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L’amor patrio come antidoto al nazionalismo

Per Maurizio Viroli occorre riscoprire il patriottismo che apprezza la cultura e gli interessi dei cittadini, elevando così gli ideali del vivere libero e civile


28/10/2019

di Giambattista Pepi


“L’amore della patria fu non tanto pervertito quanto piuttosto soppiantato dal cosiddetto nazionalismo, che accusava i suoi avversari, non già di essere antipatriottici, ma antinazionali; e tuttavia una certa confusione rimase tra i due diversi concetti e i due diversi sentimenti, cosicché la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione e di ritrosia a parlare di patria e di amor di patria. Ma se ne deve riparlare, e l’amor della patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma è il suo contrario. Si potrebbe dire che corre tra amor di patria e nazionalismo la stessa differenza che c’è tra la gentilezza dell’amore umano per un’umana creatura e la bestiale libidine o la morbosa lussuria o l’egoistico capriccio”. 
Ecco l’amor patrio e il patriottismo secondo il filosofo, storico e politico Benedetto Croce. Ne parlava in un articolo intitolato “Una parola desueta: l’amor di patria”, 8 giugno 1943, inserito nella raccolta miscellanea L’idea liberale. Contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti vari (Laterza, Bari, 1944). 
Questa citazione crediamo sia stata posta da Maurizio Viroli nella quarta di copertina del suo libro Nazionalisti e patrioti (Laterza, pagg. 87, euro 9,00) appena pubblicato, oltreché per l’autorevolezza del suo autore essendo il principale ideologo del liberalismo novecentesco italiano e del neo idealismo, per la sua attualità, nonostante siano trascorsi da allora 76 anni, specie nella fase storica convulsa che stiamo vivendo negli ultimi anni caratterizzata dai venti impetuosi del neo-nazionalismo che scuotono Paesi dalla solida storia democratica e liberale (si pensi agli Stati Uniti d’America, ma anche al Regno Unito, all’Ungheria, alla Polonia, all’Italia, dove la Lega e i Fratelli d’Italia godono di grande seguito e di vasti consensi). 
In questo volumetto l’autore (professore emerito di Politica all’Università di Princeton, di Comunicazione politica all’Università della Svizzera italiana e professore di Government all’Università di Austin nel Texas e con decine di pubblicazioni all’attivo) ripercorre sulle orme del precedente volume Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia, pubblicato da Laterza una trentina d’anni fa, alcuni lineamenti della storia del pensiero politico nazionalista e del patriottismo repubblicano dalle origini ai giorni nostri. 
È un’opera breve, ma densa. Inizia con le origini della parola e del concetto di nazionalismo (usati per primo da Johann Gottfried Herder, filosofo e teologo che possiamo considerare tedesco, benché fosse nato nella Prussia orientale, che in quegli anni apparteneva alla Polonia, nel saggio Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità apparso nel 1774) con cui si descrive e giustifica “il pregiudizio che incoraggia gli individui ad amare la propria nazione più delle altre e a disprezzare o odiare gli altri popoli . Addita quale bene supremo la felicità che nasce dal vivere entro la propria comunità nazionale e non, invece, la libertà o la giustizia”. 
Il linguaggio del nazionalismo, spiega Viroli, nasce per combattere il primo luogo il cosmopolitismo (che esalta l’ideale del cittadino del mondo e ripudia come irrazionale ogni forma di lealtà nazionale e di patriottismo), e il patriottismo repubblicano (ideale che sostiene che la nostra lealtà e il nostro affetto devono andare alla patria intesa come libera repubblica di cittadini che hanno uguali diritti e uguali doveri, e interpreta l’amore della patria come amore caritatevole del bene comune di un popolo ed esorta all’impegno per la libertà politica e la giustizia sociale ed impone il rispetto di tutti i popoli), che ritroviamo nel pensiero politico illuminista. In particolare Jean-Jacques Rousseau