Share |

La Mondadori in forte crescita vuole prepensionare. E il sindacato è d'accordo


12/07/2017

di Senza Bavaglio


Gli annunci dell’amministratore delegato Ernesto Mauri sono entusiastici. «Stiamo andando bene, vanno bene soprattutto i periodici. La pubblicità è in aumento». E poi allunga uno schiaffo ai dipendenti assicurando che «faremo di tutto per avere numeri tali da consentire la distribuzione di un dividendo» a fine anno. «Sarà l’azionista a decidere». Comunque, con i numeri del semestre «stiamo andando verso quella direzione».
E allora qualcuno deve spiegare perché per i periodici Mondadori è in arrivo il quinto anno di stato di crisi consecutivo nonostante il bilancio del gruppo sia in attivo (l’utile netto dell’esercizio in corso è visto in significativo incremento di circa il 30 per cento).
Il sindacato si è ben guardato dal riferire questi dati all’assemblea dei giornalisti, che il 26 giugno scorso hanno approvato per pochi voti e dopo una discussione molto accesa l’ipotesi di accordo presentata dal CdR per consentire l’ulteriore riduzione del costo del lavoro chiesta dall’azienda.
Appiattiti sulle posizioni aziendali, CdR, Lombarda e FNSI hanno accettato la nuova ricetta del più grande editore italiano, portata con mossa fulminea il giorno successivo in sede FIEG: prevede 12 giorni di cassa integrazione dal luglio 2017 al giugno 2018 (in media uno al mese, ma la quasi totalità dovranno essere fatti entro il 2017) e la cancellazione di uno dei tradizionali cinque giorni di permesso invernale previsti dal contratto. Naturalmente, il blocco degli straordinari non è obbligatorio durante gli stati di crisi. Ma poiché in Mondadori la maggior parte dei giornalisti ha la forfetizzazione degli straordinari nel proprio contratto, c’è da scommettere che per chiudere i giornali ci sarà un forte ricorso alle ore di «straordinario non retribuito» (prassi ricorrente che il sindacato non ha mai denunciato e bloccato).
In cambio di questa nuova prova di disponibilità da parte dei giornalisti (che con le loro riduzioni di stipendio e il massiccio intervento dell’INPGI finanziano Mondadori ormai da quattro anni), l’azienda si è impegnata a considerare esauriti una volta per tutte gli esuberi dichiarati all’inizio della trattativa.
Questo è almeno quanto ha assicurato il CdR in assemblea, sebbene più d’uno abbia fatto notare che il futuro è incerto per definizione. Ma il vero pezzo forte dell’accordo è il modo in cui sarà gestito in Mondadori il nuovo giro di prepensionamenti in arrivo per diverse testate. L’azienda si è impegnata a non forzare verso l’uscita nessuno dei giornalisti in possesso dei requisiti per il prepensionamento, rispettando in pieno la volontarietà prevista per legge.
Su questo punto negli anni passati ci sono state parecchie discussioni perché molte aziende, per convincere i recalcitranti ad accettare il ritiro, hanno usato l’arma di metterli in cassa integrazione a zero ore, possibilità prevista dall’ultimo contratto nazionale di categoria. Anche Mondadori lo ha fatto in passato con diversi giornalisti. Ora, a quanto pare, si sarebbe impegnata a non farlo più.
Ma è davvero un successo per la categoria? Il tema è molto sensibile, visto che alcuni dei componenti del CdR Mondadori avrebbero i requisiti per essere prepensionati e potrebbero non avere alcuna intenzione di lasciare il lavoro. Alcuni si chiedono come mai gli stessi componenti del CdR, che in anni passati non hanno mosso un dito per difendere i colleghi che volevano continuare a lavorare, ora si siano battuti con tanta energia per affermare il principio della volontarietà. Non è forse perché ora tocca a loro? Oltretutto la clausola della volontarietà è un espediente per convincere un giornalista – con una buonuscita più o meno consistente – ad accettare il prepensionamento. Come, peraltro, previsto da questi accordi.
In ogni caso, la direzione del personale dell’azienda e lo stesso CdR devono aver tirato un bel sospiro di sollievo, visto che per tutto lo svolgimento dell’assemblea la volontà della maggioranza è apparsa in bilico, con interventi assai critici sul modo in cui sono state portate avanti le trattative. È una situazione inedita per una casa editrice in cui regna da anni una ferrea pax sindacale, rotta solo in modo occasionale da voci isolate.
Nell’assemblea del 26 giugno, invece, il clima è stato di ben altro tipo: diversi giornalisti hanno cominciato ad alzare la voce, manifestando insofferenza per l’arroganza delle pretese aziendali e per l’atteggiamento poco pugnace con cui il CdR le avrebbe affrontate. Un punto di sofferenza molto sentito è quello dell’uso dei collaboratori esterni, che sarebbe stato massiccio anche nei quattro anni di crisi.
Le redazioni della Mondadori sono piene di “abusivi”, colleghi seduti alle scrivanie che svolgono a pieno titolo il lavoro di redattori: dovrebbero essere immediatamente stabilizzati, cioè assunti, ma un sindacato rinunciatario, timoroso e fiacco non si pone neppure questo problema. I sindacalisti siedono quotidianamente a fianco dei «redattori di fatto ma non di diritto» e non fiatano.
Il sindacato non vuole che si rivolgano a un giudice per rivendicare i loro diritti. Altrimenti - è la giustificazione irresponsabile - il sindacato perde il suo ruolo. Certo, ma è un ruolo spesso non esercitato, come in questo caso dove assiste che però lo stesso sindacato non è in grado di garantire.

@sbavaglio

(riproduzione riservata)