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La migrazione dei cervelli italiani ignorata dalla politica

Ma chi sono i giovani che puntano sull'estero? Soprattutto figli della media borghesia con laurea al seguito in nove casi su dieci


09/07/2018

di Artemisia


C’è un flusso di migrazione che continua silenzioso, lontano dai riflettori dei media ma non per questo meno preoccupante. È quello di chi lascia il nostro Paese. L’Italia non è solo il luogo degli sbarchi di chi scappa dalla miseria e dalle atrocità dell’Africa, è anche la nazione che ha smesso di essere una risorsa e di dare una prospettiva a chi vi abita. A fronte di 30 mila persone l’anno che arrivano dal Nord Africa, c’è un numero quattro volte superiore, che lascia l’Italia. Sono italiani che per quasi due terzi hanno meno di 30 anni. I dati sono dell’Istat che ha gettato un fascio di luce preoccupante su questo fenomeno. Un tema che la politica finora ha ignorato ma che meriterebbe una riflessione seria. Innanzitutto per il fatto che lo Stato spende milioni per formare chi poi lascia il Paese e porta altrove il bagaglio di cultura e conoscenza che ha appreso negli anni di studio. In sostanza il nostro Paese investe su chi poi contribuirà alla ricchezza di un altro Paese. 
Chi lascia l’Italia quindi è un laureato (9 casi su dieci) spesso con una specializzazione in tasca (8 casi su 10) ma che è consapevole dei criteri di selezione dove conta più la clientela che la professionalità, il “mi manda tizio” più che le competenze. Quindi invece di sprecare in deludenti attese, gli anni migliori per lo slancio di una carriera, attraversano il confine. 
Secondo un sondaggio effettuato dal Corriere della Sera, ben tre giovani su quattro pensano che l’Italia stia andando nella direzione sbagliata. Il gruppo più numeroso di chi cerca occasioni all’estero si colloca nell’età tra i 26 e i 30 anni e spiega questa scelta (oltre il 48%) innanzitutto per la qualità di lavoro all’estero nel settore della ricerca e sempre con le stesse percentuali, a causa degli ostacoli clientelari e di corruzione che esistono nel nostro Paese. 
Oltre il 49% dichiara che tornerebbe in Italia solo a condizione di avere una posizione ugualmente remunerata e prestigiosa. Come dire che difficilmente potrebbero avere un ripensamento. 
Lo scenario che emerge dal sondaggio è di un popolo di giovani che credono nel valore del lavoro ma si sentono frustrati dai mali del nostro Paese che sono sempre gli stessi, la corruzione e il clientelismo. Dichiarano infatti che la loro è stata una scelta forzata e che volentieri sarebbero rimasti in Italia alla quale sono comunque legati da un amore profondo che si portano dietro. 
Questi emigranti sono soprattutto ricercatori, figli della media borghesia, nativi delle regioni del Nord ma anche molti del Lazio. Non hanno voluto intraprendere la stessa professione dei genitori e indicano come motivazione primaria nella scelta di trasferirsi all’estero, non l’ambizione della carriera veloce o del rapido guadagno ma la qualità del lavoro. La gran parte ha risposto di non riuscire a tollerare la corruzione e il clientelismo dilagante e di dover sostare nel limbo della disoccupazione solo perché non dispone della conoscenza giusta. 
La politica finora sembra ignorare il fenomeno e il primo provvedimento varato dal vicepremier nonché ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, il Decreto Dignità, non va nella direzione di creare nuova occupazione. Tant’è che ha scatenato le critiche della Lega oltre che delle imprese. Lo stesso Berlusconi, in un intervento su Corriere della Sera, ha polemizzato contro quello che definisce “un male per le imprese, per i lavoratori, per l’occupazione”. 
“Un errore clamoroso, perché in questo modo non si riduce la flessibilità, si riducono i posti di lavoro, e si scoraggiano i contratti regolari a vantaggio del lavoro nero”, dice il leader di Forza Italia. E spiega che “le imprese che volessero assumere non sono messe in condizione di farlo perché con le nuove regole ci sarebbero conseguenze insostenibili”. Sui contratti a termine, tornano le causali e scatta un incremento contributivo sui rinnovi. Inoltre crescono del 50% gli indennizzi in caso di licenziamenti illegittimi. Le imprese sono spaventate per il possibile riaccendersi dei contenziosi e l'aggravio di costi, che arrivano in una fase in cui il mercato del lavoro è in lenta ripresa. 
Invece di creare le condizioni per un aumento della produttività che è l’unico strumento per creare nuovi posti di lavoro, vengono incrementati i vincoli per le imprese. 
Il testo del decreto non trova pareri favorevoli nemmeno dentro il governo tant’è che è stato modificato ben quattro volte e già si annunciano cambiamenti nel corso dell’iter parlamentare.

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