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La Consulta e il blocco delle perequazioni pensionistiche

"Rispettare la Costituzione? Idea ragionevole, purché non costi troppo"


30/10/2017

di Salvatore Rotondo


La notizia del parere sfavorevole della Corte costituzionale al ricorso contro il blocco della perequazione è stata una doccia fredda per sei milioni di pensionati. L’annuncio era tutto contenuto in una breve nota dell’ufficio stampa di Palazzo della Consulta: “La Corte costituzionale ha respinto le censure di incostituzionalità del decreto legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso ‘dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015’. La Corte ha ritenuto che - diversamente dalle disposizioni del ‘Salva Italia’ annullate nel 2015 da tale sentenza - la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”. 
Certo, l’avvocato Pietro Frisani non aveva garantito nulla: un avvocato che assicurasse la vittoria, anche nella più facile delle cause, dimostrerebbe di essere tutt’altro che un serio professionista. Viceversa Frisani ha sempre detto che occorreva mettere in conto una sorpresa negativa. E purtroppo per noi giornalisti è andata proprio così. Ora si tratta di superare l’amarezza e, dopo aver eliminato i residui tossici, distillare da questa esperienza quanto rimane di positivo. 
Non sto proponendo un gioco di prestigio o di mentirci addosso per anestetizzare la delusione. Sto dicendo che poteva andare peggio. Sì, peggio di così. Avremmo potuto arrenderci senza lottare. E di questo ci saremmo dovuti vergognare. A vergognarsi invece devono essere altri. I politici che hanno deciso di rubare dalle tasche dei pensionati. E soprattutto i giudici. Perché se è vero che i politici si sono limitati a perpetuare un antico vezzo, radicato nel loro Dna alla pari dell’inettitudine, i magistrati invece hanno subordinato la giustizia a una esigenza economica. Diciamola tutta: disonorando la loro missione si sono inginocchiati davanti a quel dio denaro regolatore del bene e del male. 
“Io, Giuliano Amato, giuro sul mio onore di osservare lealmente la Costituzione e le altre leggi dello Stato, esercitando le mie funzioni di giudice della Corte Costituzionale nell’interesse supremo della Nazione”. Lo stesso giuramento è stato pronunciato nel giorno della nomina da ciascuno degli altri 14 magistrati che oggi fanno parte della Consulta: Alessandro Criscuolo, Giancarlo Coraggio, Paolo Grossi, Giorgio Lattanzi, Aldo Carosi, Marta Cartabia, Mario Rosario Morelli, Giancarlo Coraggio, Daria De Pretis, Nicolò Zanon, Silvana Sciarra, Franco Modugno, Augusto Barbera e Giulio Prosperetti. 
Hanno tutti giurato fedeltà alle leggi “nel supremo interesse della Nazione”. Cadendo, proprio loro, personaggi di altissima cultura giuridica, nel più grossolano degli abbagli. Ritenendo che l’interesse supremo della nazione possa comportare alle volte il martirio della giustizia. Ma non è questo che intendevano i padri della Costituzione quando hanno formulato il giuramento. Non è per questo che hanno giurato la prima volta in Italia Gaspare Ambrosini, Gaetano Azzariti, Ernesto Battaglini, Giuseppe Capograssi, Giuseppe Cappi, Giovanni Cassandro, Mario Bracci, Giuseppe Castelli Avolio, Mario Cosatti, Enrico De Nicola, Antonino Papaldo, Nicola Jaeger, Giuseppe Lampis, Francesco Pantaleo Gabrieli e Tommaso Perassi. Il senso vero di quel giuramento, per come era stato formulato, è che l’interesse della nazione si può onorare unicamente osservando con lealtà la Costituzione e le altre leggi dello Stato. E non che si debba onorare soltanto quando fare giustizia non crea problemi alle finanze. 
Nei miei commenti ho scritto tante volte che “c’è un giudice a Berlino”. Il mugnaio di Potsdam a quel giudice si era rivolto per ribellarsi al sopruso di un nobile. E lo ha trovato al suo posto, pronto a onorare il suo ruolo. Buon per lui. Noi invece sulla porta di piazza Quirinale 41 abbiamo trovato un biglietto con su scritto “Assenti a tempo indeterminato”, senza neppure un “Torniamo subito”. 
L’Inps aveva calcolato che una bocciatura del bonus Poletti, che aveva sbeffeggiato la precedente sentenza della Corte, sarebbe costata 30 miliardi. I giornali hanno messo tutti in risalto questa cifra stratosferica brandita come un’arma di ricatto nei confronti di chi doveva decidere: “Attenti giudici, avete nelle vostre mani il destino del Paese”. Il fatto poi che questo dato quantifichi in 30 miliardi il furto ai danni dei pensionati da parte dello Stato non ha sollevato scandalo né problemi di coscienza. 
Ed ecco allora i giudici svestirsi delle loro pompose, lunghe toghe nere, maniche e collo merlettati, per indossare i panni meno vistosi dei burocrati di Stato. Sono sicuro che tutti e 15 alla prima occasione, in cui occorrerà minor ardimento, torneranno a fare i giudici. Perché in fondo, molto in fondo, il nostro è un Paese democratico che non può tollerare più di tanto l’appiattimento delle sentenze sulle ragioni dell’economia. Pazientiamo. E nel frattempo? Che cosa rimane della nostra fiducia nella giustizia? Un pugno di polvere. 
E per chiudere mi domando: anche il Tar del Lazio, a febbraio, giudicherà “non irragionevole” che l’Istituto di previdenza dei giornalisti abbia tagliato un’ulteriore fetta delle pensioni erogate, con una decisione interna amministrativa e senza alcuna copertura di legge? Sfido la scaramanzia fidando che non si possa davvero arrivare a tanto. Non posso e non voglio crederci.

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