Russia di oggi”. 
Spinto dall’urgenza di trovare risposte non solo su questa vicenda, ma anche su se stesso, “Andrea cerca la verità in un susseguirsi di prove da superare, scoperte inquietanti e incontri inaspettati. E sarà una ricerca tormentata, che incrocerà diversi piani temporali (si va dagli anni Settanta ai giorni nostri, passando per i mesi successivi alla caduta del Muro di Berlino) e che costringerà il nostro protagonista a districarsi tra faccendieri e presunte spie, servizi segreti e massoneria, personaggi reali e false identità”. 
Di fatto una ricerca resa angosciosa dalla crisi sempre più acuta della politica e dal baratro che sta allontanando ogni giorno di più il passato dal presente, annullando memorie e testimoni. Una ricerca alla quale soltanto Mosca potrà dare (trovare?) delle risposte…

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