seppe coniugare, come nessun altro, il repubblicanesimo con il nazionalismo (“un popolo diviso e politicamente debole, deve, prima di ogni altra cosa, amare la propria cultura, ed essere orgoglioso della propria storia. Deve essere e rimanere se stesso come popolo per essere un giorno un popolo libero”). Chi comprese meglio il contrasto ideale fra patriottismo e nazionalismo fu, invece, Giuseppe Mazzini. Il quale sosteneva che il valore della nazionalità degenera in meschino nazionalismo quando si trascura il principio che “la libertà d’un popolo non può vincere e durare se non nella fede che dichiara il diritto di tutti alla libertà”. Un altro contributo fondamentale al patriottismo repubblicano fu quello di Carlo Cattaneo. 
Nonostante gli sforzi tenaci di Mazzini e Cattaneo e dei loro discepoli, la cultura politica dell’Ottocento e del Novecento, vide prevalere non il patriottismo repubblicano ma il nazionalismo. Nonostante questo, il nazionalismo teorizzato e sostenuto dagli uomini del Risorgimento italiano si distinse in Europa da quello propugnato e sostenuto dalle correnti di pensiero nazionalista di altri Paesi: per loro infatti non era un fine, ma uno strumento attraverso il quale realizzare in Italia il liberalismo e la democrazia, ma niente aveva da spartire con il nazionalismo teorizzato come “attaccamento alla nazione, alla razza” animato da un “sentimento esclusivo ed esclusivista”. Gli intellettuali che rimasero fedeli all’eredità ideale del Risorgimento (come Croce), giudicarono invece il nazionalismo una degenerazione del vero amor di patria. 
Le conclusioni cui perviene Viroli sono semplici e forti a un tempo. Costituiscono un severo ammonimento a sbarrare la strada al nazionalismo con intransigenza perché esalta l’omogeneità culturale ed etnica, giustifica il disprezzo per chi non appartiene alla nostra nazione e, come ha già fatto in passato, può distruggere i regimi democratici e aprire la strada al totalitarismo. 
E quale può essere la risposta che si può democraticamente opporre ai propugnatori del neo-nazionalismo? Viroli sostiene che occorre riscoprire il patriottismo repubblicano che apprezza la cultura nazionale e i legittimi interessi dei cittadini, ma eleva, l’una e gli altri, agli ideali del vivere libero e civile. 
In questa direzione e con questa prospettiva, Viroli invita la sinistra democratica (anche se facciamo fatica a scorgere oggi una sinistra democratica in Italia visto che, orfana di socialisti e socialdemocratici, da oltre un quarto di secolo ormai, e con gli “eredi” del vecchio Pci divisi, confusi e frastornati, che hanno (quasi) del tutto smarrito per strada i valori storici della Sinistra classica; e lo stesso, con le diversità del caso, è avvenuto in altri Paesi europei dalle solide tradizioni socialiste come Germania, Francia, Regno Unito, Spagna) a sfidare il neo-nazionalismo risorgente sul suo stesso terreno: deve rispondere al bisogno di identità nazionale, che promana da ampi strati della popolazione, ma la sua risposta deve essere diversa da quella di chi propone “tout court” la ricetta del neo-nazionalismo che esacerba il concetto di identità nazionale, antepone i diritti e le libertà degli italiani a quelli di tutti gli altri che non lo sono, rifiuta la tolleranza, non favorisce l’integrazione ma perseguita e discrimina i diversi per etnia, lingua e fede. 
“Già trent’anni fa - scrive l’autore - ammonivo la sinistra a non lasciare il patriottismo nelle mani della destra. Tranne pochissimi leader, primo fra tutti Carlo Azeglio Ciampi, nessuno a sinistra ha saputo fare tesoro dell’ideale del patrimonio repubblicano”. Invece, oggi più che mai, “abbiamo bisogno di un patriottismo che tenga unite patria, e umanità; nazione, libertà politica, e giustizia sociale”. Purtroppo, afferma sconsolato l’autore nel congedarsi dai lettori, sono ancora troppo pochi coloro che comprendono “questa lezione così semplice della storia. La capiremo, forse, quando sarà troppo tardi”.

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